LETTURE/ Giacobbe e il dono divino dell’imperfezione

- Silvia Becciu

“Rubando l’eredità dei padri. Giacobbe ed Esaù”. La lezione sulla Bibbia che Joseph Weiler ha fatto al Meeting di Rimini consente di vederli con occhi nuovi. SILVIA BECCIU

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Caravaggio, Il sacrificio di Isacco (Uffizi), particolare (1598)

Imperdibile anche quest’anno la lezione sulla Bibbia che Joseph Weiler ha fatto al Meeting di Rimini. Il titolo dell’incontro, legato al tema generale della kermesse sul rapporto padri-figli, era: “Rubando l’eredità dei padri. Giacobbe ed Esaù”. Dimentichiamo certe lezioni noiose di storia o di catechismo che ci siamo spesso dovuti sorbire. Il giurista ebreo americano (professore alla New York University e ad Harvard) è su un altro pianeta.

Quello che Weiler propone ormai da qualche anno al Meeting è un metodo con cui andare alla ricerca di conoscenze ed esperienze da “trafficare” per percorrere il nostro cammino da uomini, di indizi con cui sbrogliare le vicende umane. Come un abile fiorettista si inoltra nella vita dei personaggi biblici mettendo il turbo al desiderio di decodificare i dati di realtà, “grattare” oltre l’apparente, sviscerare i nessi che collegano i fatti. Alla fine, in tutta libertà, avrà lasciato sul terreno pregiudizi e cose già sapute, anche quelle più intoccabili.

In un Meeting che mostra sempre più chiaramente l’ambizione di arricchire le coscienze con il meglio della riflessione culturale (altroché passerella politica), il contributo di Weiler ha un posto decisivo.

Nella lezione di venerdì scorso, il dialogo ingaggiato con il pubblico ha illuminato alcuni nessi profondi tra il percorso dell’uomo-Giacobbe e quello dell’uomo di oggi, accendendo più di una lampadina nella nostra coscienza, così che quei momenti assolutamente segreti in cui ci si guarda allo specchio saranno forse un po’ diversi.

Innanzitutto una premessa: Giacobbe, il “vero padre della tradizione giudaico-cristiana”, è un impostore patentato. Le vicende che lo riguardano sono note e vengono raccontate nei capitoli 25-27 della Genesi: Giacobbe, figlio di Isacco e Rebecca, nasce tenendosi al tallone di suo fratello Esaù. Il fatto sembra segnare il suo destino di secondogenito e di ingannatore (in ebraico Giacobbe significa “calcagno” e “ingannatore”).

Cresciuti, uomo di pensiero Giacobbe e uomo di azione Esaù, si rendono protagonisti di uno degli episodi più noti: l'”estorsione” della primogenitura di Esaù con un piatto di lenticchie da parte di Giacobbe. Dopo il fratello, Giacobbe inganna anche il vecchio padre Isacco: si spaccia per Esaù e si fa dare la benedizione al suo posto. Ma non è finita. Molti anni dopo ingannerà anche il suocero, ottenendo per sé gli agnelli migliori. Come vedremo, queste vicende che sembrano note, alla fine della lezione, appariranno del tutto nuove. Ma prima, un’annotazione importante.

Giacobbe non è per niente isolato nel suo essere “difettoso”. Anzi, è rappresentativo di un certo tipo umano che popola la Bibbia: sfacciatamente immorale, si potrebbe dire. Come Abramo (che inganna il figlio Isacco e ama la concubina ma non sua moglie Sara), Davide (adultero, infingardo e assassino), Salomone (“un gran putero”, dice Weiler in spagnolo), e molti altri. Ma perché i protagonisti della Bibbia sono personaggi di questa risma? 

Anche questa volta pare proprio che a Weiler non basti la logica — sostenuta dal pubblico — secondo cui Dio vuole affermare il suo essere onnipotente e misericordioso che accetta e perdona i peccatori. Come aveva fatto nella lezione su Abramo due anni fa, propone implicitamente un’altra lettura: a Dio non interessa semplicemente mostrare la sua grandezza, ma vuole darla agli uomini. Come? Attraverso esperienze di vita che trasformano e il gioco senza riserva dei talenti personali da parte dell’uomo. Perché quello che deve crescere è la statura di uomini chiamati a discutere “alla pari con Dio”: “se non abbiamo la facoltà mentale di dire no a Dio, allora il nostro sì vale poco. Solo nella scelta tra no e sì, il sì diventa pesante, diventa significativo”.

Il primo sguardo è quindi all’autocoscienza di questi personaggi: sono uomini sofferti, “torturati” dalla vita. Giacobbe interrogato dal faraone prima di morire, nonostante tutti i suoi piani fossero riusciti, gli dirà che ha avuto una vita brutta, corta e penosa. Conclude Weiler: “Penso che la Bibbia favorisca la persona che deve lottare, chi deve sempre andare avanti, chi deve non soltanto essere perdonato e amato da Dio ma deve perdonare se stesso (che è anche la cosa più difficile)”.

