LETTURE/ Ovidio, quel poeta disimpegnato che piaceva a Dante

- Moreno Morani

Circa duemila anni fa moriva dopo una decina di anni d’esilio a Tomi, in Scizia, il poeta latino Ovidio. I suoi versi raffinati sono stati più popolari in passato che oggi. MORENO MORANI

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Foto dal web

Circa duemila anni fa (sulla data precisa c’è qualche incertezza) moriva dopo una decina di anni d’esilio a Tomi, in Scizia, il poeta latino Publio Ovidio Nasone. Tomi era un lontano e squallido borgo sulle rive del mar Nero, nella zona dove oggi sorge la città termale di Costanza, amena e frequentata località turistica della Romania. Allora era per i Romani un territorio semibarbaro in una regione remota e impervia, acquisita da pochi decenni all’impero, il luogo ideale per relegarvi un personaggio la cui presenza a Roma era divenuta ingombrante, per motivi che non conosciamo e sui quali il poeta stesso, in genere espansivo nel descrivere tante sue vicende personali, preferisce sorvolare o fare allusioni velate e reticenti, parlando in modo molto sfumato di un error (una trasgressione? una relazione con qualche donna della famiglia di Augusto?) e di un carmen, un componimento poetico forse ritenuto licenzioso in un contesto di accentuata intonazione moralistica. Ma delle reali motivazioni della sua caduta in disgrazia non sappiamo nulla.

Al momento della morte Ovidio aveva poco più di sessanta anni: era nato a Sulmona nel 43 a.C., e dopo un percorso di studi e di viaggi che lo aveva portato anche in Grecia e in Sicilia si era stabilito a Roma, dove era entrato in contatto coi più prestigiosi circoli letterari e si era fatto conoscere e apprezzare per le sue doti di letterato e poeta.

La sua formazione poetica ci viene raccontata dal poeta stesso, che in uno dei suoi ultimi carmi (Tristia IV 10) delinea brevemente le vicende della sua giovinezza. Il giovane è portato naturalmente alla scrittura poetica, e il padre tenta di dissuaderlo perché la poesia non è la strada più breve per diventare ricchi. Ovidio si propone di ubbidire ai consigli paterni e cerca di coltivare la scrittura in prosa, ma tutto quello che scrive sembra organizzarsi quasi magicamente in metrica: “Spontaneamente il carme trovava i metri adatti e ciò che cercavo di scrivere era verso”. Questa straordinaria predisposizione costituisce insieme merito e limite, perché la facilità nello scrivere può fare inclinare a una sostanziale superficialità, può fare dimenticare quella necessità di lavoro di limatura e di revisione che è necessario alla poesia. Del suo contemporaneo Virgilio si racconta esattamente l’opposto: Virgilio (secondo quanto ci narrano le biografie antiche) in una giornata di lavoro scriveva solamente pochi versi: componeva un certo numero di versi la mattina, e poi per tutto il corso della giornata li rivedeva e li ritoccava, fino a ridurre il tutto a pochi versi, e diceva di sé stesso che operava come mamma orsa, che dà forma ai suoi piccoli leccandoli.

Virgilio e Ovidio, pur appartenendo allo stesso clima culturale, e pur essendo entrambi ben inseriti nella temperie di restaurazione culturale e di valorizzazione della storia e della tradizione romana sponsorizzata dalla politica augustea, sono due figure speculari. Il richiamo alla mitologia patria dà a Virgilio l’occasione di rivivere in modo appassionato e partecipe figure e fatti dell’antichità, di approfondire la psicologia e l’anima di personaggi di un passato remoto che rimane parte integrante di una memoria e di una identità, mentre per Ovidio in genere è solamente l’occasione per intessere racconti. A questa sua attitudine alla narrazione peraltro è legata la sua fama: la sua opera principale, il poema in quindici libri Le Metamorfosi, è in sostanza privo di trama: è una ininterrotta serie di episodi che hanno come unico filo conduttore la trasformazione del personaggio in qualche cosa d’altro (animale o albero o corpo celeste o altro ancora). Pur con questo limite, il suo modo di raccontare, colla sua raffinatezza e col suo uso misurato del patetico, è spesso affascinante e avvince il lettore, e poco importa che questo dipenda da consumata perizia tecnica piuttosto che da sincerità di ispirazione: le cronache recenti narrano di un collegio americano che ha messo al bando Ovidio, perché i suoi racconti impressionavano gli studenti fino a causare crisi di insonnia.

