LETTURE/ Alle falde dell’Etna il magma di parole e idee si fa vertigine

- Massimiliano Mandorlo

A Catania un gruppo di universitari ha fondato un Centro di poesia contemporanea, che in tre anni ha organizzato incontri e laboratori. E talentuose raccolte di poesie. MASSIMILIANO MANDORLO

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A Catania (LaPresse)

Se ne sta lì, onnipresente, seminascosta dai palazzi nobili del centro, a tratti riemergendo in tutta la sua oscura, magmatica forza. Distruttrice e fonte di vita. ‘A Muntagna. Declinata al femminile, perché lei è madre e dea che genera dal ventre della terra.

Anni prima, in un’alba di metà agosto, dal centro perfetto dell’isola vidi l’Etna, la grande montagna, apparire nitida all’orizzonte, come per segnare la strada al viaggiatore, indicare un luogo certo a cui fare ritorno. E ora che vago per le strade di una Catania semideserta, con i chioschi di seltz, limone e sale chiusi e un vento che s’infila tra le vie poco illuminate ne avverto la silenziosa presenza nelle strade, sui marciapiedi, nei gradini e nelle facciate scure di pietra lavica. Nell’energia febbrile — ma sempre distesa — di coloro che la abitano.

È una città di mare, verrebbe da dire osservando i suoi coloratissimi e vivaci mercati, il cui odore impregna il suolo da sempre, il verde delle palme e delle agavi ad ogni passo. Ma una forza terrestre, magmatica, pare come attraversarle l’anima, tenerne vivo il segreto fuoco.

È terra di scrittori, di artisti, poeti e musicisti questa, da Bellini a Verga e Capuana, da De Roberto a Brancati. La “Milano del Sud”, la “Seattle meridionale” degli anni Novanta, dove suonarono R.E.M. e Radiohead, sotto il cui cielo debuttò una giovanissima Carmen Consoli. Catania della Cyclope Records, di Battiato e Mario Biondi. Oltre allo stereotipo del manciu, bivu e mi ni futtu, della proverbiale e lamentusa accidia sicula, dell’isola al traino del restante Stivale e dell’immutabilità del tutto, qui bruciano al fuoco della lava etnea idee, energie e talenti. Come afferma Marcello Veneziani nel suo intelligente e originale Ritorno al Sud: “La civiltà nacque dalla scintilla che Prometeo rubò agli dei; dal fuoco principia tutto, spiegava Eraclito, che lo identificava col Logos. A questo punto chiudete gli occhi e immaginate. Il motore d’Italia diventa il Sud, e che Sud… La Campania e la Sicilia, più le isole vulcaniche delle Eolie e il petrolio lucano. Proprio dov’era l’epicentro della criminalità, delle disfunzioni, della disoccupazione, della miseria e del disagio sociale, si capovolge la scala. Gli ultimi saranno i primi. Si realizza il sogno siculo-napoletano di Federico II, il Sud saraceno, normanno e svevo, ma anche borbonico, assume il ruolo di locomotiva d’Italia e d’Europa” (M. Veneziani, Ritorno al Sud, Mondadori 2014, pag. 175).

In tanti partono, tentando il lungo e coraggioso viaggio verso Nord. Ma qualcosa in questo nobile e infuocato avamposto della nostra penisola torna ad accadere e a muoversi, lentamente. Nel 2015 un gruppo di studenti universitari, in collaborazione con il Dipartimento di Scienze umanistiche dell’Università di Catania, ha dato vita al Centro di poesia contemporanea di Catania (Cpcc), che in questi tre anni ha organizzato laboratori e incontri con nomi importanti della poesia italiana, da Pontiggia, Conte, Cucchi, Rondoni a Mariangela Gualtieri e numerosi altri.

Tra i giovani fondatori del Centro di poesia contemporanea sono nati libri di poesia che mostrano una voce già peculiare e decisa, come Accogliere i tempi ascoltando di Naike Agata La Biunda (LietoColle & Pordenonelegge, 2017), in cui anche il tema del dolore e della perdita diventa occasione di “accogliere” e “ascoltare” il mondo, affidando alla poesia il compito di scrivere “a testimonianza della vita, oltre la vita”: “Quanti anni s’affannano per umiliare/ la tua bellezza, ma non cedere/ al tempo perché non c’è decadenza:/ tu, promessa al paradiso” (pag. 17).

Ci sono poi libri densi e magmatici come A questa vertigine (Italic, 2016) di Pietro Russo, che accompagna alla scrittura poetica un’intensa attività critica su riviste letterarie cartacee e online. Qui, sulla base di una solida riflessione filosofica ed estetica, i testi che compongono il libro diventano ognuno momento privilegiato per una rivelazione che oltrepassa i confini spazio-temporali. Da un’efficace metafora sportiva (“È l’istante assoluto/ tra palla e polpastrelli/ solo luce e la sirena. Lo schiaffo/ del nylon, quando entra./ Volti. Dappertutto. Sfigurati/ da una gioia che risale i millenni”, pag. 9) fino a comprendere i racconti evangelici o avvenimenti privati e familiari, la parola poetica si fa vertigine, accogliendo in sé l’esperienza del kairós greco, istante irripetibile e momento supremo nel tempo. Ne derivano poesie-istanti, frammenti che trovano la loro unità nell’essere, appunto, momenti epifanici di un’unica storia umana che ritrova, per grazia, i segni di un destino familiare (pag. 55):

Di puro volere, accogliere i giorni
farli pietra angolare
del fiato a perdere. Per uno più grande
dove sei stato una volta e non è passato; per questo
custodisci la rimozione prossima
sui muri, il calendario che mangia le facce
e si sfarina. Non puoi
non vederlo: la città, fuori, ha sbagliato la vena
e forse non esiste e continua.
Credere i volti allora
dentro i palazzi, nella sequenza familiare
di cemento e panni stesi. Quando la sera
sembra più lontana
e invece in qualche modo, ogni volta ci sorprende.

Su altre note si muove invece l’esordio poetico di Pietro Cagni, che con Adesso è tornare sempre (Le Farfalle, 2015) compie una discesa abissale in una geografia di stazioni centrali, metropolitane e strade che incrociano prodigiosamente Catania con New York e l’Indiana, Bologna con una sperduta frazione sul confine sloveno (“sul luogo dell’incidente/ catania, come new york/ senza notte, vestita di terra”, pag. 50). Fin dalla citazione di Luzi posta in esergo alla raccolta (“Che ho mai potuto dire/ di te, maestà del mondo?”) viene esplicitata la poetica di Cagni: “dire” a un “tu” (spesso femminile o sotto le sembianze di un personaggio “perduto”) la meraviglia di un mondo visto attraverso le lenti di uno stupore intatto, primordiale (pag. 18):

le poche volte che ridi
del mondo tocco l’inferno
e la sua consolazione
se ti guardassi come ti guardo
io, che sono niente… se ti guardassi
come ti guarda Dio
moriresti di meraviglia.

Nella consapevolezza della necessità di un ritorno, di pavesiana memoria (“adesso è tornare/ sempre”) e in nome di un amore che è “silenzio” e “candore”, “mancanza” e “perdono”, il viaggio di Cagni si immerge nel grande mistero dell’esistenza, dove la parola cede il posto a una silenziosa preghiera (pag. 16):

di te non è più muta la terra
hai il pianto rotto della notte
una macchia sul labbro
e sorridi leggera. hai un sangue, un respiro
anche tu, che sei festa e terra
da schiantarmi in ginocchio.

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