STORIA/ Rivoluzione russa, il sogno infranto di “un mondo mai visto”

- Francesco Braschi

Perché occuparsi della rivoluzione russa oggi? Che quella svolta della storia abbia qualcosa da dire al nostro presente? La mostra di Russia Cristiana al Meeting di Rimini. FRANCESCO BRASCHI

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Trockij, Lenin e Kamenev nel 1919 (Foto dal web)

Una mostra per raccontare Il sogno infranto di “un mondo mai visto”, ovvero l’utopia di liberazione universale che fu alla base della rivoluzione russa, viene proposta da Russia Cristiana al Meeting 2017, a cento anni esatti da quel 1917 che si può annoverare a buon diritto tra gli anni più importanti e drammatici non solo per la Russia, ma per la storia universale. 

Iniziato con lo zar Nicola II ancora regnante e conclusosi con Lenin in qualità di presidente del Consiglio dei commissari del popolo, il 1917 vede nel corso del suo svolgersi prima nascere e poi naufragare la speranza di un governo costituzionale per la Russia, il tentativo di superare l’assolutismo zarista e il precipitare nel totalitarismo bolscevico, nell’evidenziarsi di un’impressionante voragine — fatta di delegittimazione del potere costituito, di inefficienza delle istituzioni civili e militari, di incomunicabilità tra le componenti della società, di riluttanza ad esercitare il potere da parte degli esponenti dei governi provvisori — nella quale si inabissa ogni possibilità di evoluzione democratica di una intera nazione. 

Un anno, il 1917, nei cui ultimi sessanta giorni si assiste, da parte del governo presieduto da Lenin, all’emanazione di una serie di decreti (abolizione della stampa “borghese”; “socializzazione” delle terre coltivabili; abolizione di tutti i tribunali, delle indagini preliminari e dell’avvocatura e loro sostituzione con i “tribunali rivoluzionari”; controllo operaio di tutte le fabbriche; nazionalizzazione delle banche; istituzione della Ceka, primo organo repressivo di fatto al di sopra di ogni legge; riconoscimento del solo matrimonio civile) che mostrano già con tutta chiarezza l’intenzione dei rivoluzionari: non tanto e non solo operare un cambiamento di regime politico per una redistribuzione dei poteri e un rimescolamento del ruolo delle diverse componenti sociali, bensì produrre il rivolgimento totale della vita di un intera nazione — ma era solo l’inizio, dal momento che la prospettiva, almeno agli inizi, era quella di una progressiva espansione e universalizzazione dell’esperienza rivoluzionaria — con la prospettiva di una completa ridefinizione dello stesso concetto di persona.

E’ proprio in virtù di questa pretesa totalizzante e totalitaria che ancora oggi è necessario ripercorrere le vicende che portarono alla nascita dell’Unione Sovietica: perché quanto lì si tentò di realizzare — un “uomo nuovo”, senza alcun Dio e perfettamente appagato da una felicità unicamente e totalmente terrena — corrisponde in realtà a un progetto a cui non è affatto estraneo l’Occidente. Lo aveva intuito Semën Frank, che nel saggio dal titolo Il significato storico e religioso della rivoluzione russa, già nel 1924 scriveva: “La rivoluzione russa rientra tranquillamente e naturalmente nell’evoluzione storica universale… tutto il suo bagaglio ideale — che la Russia, è vero, rielabora in modo originale — è un prestito dell’Occidente; socialismo e repubblicanesimo, ateismo e nichilismo: tutti questi elementi… sono mutuati dall’Occidente”. E continuava: “Ciò che la rivoluzione russa, in tutta la sua irripetibile specificità nazionale, ha espresso e compiuto è qualcosa che ha un significato fondamentale per i destini di tutta l’umanità europea; e nella versione russa ha reso manifesta l’attuale condizione dello spirito europeo; ha, in un certo senso, indicato all’Europa il cammino percorso fino ad ora” (corsivo mio, nda). 

Queste considerazioni sfociano poi nella descrizione — quasi profetica! — di quello che oggi riconosciamo come il crollo delle evidenze, le cui radici nel tentativo moderno e illuminista di salvaguardare i valori cristiani senza riferimento a Dio sono state ben messe in luce da J. Ratzinger. Frank, infatti, scrive: “La cultura secolarizzata del corso storico occidentale moderno, basata sulla libertà personale, ha creato tutta una serie di principi areligiosi ma al tempo stesso ‘sacri’, su cui saldamente si appoggia e che si radicano a loro volta nella fede di cui sono oggetto…. Da noi… tra una fede pura, piena, profonda… e il suo totale rinnegamento e svuotamento, non ci sono passaggi intermedi… la rivoluzione russa esprime adeguatamente il razionalismo nichilista di quell’arbitrio estremo, privo di ogni contenuto e di ogni radice spirituale, che pretende di organizzare la vita secondo la ragione umana e che costituisce l’ultima tappa evolutiva dello spirito occidentale moderno”.

Per queste ragioni, approfondire la storia della rivoluzione russa significa per noi essere aiutati a discernere con più chiarezza le domande e le sfide a cui siamo posti dinanzi qui ed ora; e conoscere le figure che hanno saputo attraversare il caos rivoluzionario e totalitario senza soccombere, ma al contrario trovando risposte autenticamente cristiane e piene di una novità positiva al nichilismo e alla pretesa ateistica, vuol dire rimetterci in ascolto di una eredità di cui possiamo riconoscere per noi la preziosità.

La mostra è accompagnata da un libro-catalogo (Russia 1917. Il sogno infranto di “un mondo mai visto”, di Adriano Dell’Asta, Marta Carletti e Giovanna Parravicini, ed. La casa di Matriona) che si presenta come una nuova proposta di lettura della rivoluzione russa, accompagnata e documentata da saggi di Berdjaev, Bulgakov e Frank presentati per la prima volta in traduzione italiana.

Oggi, alle ore 19 il Meeting di Rimini ospita un incontro di presentazione della mostra, al quale intervengono: Boris Belenkin (Centro Memorial, Mosca), Massimo Ciambotti (Università di Urbino), Adriano Dell’Asta (Russia Cristiana), mons. Antonio Mennini (Segreteria di Stato vaticana). Introduce mons. Francesco Braschi (Russia Cristiana).

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