LETTURE/ “La casa degli sguardi”, quando il dolore è via della grazia

- Massimiliano Mandorlo

La sofferenza e la malattia come luogo infernale e benedetto in cui scendere per risalire. Daniele Mencarelli e il suo ultimo romanzo, “La casa degli sguardi”. MASSIMILIANO MANDORLO

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LaPresse

Daniele è un venticinquenne afflitto da un male oscuro che nessun elisir della chimica, né l’abuso di alcol e sostanze o l’amore di una madre sono riusciti a curare: “Sono le sei di mattina, respiro come appena riemerso da un oceano nero, senza suoni, né sogni […] Mia madre è una rabdomante sfortunata, la sua acqua sono tre figli da custodire, ma uno, l’ultimo, le è uscito con una malattia invisibile all’altezza del cervello, o del cuore, o di tutto il sangue che gli circola nel corpo”. La “divertentissima disperazione” delle droghe lo ha trascinato in un gorgo di solitudine e disperazione distruggendo ogni legame, a partire da quelli familiari. Dietro alla sua fragile umanità che ha toccato il fondo sembra però agitarsi ancora una possibilità di riscatto che lo porta a lottare, a chiedere aiuto. 

È tramite l’amicizia con Davide, direttore della rivista letteraria su cui Daniele ha esordito come poeta, che una difficile speranza torna a fiorire nel deserto della vita. Un’offerta di lavoro come umile operaio al Bambino Gesù di Roma, tra le vicende dei piccoli e degli invisibili. In questa casa degli sguardi abitata dalla sofferenza e dalla malattia Daniele ritrova la propria dimora, il luogo infernale e benedetto in cui discendere per risalire alla luce: “Il Bambino Gesù è un luogo di tortura, di maledizione, una trincea aperta da un bisturi, invisibile ai sani. È un posto per gente come me. Un posto che vince su ogni altro dolore scelto o imposto. Ma smettere di bere è come tornare nel ventre di mia madre e rinascere”. 

Sembra non esistere alcuna distanza tra il Daniele protagonista del romanzo e l’autore, Daniele Mencarelli, che attraverso la scrittura, in La casa degli sguardi (Mondadori 2018) compie una catabasi negli inferi della propria esistenza facendo riemergere una domanda che si fa grido, lacerante preghiera: “Ma io non sono malato, sono vivo oltre misura, come una bestia più consapevole delle altre bestie […] Le parole mi accompagnano da sempre, sono cristallo e radice, viaggio e lama, sono tutto, tranne medicina”. Non cerca facili consolazioni Mencarelli, abbraccia la réalité rugueuse senza pudore, il suo alter ego spera e fallisce, cade e risorge lì dove la materia è più contaminata, l’umanità più degradata e dolente. Il suo sguardo ci conduce tra i corridoi e le vetrate dell’ospedale pediatrico, ci porta a toccare con mano lo schifo e il dolore, il nudo mistero della morte: “Un carro funebre. Le persone sono almeno un centinaio, passiamo proprio mentre la piccola bara bianca esce dalla casetta, portata in braccio da padre e madre […] I loro volti sono burroni profondissimi, immobili”. 

Ma è proprio qui dove lo scandalo è più evidente che la novità della grazia può accadere. Una suora bacia il viso sfigurato e deforme di un bambino, con la forza di un amore che oltrepassa il velo delle apparenze. A questo punto Daniele rintraccia i segni di un’antica e inaspettata bellezza: “Ho visto qualcosa di umano e al tempo stesso straniero, come un rito proveniente da una terra lontanissima, non riesco dentro di me a rintracciare strumenti per tradurlo nella mia lingua”. Solo allora la dimenticanza, inseguita attraverso l’alcol come antidoto ai fantasmi delle proprie paure, può tramutarsi in desiderio di vita, farsi sguardo e memoria: “Voglio ricordare tutto”.

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