GIORNATA DELLA MEMORIA/ Freud, i nazisti perseguitavano gli ebrei ma odiavano i cristiani

- Luigi Campagner

La Giornata della memoria come occasione per ripensare il fondamento del legame sociale. Una valida suggestione viene dalla riflessione di Freud. LUIGI CAMPAGNER

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Auschwitz (Foto dal web)

La giornata della memoria è stata istituita dalle Nazioni Unite nel 2005 per ricordare il genocidio ebraico. Come data della sua ricorrenza è stata scelta quella della liberazione di Auschwitz, il 27 gennaio 1945. Ad essa ci si affida per scongiurare le recrudescenze di razzismo che gli oltre settant’anni che ci separano dalla Shoah non sono stati sufficienti a debellare. Non è soltanto un rito o un antidoto al pericolo di dimenticare una tragedia ripetendone gli effetti, ma l’occasione per ripensare il fondamento del legame sociale.

Andiamo con ordine. Freud si era convinto che lo scopo della ritualità, nella nevrosi non meno che nelle pratiche religiose, servisse a scongiurare un pericolo avvertito come incombente e minaccioso. Il rito trova la propria forza nella valenza salvifica, anche nel caso in cui il soggetto che vi ricorra sia incredulo circa la sua verità e validità pratica. Fu questo anche il caso dello stesso Freud quando nel 1938, l’anno dell’Anschluss, l’annessione dell’Austria da parte della Germania, auspicò la protezione della Chiesa cattolica per scongiurare la “barbarie quasi preistorica del nazismo”. “Stranamente — scriveva nel marzo del 1938 nella Prima avvertenza al Terzo saggio della sua ultima opera L’uomo Mosè e la religione monoteistica (1934-38, Opere, Boringhieri, XI) — proprio l’istituzione della Chiesa cattolica oppone una potente difesa alla diffusione di un simile pericolo per la civiltà”. Solo tre mesi più tardi, nel giugno dello stesso anno, nella Seconda avvertenza alla stessa opera scritta a Londra, dovette constatare ciò che certamente già sapeva: “Poi improvvisamente è arrivata l’invasione tedesca e il cattolicesimo si è mostrato, per dirla con parole bibliche, ‘una canna al vento'”.

Sorprende l’avverbio utilizzato dall’ottantaduenne e ormai molto malato padre della psicoanalisi, famoso per l’esattezza della sua prosa, tanto da meritarsi nel 1930 il Premio Goethe. Le opere di Freud erano già state bruciate nel 1933 a Berlino, la psicoanalisi condannata come “scienza ebraica”, le associazioni psicoanalitiche chiuse, molti dei sui membri perseguitati. Eppure l’Anschluss fu per Freud come il brusco risveglio da un sogno.

Il 12 marzo 1938 i tedeschi occuparono Vienna, i figli Anna e Martin vennero torchiati dalla Gestapo, i libri furono mandati al macero, la casa editrice sequestrata e Freud costretto dai nazisti alla firma di una liberatoria per acconsentire all’espatrio. “Posso vivamente raccomandare la Gestapo a chicchessia” aveva sarcasticamente chiosato l’autore de Il motto di spirito (1905), chiedendo di aggiungere una frase di suo pugno. Una frase destinata a divenire iconica anche grazie a Paul Watzlawick che la commentò nella Pragmatica della comunicazione umana (1971), e che fu l’ultima ricordata prima che Freud emigrasse a Londra. Con sé portò altre sedici persone, ma non le quattro sorelle che morirono nei campi di concentramento, lasciando così un’ombra sulla sua condotta di quei tragici giorni. 

Freud non smentì mai il proprio ebraismo. Egli riconobbe l’eredità ebraica su peculiari tratti del proprio carattere: “soltanto alla mia natura di ebreo io dovevo le due qualità che mi erano diventate indispensabili nel difficile cammino della mia esistenza. Poiché ero ebreo mi trovai libero dai molti pregiudizi che limitavano gli altri nell’uso del loro intelletto e, in quanto ebreo, fui sempre disposto a passare all’opposizione e a rinunciare all’accordo con la ‘maggioranza compatta’” (Discorso all’Associazione “B’nai-B’rith”, 6 maggio 1926). Dell’antisemitismo Freud non si occupò sistematicamente, tuttavia non si proibì di interpretarne il significato in opere non esplicitamente dedicate a tale fenomeno. La beatitudine di essere eletti, la predilezione del Padre divino, la volontà di mantenere la propria distinzione identitaria, la resistenza alle persecuzioni, il complesso di evirazione che il rito della circoncisione inconsciamente evocava, furono alcune delle interpretazioni di Freud per spiegare l’odio antiebraico. Ma fu soprattutto ne L’uomo Mosè e la religione monoteistica, l’opera nella quale dà ragione della differenza tra ebraismo e cristianesimo come due diverse (incompatibili?) modalità di rapporto con il crimine originario dell’uccisione del Padre, che Freud si sofferma sull’antisemitismo, enfatizzando la vicinanza tra ebraismo e cristianesimo nella prospettiva dei persecutori nazisti. Anticamente battezzati a forza o per meglio dire “malbattezzati” secondo l’espressione di Giacomo B. Contri che dell’opera è uno dei traduttori, “essi non hanno superato il loro rancore contro la nuova religione che è stata loro imposta, ma l’hanno spostato sulla fonte donde il cristianesimo è loro pervenuto. Il fatto che i Vangeli narrano una storia che si svolge tra Ebrei e tratta propriamente solo di Ebrei ha facilitato questo spostamento. Il loro odio per gli Ebrei è al fondo odio per i cristiani, e non vi è di che meravigliarsi se nella rivoluzione nazionalsocialista tedesca questa intima relazione tra le due religioni monoteistiche trova così chiara espressione nel trattamento ostile a entrambe” (L’uomo Mosè e la regione monoteistica, Terzo saggio (1938), 1D, Opere, Boringhieri XI).

Come accennato il nucleo infuocato di quell’ “intima relazione” fu individuata da Freud nella (pur diversa) idea di rapporto col Padre: “scaturito da una religione del padre, il cristianesimo divenne una religione del figlio”. Come già in altri casi Freud ha indicato una strada di civiltà, ad oggi ancora tutta da percorre: appropriarsi del senso civile contenuto nel pensiero del Padre e delle conseguenze che il suo rinnegamento ha comportato e ancora comporta.

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