LETTURE/ Massini, il lavoro è un dovere della carne

- Fabrizio Sinisi

L’ultimo testo del drammaturgo Stefano Massini, “Lavoro”, parla di un dramma: “una ferita scoperta, nodo nevralgico, forse il più doloroso quesito senza risposta” di oggi. FABRIZIO SINISI

operai_alcoa_lavoroR439
Lapresse

Forse non era nelle sue intenzioni, ma Stefano Massini ha appena pubblicato un libro “religioso”. Se la forma di una cosa è determinata dal suo oggetto, l’oggetto di questo libro — Lavoro, appena uscito con il Mulino — ha più di molti altri una caratura religiosa: tanto per il grado di profondità che sussiste fra il tema (il lavoro, appunto) e la vita dell’essere umano, quanto per la specificità con cui proprio il Lavoro identifica e quasi sintetizza nel nostro contemporaneo l’idea del fine ultimo, dell’orizzonte realizzativo, del Senso.
Stefano Massini è un drammaturgo, consulente artistico del Piccolo Teatro di Milano, autore noto, tradotto e rappresentato in tutto il mondo: e di temi legati al mondo del lavoro si è occupato molte volte, da Shenzen significa inferno (Shenzen è l’immensa fabbrica-lager cinese diventata nota nel 2010 dopo una spaventosa ondata di suicidi) a Sette minuti, “dramma sindacale” ispirato a un episodio realmente accaduto in una fabbrica francese (per dire solo due titoli, e si potrebbe continuare).
Ma è nel suo testo forse più noto, Lehman Trilogy, ultima regia del grande Luca Ronconi, che questa dinamica “religiosa” che il lavoro innesca e declina (e così spesso tradisce) nell’uomo moderno si rende così evidente. Lì, un gruppo di ebrei ortodossi bavaresi giunge negli Stati Uniti iniziando a lavorare in una minuscola bottega che, di generazione in generazione, diventerà una fra le più potenti società di servizi finanziari al mondo, per poi rovinare tragicamente nel 2008. La matrice tragica consisteva non tanto nell’esito devastante, quanto appunto nel progressivo capovolgimento religioso: nella “sostituzione del dio”. Al dio dei padri, il dio di Israele, veniva poco a poco a subentrare il dio Denaro. Un denaro tuttavia perseguito attraverso una nuova e assai contemporanea idea “negativa” del lavoro: forse per la prima volta nella storia veniva ad affermarsi serenamente e positivamente il culto del massimo profitto col minimo sforzo, il ripudio del lavoro inteso come fatica e sacrificio a favore invece di un guadagno concepito come moltiplicazione astratta, potenza smisurata attraente proprio in quanto sproporzionata rispetto al singolo uomo. La caduta non poteva essere che rovinosa: e, difatti, lo è stata.
Massini riprende il discorso lì dove lo aveva lasciato: da quella caduta. L’idea di lavoro ha subìto infatti da allora un significativo mutamento, e il primo ci viene incontro già a pagina 11. “Lavoro” non è più una parola felice: “La parola ‘lavoro’ si è colorata suo malgrado di una patina opaca, cinerea, sfumata di grigio e nero, laddove la temperatura cromatica del disincanto vira verso la rabbia e da quest’ultima alla resa… una ferita scoperta, nodo nevralgico, forse il più doloroso quesito senza risposta”.

E attenzione: il lavoro come “doloroso quesito senza risposta” non significa solo l’assenza del lavoro (che pure è un problema, e forse il più urgente, di qualsiasi basilare discorso politico), ma la concezione stessa del lavoro; ovvero la possibilità che il lavoro di un uomo possa essere ancora un’identità, un’energia con cui essere e trasformare il mondo, all’interno di una comunità, far parte di un destino in qualche modo comune — rispondere a una responsabilità che non sia un “tempo occupato militarmente” ma qualcosa di simile a una vocazione.
Se, come mi diceva un amico scrittore, non si è mai lavorato così male come adesso, non si potrà leggendo le pagine di Massini non pensare con desiderio all’esperienza descritta da Charles Péguy, in un testo del 1913 intitolato, appunto, L’Argent:
“Un tempo gli operai non erano servi. Lavoravano. Coltivavano un onore del lavoro, assoluto, come si addice a un onore. La gamba di una sedia doveva essere ben fatta. Era naturale, era inteso. Era un primato. Non occorreva che fosse ben fatta per il salario, o in modo proporzionale al salario. Non doveva essere ben fatta per il padrone, né per gli intenditori, né per i clienti del padrone. Doveva essere ben fatta di per sé, in sé, nella sua stessa natura. Una tradizione venuta, risalita dal profondo della razza, una storia, un assoluto, un onore esigeva che quella gamba di sedia fosse ben fatta. E ogni parte della sedia che non si vedeva era lavorata con la medesima perfezione delle parti che si vedevano. Secondo lo stesso principio delle cattedrali. (…) Dicevano per ridere, e per prendere in giro i loro preti, che lavorare è pregare, e non sapevano di dire così bene”.
Nel lavoro può e anzi deve intravedersi questa possibilità. Così Massini: “La radice sanscrita da cui discende il latino labor significa ‘afferrare ciò a cui si mira’ nel senso preciso di ‘conseguire ciò che si desidera’”. Il lavoro conosciuto così non è più una “maledizione” — “la vita da una parte, lo stipendio dall’altra»” — ma una grande possibilità di maturazione e compimento per il singolo e per il popolo verso un essere più umano. In questo senso il lavoro è davvero, come dice Massini in un’espressione bellissima, “un dovere della carne”: ed è qui il suo nesso con l’uomo, è qui la sua promessa.



© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori