LETTURE/ Metti Sherlock Holmes a indagare sul “segreto” di Botticelli…

- Silvia Stucchi

Si cela un significato riposto nel celebre “Venere e Marte” di Botticelli, che ammiriamo alla National Gallery? Secondo Paola Magi, storica dell’arte fiorentina, sì. SILVIA STUCCHI

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Sandro Botticelli, Venere e Marte (particolare) (1482-83)

Si cela un significato riposto nel celebre Venere e Marte di Botticelli, che ammiriamo alla National Gallery? La tela, giunta alla sede attuale nel 1874, è stata variamente datata, ma, in generale, veniva  ascritta agli anni attorno al 1483 (qualcuno addirittura pensò al 1485-86), benché illustri storici dell’arte, Bode e van Marle, avessero pensato al 1476-78 e, addirittura, Argan al 1475. Una tale datazione viene accettata da Paola Magi, storica dell’arte fiorentina: già autrice di una cospicua monografia su Marcel Duchamp, adesso, con Sherlock Holmes e il segreto di Botticelli (Edizioni Archivio Dedalus, 43 pp., 10 euro), inventa un modo nuovo di parlare d’arte, ovvero riesumare i personaggi creati da Sir Arthur Conan Doyle e metterli al lavoro su un difficile “caso”a soggetto artistico: il segreto di Botticelli, appunto. L’artista avrebbe nascosto un significato nei dettagli del quadro, avente come soggetto uno dei temi più amati dall’élite intellettuale fiorentina del Quattrocento, e destinato a grande fortuna anche nei secoli successivi. Sulla scia delle intuizioni e della strada lasciata aperta dal bel blog di storia dell’arte Senza Dedica, dove Grazia Agostini ha presentato alcune ipotesi sulla natura della pianta, il cocomero asinino, che compare nell’angolo in basso a destra, Paola Magi rende il dipinto oggetto di un’indagine rigorosa, e insieme ironica, che si vale dei più classici dei personaggi del giallo. Perché anche il lavoro dello storico dell’arte altro non è, in fondo, se non una forma di indagine, di raccolta di indizi, di formulazione e di verifica delle ipotesi.

Così, Venere e Marte sono allegoria dell’amore e della bellezza che vincono sugli istinti bellici, sanguinari e belluini. Ma il quadro presenta anche alcune anomalie: perché invece che dei soavi amorini attorno alle due giovani divinità si agitano dei satiretti? Perché Venere non ci mostra il suo bellissimo corpo, come sempre accadrà nei dipinti aventi questo soggetto, ma è abbigliata come una pudica Pallade? E perché quella strana pianta nelle mani del satiretto sulla destra? 

Paola Magi immagina così che Sherlock Holmes assista, in visita alla National Gallery, a una scommessa fra tre studenti che discutono da dove provenga il valore di un’opera d’arte. Il primo dei tre sostiene che un dipinto parli unicamente un linguaggio di tipo spirituale, fatto di colori, forme e pura armonia: il contenuto, mitologico, religioso, storico o allegorico sarebbe inessenziale a definirne il valore. Il secondo sostiene invece l’essenzialità del contenuto simbolico e allegorico, una parte vitale dell’opera e senza conoscere il quale la nostra conoscenza sarebbe monca. Il terzo studente pensa piuttosto che un dipinto sia un organismo complesso, in cui sia forma che contenuto hanno un’importanza inscindibile. Per cui, talora, i pittori, oltre alle “cose sublimi dell’arte”, inserirebbero nelle loro opere segni, annotazioni e allusioni appartenenti soltanto alla loro epoca, al loro vissuto, i quali, pur essendo di per sé valevoli anche dal punto di vista estetico, costituiscono anche un documento storico, archeologico e materiale importantissimo. I tre studenti, inutile dirlo, rappresentano, tre grandi filoni della critica d’arte, tre formae mentis distinte.  

Siccome la cifra scommessa è cospicua, e il terzo studente non dispone di grandi mezzi, Sherlock Holmes, nel cui petto — a dispetto della sua idolatria per l’arida logica — batte un cuore idealista, da autentico Don Chisciotte si impegna ad aiutarlo, prendendo come banco di prova proprio Venere e Marte di Botticelli. 

Che il dipinto sia allusivo delle nozze di Simonetta Cattaneo con Marco Vespucci, lo dimostrano, fra l’altro, le vespe che escono dal cavo di un albero proprio dietro la testa del dio, in cui va ravvisato un ritratto dello sposo. Venere, del resto, ha le sembianze della donna-mito dell’Umanesimo fiorentino, Simonetta, colei che per il Quattrocento fu l’equivalente di Beatrice per il Duecento; e di cui, però, conosciamo anche i tratti, dato che Botticelli l’ha più volte raffigurata come paradigma di bellezza. Quanto al cocomero asinino, tenuto nelle mani del satiretto sull’estrema sinistra, però, non è solo un potentissimo lassativo, ma ha anche la bizzarra caratteristica di “sparare”, se solo sfiorato, i suoi semi a una notevole distanza. Perché dietro il quadro, come ci spiega Paola Magi, si cela uno scherzo spensierato, un significato riposto assai piccante — se poi pensiamo che forse il quadro doveva decorare la testata del letto di Marco e Simonetta — “in cui la forza della gioventù si intreccia alla passione letteraria, alla forza dell’amicizia e alla malizia sboccata della tradizione popolare fiorentina”.

Insomma, Sherlock Holmes e il segreto di Botticelli è un prezioso libriccino, da leggere con un sorriso sulle labbra, ammirazione per “Botticello, botte piena”, e la sua diabolica capacità di ordire trappole e burle, e con apprezzamento per la forma, spiritosa e insieme rigorosa, dell’autrice, che rispetta pienamente i canoni fissati da Conan Doyle per i suoi personaggi.

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