GIORNO DEL RICORDO/ In un lembo di terra il dramma di un popolo

- Raffaele Iannuzzi

L’attenzione dei media nei confronti del Giorno del ricordo va a dir poco scemando. Per questo non è inutile precisarne i motivi e ripassare la storia. RAFFAELE IANNUZZI

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Imbarco sul "Pola" (Foto dal web)

Dalla fonte più citata e criticata del web, Wikipedia: “Il Giorno del ricordo è una solennità civile nazionale italiana, celebrata il 10 febbraio di ogni anno. Istituita con la legge 30 marzo 2004 n. 92 essa vuole conservare e rinnovare ‘la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale’. Al Giorno del ricordo è associato il rilascio di una medaglia commemorativa destinata ai parenti delle persone soppresse e infoibate in Istria, a Fiume, in Dalmazia o nelle province dell’attuale confine orientale dall’8 settembre 1943 al 10 febbraio 1947. Sono esclusi dal riconoscimento coloro che sono stati uccisi mentre facevano volontariamente parte di formazioni non a servizio dell’Italia. La data prescelta è il giorno in cui, nel 1947, fu firmato il trattato di pace che assegnava alla Jugoslavia l’Istria e la maggior parte della Venezia Giulia”.

L’attenzione dei media e del popolo italiano nei confronti del Gdr va a dir poco scemando, quindi non è inutile richiamare anche il testo della legge che ha istituito questa solennità civile nazionale: “1. La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale ‘Giorno del ricordo’ al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale. 2. Nella giornata […] sono previste iniziative per diffondere la conoscenza dei tragici eventi presso i giovani delle scuole di ogni ordine e grado. È altresì favorita, da parte di istituzioni ed enti, la realizzazione di studi, convegni, incontri e dibattiti in modo da conservare la memoria di quelle vicende. Tali iniziative sono, inoltre, volte a valorizzare il patrimonio culturale, storico, letterario e artistico degli italiani dell’Istria, di Fiume e delle coste dalmate, in particolare ponendo in rilievo il contributo degli stessi, negli anni trascorsi e negli anni presenti, allo sviluppo sociale e culturale del territorio della costa nord-orientale adriatica ed altresì a preservare le tradizioni delle comunità istriano-dalmate residenti nel territorio nazionale e all’estero”.

Giorno del ricordo, dunque. Qualche riflessione a margine. Intanto, ricordare non equivale a fare memoria. Il ricordo è per sua natura personale e si intreccia inevitabilmente con il vissuto individuale e relazionale; mentre la memoria è collettiva ed ha un impianto universalmente riconoscibile, il che non vuol dire universalmente riconosciuto. In fatto di memoria non condivisa, noi italiani ne sappiamo qualcosa.

Dunque, un primo appunto sul copione: qui si dice “ricordo” ma, in realtà, trattasi di “memoria”. Solo che il giorno della memoria è già intestato, per così dire, e così si è optato per “ricordo”, così, a spanne, potremmo ricostruire le ragioni di questa di per sé non particolarmente felice definizione. 

Perché si tratta di memoria e non di ricordo? Semplicemente perché con il Gdr si parla di noi, degli italiani, di un pezzo di popolo che ha subito una deportazione forzata dai territori di origine, nella cornice di un accordo trasversale che ha messo sul piatto circa 300mila destini individuali. La vicenda, citata qua e là, appare nota ma non lo è affatto, visto che si snoda attraverso alcuni passaggi, tanto cruciali quanto rimossi, della storia del ‘900 e alcuni movimenti da parte degli Alleati anglo-americani, che hanno coinvolto il tornante vischioso della celeberrima Zona A, il cosiddetto “Territorio libero di Trieste”, appartenente all’Italia, distinta dalla Zona B, della Jugoslavia. 

Il punto focale, che tutto compendia e tutto ingarbuglia è il Memorandum di Londra del 5 ottobre 1954. Tra Parigi 1947 e Londra 1954 si è vagliato e sancito il periclitante accordo tra il mondo occidentale a guida angloamericana e il mondo comunista. Sul piatto, le vite degli infoibati, rei di essere italiani che, dall’armistizio in poi, vengono scaraventati nelle “foibe”, subendo un destino che anche solo a descriverlo desta orrore. 