Ovidio è il cantore di una società elegante e disimpegnata. I suoi carmi toccano spesso argomenti futili della vita quotidiana: il trucco delle donne (Medicamina faciei), la tecnica per rimorchiare una ragazza o un uomo, per intrecciare un flirt o per avviare una relazione (Ars amatoria), la tecnica per liberarsi dai patemi d’amore (Remedia amoris). La sua produzione è ampia, e nella sua ampiezza fatalmente diseguale.

Diversamente da altri poeti antichi (compreso Omero), la cui fortuna conobbe nei secoli alti e bassi anche notevoli, la poesia di Ovidio ebbe, fino ai giorni nostri, una fama ininterrotta. Dante lo include tra gli “spiriti magni” che dimorano nel castello del Limbo con Omero, Orazio e Lucano: essi sono considerati all’epoca i più grandi poeti dell’antichità dopo Virgilio. La presenza temporanea di Virgilio e Dante insieme con questi quattro permette un dialogo fra sei figure di sommi poeti, e Dante può vantarsi di essere sesto tra cotanto senno. Gli influssi di Ovidio sulla Divina Commedia sono vari e numerosi, e i suoi poemi costituiscono una fonte inesauribile a cui Dante può attingere. Anche altri sommi poeti, come Shakespeare, usarono Ovidio come fonte.

Solamente ai nostri giorni si è operata, da parte di alcuni critici, e comunque in modo cauto, una svalutazione della figura di Ovidio, perché la nostra epoca predilige figure poetiche impegnate con l’umano, e la scrittura elegante, ma un po’ superficiale, di un poeta come Ovidio sembra più lontana dai nostri gusti. Eppure non si può negare che nell’ampio materiale che il poeta ci ha lasciato vi siano passaggi dai quali emerge un’ispirazione poetica sincera: basti leggere all’inizio delle Metamorfosi la descrizione dell’origine dell’universo e dell’uomo per rendersi conto di come il poeta abbia momenti di riflessione profonda e di come la poesia della Roma pagana possa ancora fare riflettere l’uomo di oggi.

Ovidio, come detto, ebbe fama e apprezzamento tra i contemporanei. Poi questa fama si interrompe improvvisamente e giunge inatteso il decreto dall’autorità imperiale che destina il poeta all’esilio: in una notte drammatica, rievocata con tono dolente in pagine famose, il poeta viene strappato all’affetto dei suoi cari e mandato nella sua lontanissima dimora. Da Tomi, Ovidio inoltra continuamente richieste per ottenere una grazia, ma le sue suppliche non ottengono nulla, il che risulta abbastanza singolare perché tra gli elementi portanti della politica augustea ha molto rilievo quello di far risaltare la rinnovata concordia fra i cittadini dopo decenni di guerre civili. Nemmeno il permesso di essere sepolto in patria gli fu concesso. Ovidio termina la sua vita a Tomi, dove scrive carmi dal tono mesto (le raccolte delle Lettere dal Ponto e dei Tristia), che trasudano nostalgia per la vita passata e poca speranza per il futuro. Negli ultimi e infelici anni di vita il poeta si sente come un estraneo in una città squallida, tra gente che nemmeno capisce la sua lingua: al punto che sarà lui stesso a dovere imparare la lingua locale (il getico), e a produrre carmi in questa lingua: si tratta di un fatto assolutamente originale, perché un romano dell’epoca difficilmente avrebbe considerato degna di interesse una lingua diversa dal latino o dal greco. L’avere scritto carmi in getico mostra un atteggiamento insieme di rassegnazione e di adattamento culturale in una situazione che ormai si profila come definitiva (non vi è più speranza di un ritorno al passato).

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