STATO-MAFIA/ Che cosa sarebbe la mafia senza lo Stato?

- Salvatore Sechi

Lunedì Totò Riina ha dato la sua disponibilità a rispondere alle domande dei pm sulla trattativa Stato-mafia. Di lunedì anche l’intervista di Pietro Grasso al “Corriere”. SALVATORE SECHI

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Foto da Wikipedia

Com’è noto, Totò Riina ha dato la sua disponibilità a rispondere alle domande dei pm in aula durante il processo sulla trattativa Stato-mafia. La notizia è di lunedì, e viene spontaneo associarla all’intervista che Pietro Grasso, attuale presidente del Senato, ha reso al Corriere della Sera in occasione dei 25 anni della sentenza del maxiprocesso di Palermo, di cui Grasso scrisse la sentenza. “La mafia fu il braccio armato ancora non sappiamo per conto di chi”, il titolo di per sé così significativo.

Grasso ha ragione: nell’analisi dell’attività delittuosa della mafia, soprattutto per il biennio 1992-1993, non sappiamo molte cose perché debole, cioè parziale o volatile, continua ad essere l’approccio al fenomeno.

Lo dimostra un fatto macroscopico. Non siamo in grado di dire se gli assassinii individuali del 1992 (a carico di Salvo Lima, dei fratelli Antonino e Ignazio Salvo, di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino) e quelli collettivi (di natura stragista) del 1993, con l’assalto al patrimonio artistico di Roma, Firenze e Milano, siano da considerare un fatturato positivo per Cosa nostra.

Anzi, per diversi aspetti si può dire che il bilancio fu negativo e determinò in seno a Cosa nostra un forte dibattito. Si concluse, anche per la cattura (con un’operazione di grande rigore da parte del governo guidato da Giuliano Amato) di Totò Riina, il 15 gennaio del 1993 con la vittoria della linea “imprenditoriale” (cioè di badare solo al dividendo economico) da parte di Bernardo Provenzano.

Né è stato fino ad oggi chiarito il mistero per cui, durante il governo Ciampi (aprile 1993-maggio 1994), il ministro Guardasigilli Giovanni Conso revocò il carcere duro (ex art. 41-bis dell’ordinamento penintenziario) a centinaia di boss reclusi. Come noto, i magistrati del Tribunale di Palermo Nino Di Matteo, Antonio Ingroia, Vittorio Teresi e altri vi hanno ravvisato l’inizio di una trattativa avviata dallo Stato con i boss mafiosi. 

Ed è sorta immediata la domanda: se sedersi intorno a un tavolo, come fecero l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino (in rappresentanza dei suoi amici e compari corleonesi Riina e soprattutto Provenzano), da un lato, e dall’altro i Carabinieri Mario Mori e Giuseppe De Donno, avesse avuto come conseguenza — secondo la convinzione di Conso — la sospensione di violenze, aggressioni e massacri, come mai questa linea di condotta (diciamo pure di plateale cedimento alla criminalità) non è stata sperimentata negli anni precedenti? Si sarebbero evitate migliaia di vittime, non di rado innocenti e di devastazioni. 

Mi pare opportuno essere più preciso. Cosa nostra imbroglia i rappresentanti dello Stato offrendo loro come terreno di intesa una serie di punti (dodici) elencati nel famoso “papello” concordato tra Riina e Ciancimino. Esso contiene anche elementi di pura e semplice disgregazione dei principi dello Stato di diritto, cioè l’abolizione di sanzioni, compresa la pena di morte, e soprattutto il 41-bis, introdotto nell’ordinamento penitenziario dal governo Amato su iniziativa dei ministri Claudio Martelli ed Enzo Scotti (in realtà del giudice Giovanni Falcone) per creare un regime detentivo insopportabile, anche con aspetti inumani, per i mafiosi reclusi nelle carceri di massima sicurezza. Ma la decisione del Guardasigilli Conso di derogare a questa normativa viene assunta con grande (e incredibile) “discrezione”, cioè all’insaputa del capo dello Stato, del  presidente del Consiglio, del ministro dell’Interno Nicola Mancino, dell’intera catena gerarchica del ministero della Giustizia. 

In secondo luogo ignoriamo se la cupola nei numerosi delitti commessi si sia avvalsa  della collaborazione di altri poteri criminali, interni e/o internazionali, o addirittura, come  suggerisce il giudice Pietro Grasso nell’intervista resa al Corriere, abbia agito per conto di essi.

