LETTURE/ Da Eschilo a Tertulliano, a Chi presta aiuto il servitore?

Diversi ministeri della Chiesa sono designati con termini di origine greca: “diákonos” è una di queste. Fin dall’inizio ha significato l’essere a servizio. MORENO MORANI

26.04.2018 - Moreno Morani
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Battesimo di Gesù, Battistero degli Ariani, Ravenna (fine V sec.)

Diversi ministeri della Chiesa sono designati con termini di origine greca: tale è la parola per vescovo (dal greco epískopos) e tali sono le parole per prete (presbýteros) e diacono (diákonos). Quest’ultima parola originariamente indica una persona subordinata che svolge una determinata funzione a servizio di altri (persone o corpi sociali). Nel periodo più antico il diákonos gode anche di un discreto prestigio sul piano sociale, essendo collocato sullo stesso piano di altre figure che esercitano funzioni ritenute elevate, come i messaggeri e gli araldi, ma in qualche testo non mancano sfumature vagamente dispregiative, e talora il valore della parola si avvicina più a quello del nostro galoppino che dell’assistente

Ad esempio, nella tragedia Prometeo di Eschilo il protagonista accoglie in malo modo Hermes, che è stato inviato col compito di rendergli note alcune decisioni di Zeus sul suo conto, e lo definisce “diacono del nuovo tiranno”, dando alla parola un valore nettamente denigratorio. In greco la parola, la cui etimologia è incerta, si presta ad essere usata come aggettivo (più o meno come il nostro “ausiliario”, anche per espressioni come “scienze ausiliarie”) ed è discretamente produttiva, dando origine a una famiglia di parole con una forma verbale (diakonéo), sostantivi derivati (diakonía, lo stato del diacono; diakónema, la sua funzione e i suoi strumenti), un aggettivo (diakonikós) e altri termini che hanno discreta circolazione nella lingua classica. 

Più tardi la parola si specializza a indicare un funzionario dei templi e del servizio religioso, e l’uso specializzato in questo ambito ne favorisce la ripresa nel Nuovo Testamento, dove il più delle volte la parola ha il significato generico di “servitore” (p.es. in Mt. 9, 35 “Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore [diákonos] di tutti”; nelle nozze di Cana, Gv. 2, 9, diakonoi sono chiamati i servitori che portano l’acqua che viene trasformata in vino). 

Nelle Lettere di Paolo però diákonos può designare una figura specifica della comunità ecclesiale. Paolo spesso usa diacono nel significato di “persona a servizio di Cristo”, e in questo senso presenta anche sé stesso come servitore (diákonos) di Dio (Col. 1, 25), e in qualche passaggio si percepisce che la parola comincia ad avere un contenuto tecnico più preciso. La Lettera ai Filippesi è indirizzata “a tutti i santi in Cristo Gesù che sono a Filippi, con i vescovi e i diaconi” (quindi persone che nella comunità svolgono una funzione di guida). Nella I Lettera a Timoteo (3, 8 ss.) Paolo insiste sulle qualità morali necessarie al diacono, che non deve essere un neoconvertito e deve essere sottoposto a una prova prima di essere ammesso al diaconato. Paolo esamina anche le virtù e il contegno che devono avere le donne, che dunque in questa epoca erano parimenti ammesse al diaconato. Grammaticalmente, benché diákonos possa prestarsi a essere usato anche come femminile, da diákonos è tratta anche una derivazione femminile, che viene ripresa poi in latino come diaconissa

Quale fosse la funzione precisa del diacono è difficile dire: forse inizialmente un collaboratore del vescovo con compiti di aiuto anche pratico. Nel lessico latino l’uso di diaconus è attestato fin dai più antichi scrittori ecclesiastici, anche perché, diversamente da quanto può avvenire con altre parole, sarebbe stato difficile trovare nel lessico latino un equivalente esatto del termine. Tertulliano, nella sua opera sulla nascita e la diffusione delle eresie (De praescriptione haereticorum) afferma che un’eresia, cioè un allontanarsi dalle verità della fede, non diventa verità, indipendentemente dall’autorevolezza di chi la predica: “Che importa dunque che sia un vescovo, un diacono, una vedova, una vergine, un dottore, addirittura un martire a deviare dalla regola?”. L’inizio con episcopus e diaconus e la fine con doctor e martyr dà una posizione di speciale rilievo a queste figure. Gerolamo, in una lettera indirizzata a Pammachio (lett. 49), enumera episcopi, presbyteri, diaconi aut virgines, in una gerarchia precisa che subordina la figura del diacono a quella del presbitero. Anche quest’ultima parola è di origine greca, e meriterà anch’essa una spiegazione più diffusa.

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