La sua non vuole essere la risposta “giusta”. Più che con delle risposte, spera che si esca dalla lezione con delle domande con cui continuare a riflettere. E’ l’esperienza del cammino continuo che cambia. E vale anche per Giacobbe: Dio avrebbe potuto farlo nascere direttamente come primogenito. Perché non lo ha fatto? Richiamando l’importanza del concetto di esperienza nel pensiero di don Giussani, Weiler sottolinea che “Giacobbe è più degno, più capace, più abile nell’affrontare il suo destino” dopo aver vissuto l’esperienza di secondogenito alle prese con i limiti di suo fratello. L’esperienza va vissuta, non pensata. Non pare proprio che per Dio l’importante sia come va a finire, perché sa già tutto in anticipo. Ma l’uomo prima della prova e dopo la prova è un uomo diverso.

Ma facciamo un passo indietro. Occorre capire più a fondo quanto accade a Giacobbe. Che significato ha il fatto che Giacobbe alla nascita tenga in mano il tallone del fratello? E’ la domanda con cui Weiler mette in luce un elemento decisivo della coscienza con cui ogni uomo si rapporta con la sua vita. Siamo vittime di un destino predeterminato, oppure abbiamo la facoltà di costruirlo, di cambiarlo? E’ una delle fondamentali differenze tra la visione del mondo propria della mitologia greca e quella del mondo biblico. Giacobbe lotterà fino alla fine dei suoi giorni, prenderà in mano la sua vita per costruirla, non sentendosi schiavo di un destino già determinato.

E a questo punto, la domanda al cuore di tutto: perché Giacobbe ruba la primogenitura? E’ pura sete di potere? Trattandosi di vicende umane non si può ignorare — come spesso si fa riducendo tutto a dimensione esistenziale — l’aspetto psicologico. Tenendo conto del clima emotivo che doveva vivere Giacobbe, vista la sua storia, non è difficile immaginare, dice Weiler, quanto fosse condizionato dal fatto che suo padre Isacco preferiva il fratello Esaù. Perché lo preferiva, e anzi, non amava Giacobbe che era più simile a lui?

Anche Isacco è stato ingannato dal padre Abramo quando questi gli propone di andare a caccia, ma la vittima designata, per il comando di Dio, è lui. Isacco si trova legato all’altare. Tra loro si rompe qualcosa che lo porterà, come accade nei crimini di famiglia più orribili, a sentirsi colpevole, anziché vittima, quindi a odiare se stesso. Non occorre fare un volo pindarico per supporre che Isacco odiasse Giacobbe perché odiava se stesso non essendosi sentito amato, a sua volta, da suo padre Abramo.

Approfondito il tratto psicologico, e chiarito che difficilmente Giacobbe poteva essere un uomo malato di potere, manca comunque una valutazione sul suo operato. Il modo con cui inganna suo fratello, prendendolo per fame e umiliandolo, appare inqualificabile. Quindi, oltre ad essere compreso, può essere giustificato Giacobbe? Per rispondere alla domanda, occorre cogliere qualche elemento in più.

Il figlio di Isacco è un uomo riflessivo, è consapevole del fatto che il primogenito di suo padre sarà colui che deve custodire l’alleanza tra Dio e il popolo eletto. Non si tratta solo della primogenitura personale, ma di essere portatore della promessa di Dio per il popolo intero. Non è un megalomane o un ambizioso (cosa che si conferma anche per la resistenza verso sua madre Rebecca quando lo spinge al secondo inganno per farsi benedire da Isacco), ma ha coscienza del fatto che quella è una responsabilità grande. L’ipotesi che ragionevolmente si può fare è che metta alla prova suo fratello Esaù per essere sicuro che sia in grado di portarla.

A questo punto, conclude Weiler, Giacobbe appare sotto tutt’altra luce rispetto all’inizio. Ma non ci sono conclusioni da trarre, solo riflessioni da portare avanti per capire quanto la vita umana sia ricca e si arricchisca della tensione verso Dio.

Ma c’è di più. Giacobbe non si muove per dimostrare che è preso da Dio, che gli appartiene. Non ha questo problema. Ma in quanto gli appartiene “traffica” la sua vita, va al largo. E così la sua identità esplode sulla scena del mondo.

Mentre va di moda difendersi dalla propria insicurezza e inconsistenza con dogmatismi, con affermazioni tanto assolute quanto generiche, o con frasi fatte (anche molto religiose) usate come assiomi immutabili, vedere ragione e libertà in azione in un modo così potente come nella lezione di Weiler fa respirare a pieni polmoni.

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