LETTURE/ Così Occhetto ha consegnato l’Italia ai magistrati

- Salvatore Sechi

Il secondo articolo dedicato da SALVATORE SECHI al libro di Ferdinando Cionti, “Il patto segreto di Tangentopoli tra Pool e Pds”. Una spiegazione giusta ma solo parziale

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Foto di repertorio, La Presse

Come mai il Pds (erede del Pci) è stato il partito ad essere meno implicato nei reati di abuso di potere, corruzione e concussione passati al vaglio del pool di Mani pulite?

Da queste accuse sono usciti distrutti quanti, come la Dc e il Psi, hanno collaborato con essi negli enti locali, nei grandi apparati pubblici (industriali e finanziari) o al governo.

Si potrebbe anche sostenere, sulla base delle confessioni del dirigente comunista milanese Gianni Cervetti, che l’assegno, rigorosamente in dollari, staccato ogni mese dai compagni sovietici consentiva (come ricorda Ernesto Galli della Loggia nel volume Credere, tradire, vivere, Il Mulino 2016) di far fronte ad una parte consistente delle spese di mantenimento dell’organizzazione e dei suoi apparati. Nessuna altra forza politica italiana nel dopo guerra, ai tempi della guerra fredda, ha potuto contare su un tale ricco “soccorso rosso”.

Si tratta di un bilancio pesante per un paese occidentale. Ma quando, insieme al ministro della Giustizia Giovanni Conso, il premier Giuliano Amato, nel 1992-1993  provò a varare una legge punitiva del finanziamento illecito dei partiti senza pregiudicare il ricorso dei giudici ai reati di corruzione e concussione, entrambi furono investiti da un’ondata furente di giustizialismo. Il clima era di caccia agli untori. Si volevano tagliare le teste e non punire gli illeciti.

A rimettere le mani su quel periodo, affidandosi ai fatti e ai protagonisti è, come abbiamo scritto nel precedente articolo, un avvocato e saggista milanese, Ferdinando Cionti. Nel libro citato (Il patto segreto di Tangentopoli tra Pool e Pds (Libertates libri editore, Milano 2017) l’autore è molto circospetto. Non afferma niente che non sia avallato da prove. Si tratta di dichiarazioni, confessioni, ricordi di magistrati come Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo, Piercamillo Davigo eccetera. Ad essi si deve l’ammissione che la sanzione giudiziaria di cui si sono prevalentemente serviti per costringere gli imputati a confessare o ad accusare altri era anche quella della carcerazione preventiva. Gli imputati, pur non essendo iscritti nell’album degli indagati, venivano trattenuti nelle prigioni di Stato fin quando non si auto-accusavano dei reati loro contestati, non fornivano prove e non coinvolgevano altri.

La consapevolezza che si trattava di un comportamento abusivo era compensata   dalla considerazione che il fine per il quale tali illeciti erano compiuti coincideva col   bene della nazione. 

Nasce con questa tecnica inquisitoria la “repubblica giudiziaria”. Il segno più visibile ancora oggi è che la notizia di essere indagati, invece di venire percepita come uno strumento di difesa, è sentita come una dichiarazione di condanna, cioè di essere colpevoli.

Quando ebbe luogo questa radicale trasformazione del nostro sistema penale? 

Ferdinando Cionti la situa intorno alla metà di aprile 1992, cioè alcune settimane dopo le elezioni politiche. Il Pci perse allora intono al 10 per cento e la Dc il 5 per cento. I governi quadripartiti erano impossibili. Craxi propose allora agli ex comunisti di trovare un’intesa per creare un governo fondato sui tre partiti aderenti all’Internazionale socialista, cioè Pci, Psi, Psdi. Ma all’ultimo momento Occhetto si tirò indietro e Craxi dovette tornare alle vecchia politica delle alleanze con la Dc.

L’interpretazione che viene data ha un fondamento logico-deduttivo, ma non mi pare una prova certa. Infatti in seguito alla rottura creatasi a sinistra, la magistratura milanese trovò un solido punto di appoggio nel Pci, che venne esentato  dalle responsabilità messe in carico a tutti gli altri partiti. 

Obiettivo comune fu quello di distruggere il ruolo del Psi e in particolare far pagare a Craxi e al gruppo dirigente socialista l’illusione di potere essere autonomi e autosufficienti.

Questo “patto segreto” ha influenzato fino ad oggi l’atteggiamento dei giudici nei confronti della politica. Invece di limitarsi ad essere (come stabilisce la Costituzione) un ordine, si sono trasformati in un potere sovrano. Invece di punire i reati, puntano a moralizzare la vita pubblica, insegnare come si fa politica e come si governa.



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