LETTURE/ Un umile persecutore di cristiani in Paradiso: Dante e il caso Traiano

Nella Commedia il cielo di Giove accoglie le anime dei prìncipi giusti. Qui Dante è stupito di trovarvi Rifeo e Traiano. Una spiegazione per il primo c’è, meno per il secondo. MORENO MORANI

07.02.2017 - Moreno Morani
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Una copia della Commedia risalente al Seicento (LaPresse)

Il cielo di Giove accoglie le anime dei prìncipi giusti. Secondo la visione dantesca (Paradiso canto XX) esse formano l’immagine di un’aquila, simbolo del potere imperiale, e nell’occhio dell’aquila stanno sei anime di personaggi eminenti. Dante è stupito nel vedere, insieme con due personaggi della storia biblica e due principi cristiani, due pagani: uno è Rifeo, un personaggio minore dell’Eneide virgiliana, che cadde combattendo per la difesa di Troia e che Virgilio definisce persona “giustissima fra tutti i Troiani”, l’altro è l’imperatore Traiano. La presenza dei due personaggi in Paradiso ha motivazioni diverse, e dà a Dante l’occasione di inserirsi in un dibattito particolarmente vivo ai suoi tempi, se vi possa essere salvezza anche per i non battezzati, i quali, secondo la formulazione della Summa theologica di san Tommaso, non possono comunque essere salvati senza la mediazione di Cristo. Rifeo avrebbe recuperato nell’intimo della sua coscienza retta e dedita alle virtù la percezione della nostra redenzione futura, e se ebbe la salvezza fu in grazia di un’implicita fede nella divina Provvidenza: la presenza di Rifeo invita quindi a non giudicare mai, perché neppure gli angeli e le anime beate sono in grado di discernere fino in fondo il mistero della volontà divina.

Diversa la vicenda di Traiano e la ragione della sua presenza in Paradiso. Secondo una leggenda variamente diffusa in numerosi testi medievali, storici, teologici e anche letterari (oltre a Dante va ricordata una novella del Novellino), l’imperatore, di cui ricorre quest’anno il 1900esimo anniversario della morte, ottenne, grazie alle preghiere del Papa San Gregorio Magno, una grazia unica: la possibilità di ritornare in vita per il tempo necessario a convertirsi e a ricevere il battesimo: perché, come afferma l’insegnamento dei Vangeli, il regno dei cieli patisce violenza, e il “caldo amore” e la “viva speranza” dell’uomo possono convincerlo a ottenere anche i miracoli più impensabili: ma la volontà divina accetta di lasciarsi vincere dalla preghiera umana “perché vuole esser vinta”. L’unicità del miracolo non consiste tanto nel fatto che Traiano sia ritornato in vita: leggiamo in san Tommaso, che al pari di Dante conosce questa tradizione (Summa III, suppl., 71, 5), che anche di altri personaggi si conoscono rinascite prodigiose, anche di idolatri e anime dannate, ma dall’Inferno non si esce per ottenere un destino migliore: “non si riede giammai a buon voler”), invece per Traiano il ritorno in vita è l’accesso alla beatitudine eterna. 

Questo poneva ai teologi problemi delicati: è lecito pregare per le anime dannate che non possono ricevere benefici dalle nostre preghiere? e come può essere revocata una condanna eterna? Traiano poté sperimentare la grazia della liberazione dall’Inferno perché, secondo il suggerimento di Tommaso, la condanna gli era stata come sospesa in attesa del giorno del giudizio.

Ma quale grande merito dell’imperatore romano suscitò l’attenzione e le preghiere di Papa Gregorio e, attraverso esse, questa grazia così speciale? C’è un episodio della sua vita che mostra la sua pietà e la sua umiltà, un episodio ricordato anche nel Purgatorio, e precisamente nella cornice dei superbi (canto X). In una raffigurazione l’imperatore è proposto alle anime purganti come modello di umiltà. In procinto di partire per una campagna militare, avrebbe ceduto alle insistenti preghiere di una donna vedova che chiedeva giustizia per il figlio ucciso da alcuni malfattori, e avrebbe rimandato la partenza fino al momento in cui fosse stata resa giustizia alla donna. Il detentore di un potere assoluto ed immenso sarebbe sceso da cavallo per esaudire una donna del popolo (“ad audiendam mulierculam plorantem” scrivono le cronache medievali) e questo gli avrebbe valso la fama di imperatore giusto e attento alle suppliche dei sudditi, tanto da provocare l’ammirazione di Papa Gregorio, che, a distanza di secoli, fu acceso da singolare simpatia per lui mentre a Roma si aggirava fra i monumenti che lo ricordavano (il Foro e il Mercato che si possono vedere ancora oggi, la splendida Colonna Traiana che raffigura la conquista della Dacia).

Gli storici antichi sono concordi nel dare una valutazione positiva dell’impero di Traiano, che si protrasse per quasi un ventennio (96-117). Fu attivo e resse con discernimento l’impero tanto nell’ambito dell’amministrazione quanto nell’attività militare. Con lui l’impero raggiunge la sua massima estensione, e tra le sue compagne va ricordata la conquista della Dacia (all’incirca l’odierna Romania). Questa lontana regione danubiana fu colonizzata dai romani in modo così profondo da rimanere nell’orbita della latinità anche nei secoli successivi fino ad oggi: il rumeno è un’isola di latinità linguistica immersa tra lingue di ceppo completamente diverso.

Nei confronti dei cristiani l’atteggiamento di Traiano fu ambivalente. In una lettera famosa un amico dell’imperatore, Plinio il giovane, funzionario romano in Bitinia (ne era il governatore), non sapendo pressoché nulla dei cristiani, se non i pregiudizi diffusi all’epoca (una setta di fanatici dediti a una superstizione oscura che adora divinità insensate con riti strampalati), chiede all’imperatore una norma di comportamento. Traiano risponde (cosiddetto “Rescritto di Traiano”) con una serie di istruzioni dettate da prudenza e buon senso, ma giuridicamente inconsistenti. I cristiani sono da condannare in quanto disattendono apertamente l’autorità di Roma, cosa che si verifica quando si rifiutano di offrire sacrifici agli dèi tradizionali (e quindi, implicitamente, al genio dell’imperatore): perciò devono pagare questa esplicita insubordinazione con le confische dei beni o con la morte, ma non si deve condurre alcuna indagine contro di loro (“conquirendi non sunt“) e soprattutto non devono essere perseguiti sulla base di denunce anonime. 

Una inaccettabile soluzione di compromesso, come rilevarono già scrittori cristiani di poco successivi, quali Tertulliano: una volta stabilito che essere cristiani è un delitto che mina l’autorità dello Stato, compito della giustizia sarebbe quello di indagare per punire chi delinque: fare finta di non vedere (in sostanza “lasciali vivere finché non danno fastidio”) non è una soluzione plausibile.

I Padri della Chiesa non mostrarono grande simpatia per Traiano: Agostino nel De civitate Dei (XVIII 52) lo mette nella lista degli imperatori che perseguitarono i cristiani, mentre Eusebio nella sua Storia della Chiesa (III 33) lo ricorda come un principe che ha chiuso gli occhi di fronte alle persecuzioni anche violente perpetrate dalle autorità locali. Durante il suo regno patirono il martirio molti cristiani, fra cui anche personalità di rilievo, come Ignazio vescovo di Antiochia e autore di alcune importanti lettere a diverse comunità cristiane. Come poi sia nata la tradizione che ce lo fa ritrovare in Paradiso, è questione tuttora dibattuta fra gli studiosi.

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