Per mettere i puntini sulle i: si può escludere la partecipazione dei boss ai tentativi di colpo di stato che dopo il 1970 furono portati avanti dal principe nero Junio Valerio Borghese o tentati di recente quando premier era Carlo Azeglio Ciampi? Ci fu una qualche forma di collaborazione alla strage della scorta di Aldo Moro o a quella, di proporzioni spaventose, del 2 agosto 1980 nella stazione centrale di Bologna? E’ un fatto che, dal punto di vista delle opzioni politiche, Cosa nostra ha espresso un orientamento prevalentemente a favore dell’estrema destra.

Aggiungerei un ulteriore elemento che ci riporta alle origini del fenomeno mafioso.

Almeno per la fase post-risorgimentale della nostra storia non siamo in grado di dire se la mafia sia un’organizzazione che si configura come anti-stato o come, in qualche modo, una struttura non articolata ma autonoma, che coabita ed è interrelata ad esso. Qualcosa che, come ha detto il killer (pentito) Salvatore Cancemi, e ha ricordato il pm palermitano Nino Di Matteo: “Senza gli agganci con il potere, la mafia sarebbe solo una banda di sciacalli. E se non smantellate quei rapporti, sarà come una malapianta che ricresce sempre quando la tagli, più forte di prima”.

A questo intrinseco rapporto della mafia con lo Stato, e in generale con la politica, facevano riferimento, nel 1876, due grandi liberali (di origine risorgimentale) come Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino e successivamente uno studioso come  Gaetano Mosca. Chiamiamolo pure un passato che non passa. La trattativa iniziata  verso la fine del 1991 avviene tra quella che Franchetti nel lontano 1876 aveva chiamato “la classe media facinorosa” (rappresentata da Cosa nostra, che intimidisce, compie soprusi e pratica la violenza) e chi dall’alto e dall’interno del potere politico, dello Stato, l’ha manovrata e indirizzata, come un pupo. Grazie ad un intellettuale e uomo politico che si rifaceva al liberalismo al liberalismo risorgimentale, dunque, tutto si può dire dei boss meno che siano stati l’anti-Stato.

Se non ci poniamo questi problemi non risolveremo il dubbio che ci coglie come studiosi. 

Quando Cosa nostra cessa di essere un’organizzazione criminale (ma non solo  criminale) che si serve di aggressioni, intimidazioni e ricatti, per diventare un’organizzazione eversiva, che pratica la politica delle stragi per imporre governi   ad essa favorevoli?

Finora è mancata la prova che l’obiettivo di Riina e Provenzano fosse di incorporarsi  nell’architettura della Seconda Repubblica e fare una sorta di fronte comune con Berlusconi (cioè con Forza Italia) contro i vecchi partiti.

Una volta enumerate le questioni cruciali che restano aperte, dobbiamo, però, soggiungere che alcune delle fonti di cui come studiosi ci serviamo hanno prospettato alcuni dei problemi qui accennati. 

Mi riferisco, per esempio, alle fonti di polizia e penitenziarie come la Direzione investigativa antimafia, il Servizio centrale operativo della Polizia di Stato, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, ecc. e alle analisi di dirigenti come Stefano Parisi, Antonio Manganelli, Gianni De Gennaro. Spesso di grande interesse è la riflessione di magistrati come Niccolò Amato, Gabriele Chelazzi, Piero Grasso, Sergio Lari, Giuseppe Quattrocchi, Salvatore Scaduti, Pierluigi Vigna ecc. Di fronte alle stragi non si sono limitati a indicare l’origine mafiosa, ma a prospettare l’ipotesi che Riina avesse agito di concerto con altre organizzazioni criminali.

E’ difficile escluderlo, se si pensa che mai Cosa nostra ha usato armi di distruzione di  massa che facessero saltare in aria pezzi di autostrade (com’è avvenuto, per esempio, a Capaci) o intere stazioni ferroviarie. Questa, infatti, è sempre stata una tecnica di lotta propria del terrorismo di origine libanese o arabo-palestinese.

 

S. Sechi è autore del volume “La trattativa Stato-mafia sul carcere duro”, Goware, Firenze 2016 e ne sta completando un secondo su “I governi di centro-sinistra, il 41-bis e la mafia”.

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