Lo dico per i più giovani: le foibe sono quelle cavità carsiche di origine naturale normalmente a strapiombo. Quindi, basta immaginare la scena di un povero disgraziato o una povera disgraziata scaraventati nel cuore della terra, legati mani e piedi, dopo aver subito sevizie di ogni sorta. Martiri fra i più noti di questa persecuzione degli italiani sono Norma Cossetto, don Francesco Bonifacio, molti Carabinieri, appartenenti al Corpo della Guardia di Finanza, insomma ce n’è per tutti. I comunisti titini non si sono fatti mancare proprio niente e hanno massacrato, per usare una metafora, sparando davvero nel mucchio. Bastava essere italiani, insomma. 

Venivano chiamati “fascisti” e tanto bastava alla propaganda comunista per fare la mattanza, invece erano solo italiani. Simone Cristicchi, con il suo spettacolo teatrale “Magazzino 18”, ha contribuito a risvegliare dal torpore anche una parte della vecchia classe politica comunista, tant’è vero che un noto esponente di questo mondo ideologico dichiarò, dopo aver visto il dramma teatrale, di provare sconcerto per fatti così impressionanti e da lui completamente ignorati. Si chiama ignoranza, ma in questo caso, una certa responsabilità personale ha giocato il suo ruolo. D’altra parte, il pregiudizio ideologico è una distorsione cognitiva e ogni volta non possiamo che confermare questo assunto, corroborato da una moltitudine di studi interdisciplinari. 

Il grande silenzio su tutto questo sfacelo novecentesco — complici l’internazionale comunista al gran completo, i dissidi interni al comunismo, gli inglesi e gli americani, che stavano costruendo il futuro del mondo, nello scenario della Guerra fredda, con i resti dei popoli sconfitti, fra cui anche l’Italia — era calato inesorabile e, si sa, chi perde, nella storia, ha sempre torto, anche quanto ha tutte le ragioni dalla sua parte. 

E’ sempre duro da ammettere, ma così è. Il futuro del mondo, la nuova geopolitica si è costruita su questi assi ed a quelle latitudini, anche ideologiche, dunque il Gdr piomba su un cascame reazionario di stampo veterocomunista e profondamente ipocrita e farisaico che anche oggi giustifica, sempre meno a dire il vero, lo scempio delle foibe buttandola in caciara sul fascismo e sui fascisti residenti in quelle terre.

In realtà, l’azione politico-sociale da parte del fascismo fu importante per quelle terre, italianissime, e produsse una legislazione sociale e del lavoro avanzata, quasi la piena occupazione, una coesione sociale anche a vantaggio delle popolazioni jugoslave, quindi, a ben guardare, tutto questo capitolo andrebbe completamente riletto. 

Perché ha ancora senso oggi il Gdr? Perché, con esso, non si ricorda, nel tentativo di fare memoria comune, soltanto la tragedia delle foibe e la vicenda dell’esodo giuliano-dalmata, il che, secondo qualcuno, basterebbe e avanzerebbe. Ciò che si fa, in questo giorno, è richiamare, non solo simbolicamente, anche il percorso storico che, dalla fine della seconda guerra mondiale, ha condotto sino ai nostri giorni. Ciò ha un senso perché l’italianità ha a che fare profondamente con quelle terre, visto che Tommaseo e i primi sviluppi lessicali dell’italiano provengono da quelle aree. Non solo. Anche perché la Guerra fredda si è in parte decisa a partire dal combinato disposto foibe-esodo. Di più: perché la memoria di un popolo o è integrale o non è. E poi perché tutto ciò aiuta la sinistra, oggi letteralmente a pezzi, un cascame della storia, smarrita e priva di ogni forma politico-culturale e identità, a capire che un pezzo del suo “album di famiglia” è rosso, sì, ma anche del sangue di quei martiri. Last but not least, perché il ‘900 è un secolo tragico anche a causa delle foibe e dell’eccidio del popolo istriano e giuliano-dalmata. Senza memoria non c’è futuro e in qualche modo, ricompresa la memoria, il futuro può, a quel punto, perfino promanare dallo stesso futuro. 

In conclusione, dunque, ancora una volta: si tratta, come dovrebbe ormai essere chiaro, di “memoria”, non di un semplice, ancorché rispettabile, “ricordo”. Perché, da quelle parti, come recita il titolo di una memorabile canzone, “anche le pietre parlano italiano”.

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