LETTURE/ Quel “popolo” che tiene insieme il clero e i laici

Chi si aspetterebbe che la parola “liturgia” porta il medesimo etimo delle parole laico, laicità? Piccolo viaggio nel tempo di una parola-chiave del cristianesimo. MORENO MORANI

16.10.2017 - Moreno Morani
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Papa Francesco (LaPresse)

La storia delle parole qualche volta intesse trame di storia interessanti. Un esempio è la parola liturgia. Tutti sappiamo che cosa significa: è quell’insieme di azioni (parole e opere) con cui si compiono i riti e le cerimonie della Chiesa. Liturgia è termine usato prevalentemente nell’ambito cristiano (la liturgia cattolica, armena, ambrosiana), ma può applicarsi anche ad altre religioni o essere usato metaforicamente (spesso con valore scherzoso o spregiativo: “la liturgia dei congressi di partito, dei consigli scolastici”). 

La parola aveva in origine tutt’altro significato. Essa nasce nella Grecia antica (leiturgía), e il suo significato primario è quello di “servizio pubblico gratuito”: ogni anno lo Stato (la polis) impegna alcuni cittadini facoltosi a pagare per fare fronte a spese di interesse pubblico, ad esempio per l’allestimento di spettacoli che coinvolgono la popolazione della città e hanno una forte valenza educativa, come i concorsi tragici, oppure per contribuire nel caso di esigenze di carattere straordinario, come spese militari, carestie e simili. 

Si tratta quindi di un termine tecnico che ha un forte significato specifico nell’ambito della vita pubblica. Nel corso dei secoli questo significato si allarga, e la parola (anche perché la polis come istituzione tramonta) indica qualunque tipo di servizio operato dai privati, ma anche il servizio per il culto e per gli dèi. 

Il primo ad usare la parola in questo senso è Aristotele (IV sec. a.C.), e poi questo uso diventa prevalente. I papiri egiziani, importante strumento per conoscere un tipo di lingua greca più vicina al parlato rispetto ai testi letterari, attestano la diffusione del termine per indicare il servizio sacerdotale. I traduttori greci dell’Antico Testamento usano questo termine per indicare il compito del sacerdote, spesso facendolo precedere dal verbo corrispondente (leiturgeîn ten leiturgían “servire il servizio”), per tradurre una serie di parole ebraiche (‘abad “egli serve”, ‘ebed “servo”) in cui l’idea del servizio sacerdotale nasce dall’idea del lavoro servile, del servizio totale nei confronti di un signore. Nel Nuovo Testamento è definito liturgia il servizio di Zaccaria al tempio (la traduzione latina ha officium), ma la parola assume un significato più ampio nelle lettere di Paolo, indicando anche l’impegno e la fedeltà del cristiano alla Parola di Cristo.

A questo punto la storia della parola s’interrompe. Diversamente da quanto avviene con molte altre parole greche, che vengono riprese e utilizzate nel latino ecclesiastico, di questa parola non vi è traccia nei testi latini, tanto che nell’unico passo in cui sant’Agostino la usa è costretto a spiegarne il significato ai suoi lettori digiuni di greco: “ministerium vel servitium religionis, quae Graece liturgia vel latria dicitur, il ministero o servizio della religione, che in greco si chiama liturgia o latria“. Solo in testi giuridici molto tardi si usa (di rado) la parola liturgus per indicare un funzionario statale, senza nessuna attinenza con la religione. 

Nell’uso moderno liturgia rinasce verso la fine del XVI secolo, quando la parola viene letteralmente ripescata dall’oblio, inizialmente in testi francesi (nel senso di “forma ufficiale delle cerimonie religiose”): da qui si diffonde con straordinaria celerità in tutte le lingue europee.

Un ultimo accenno merita l’etimologia. Liturgia indica propriamente l’operare (érgon) in favore del leiton: questa parola, peraltro rara, indica nella città la sede del tribunale o di quelli che oggi chiameremmo gli uffici amministrativi. Quindi propriamente liturgia è il lavorare per la casa comune, accettando di mettere a disposizione i propri beni o il proprio operare per la comunità. A sua volta leiton è una derivazione da laós “popolo”, e laós è la parola da cui derivano “laico, laicale, laicità”, parole che in origine indicano in modo neutro chi non appartiene al clero, ma che hanno assunto poi le implicazioni di significato che ben conosciamo. 

Così colleghiamo alla fine la liturgia con la laicità. La riflessione sulle parole certe volte riserva sorprese e porta a riconoscere collegamenti che non ci aspetteremmo.

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