CARAVAGGIO/ La Natività rubata e i segreti di un giocattolaio di Massafra

- Michele Cuppone

Riccardo Lo Verso ha scritto un libro-inchiesta su un caso-simbolo della storia dell’arte, il furto della “Natività” di Palermo di Caravaggio. Appassionante come un giallo. MICHELE CUPPONE

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Caravaggio, "Natività", già Palermo, oratorio di San Lorenzo, 1600 (rubata nel 1969)

La tela dei boss. Pentiti e segreti: la verità sul Caravaggio rubato. Con questo illustre richiamo si presenta il libro di Riccardo Lo Verso edito da Novantacento, dove il riferimento è naturalmente alla Natività trafugata nella notte fra 17 e 18 ottobre 1969 dall’oratorio di San Lorenzo a Palermo. Da allora, mezzo secolo di indagini, testimonianze, speranze e delusioni, senza giungere alla soluzione del caso. Con il dipinto finito chissà dove e in quali mani, forse pure smembrato in pezzi da rivendere singolarmente con più facilità. Ma ciò che finalmente emerge ora è la ricostruzione pressoché puntuale del contesto in cui maturò il furto, dei suoi autori materiali (ladruncoli incoscienti del reale valore del capolavoro), del ruolo giocato in un secondo momento da Cosa nostra che nella persona di Gaetano Badalamenti avocò a sé il quadro, fino alla sua vendita e spedizione alla volta della Svizzera. La storia è stata riportata più volte di recente, tra le pagine di cultura e di cronaca internazionali, a partire dalle relazioni prodotte dalla Commissione parlamentare antimafia; la stessa al cui impulso si deve la riapertura del cold case per eccellenza dei furti d’arte.

Lo Verso, professionista della cronaca giudiziaria, scovati i documenti originali, riesce a raccontare di più, rivelando persino dettagli e nomi secretati dalle fonti ufficiali. Il suo volume si presenta senza fronzoli in forma di un nutrito e dettagliato dossier: privo di illustrazioni, ma contenente gran parte delle riproduzioni dei verbali relativi agli interrogatori della seconda metà degli anni 90 e che costituiscono valore aggiunto per la pubblicazione. È inclusa pure la dattiloscritta nota informativa dell’ottobre 1969, punto di partenza delle successive ricerche, che oltretutto costituisce a suo modo un documento toccante.

Ecco così che, una pennellata dopo l’altra, il quadro d’insieme si rende più chiaro, a partire da colloqui conclusi con un deludente “nulla da dichiarare” dei detenuti in ossequio al codice d’onore; salvo, nei casi più fortunati, rilasciare poco dopo, a verbale chiuso, spontanee e preziose dichiarazioni riportate in successive relazioni di servizio. Le piste così aperte non risultano tutte o completamente affidabili e il lettore, acquisite più informazioni che poi comprende di doversi lasciare alle spalle, è come reso partecipe dell’affannoso iter investigativo. Con la ricostruzione dei fatti che passa inaspettatamente per un giocattolaio di Massafra (nel Tarantino), nel cui retrobottega cominciano a delinearsi alcuni punti fermi della vicenda. La storia del giocattolaio in particolare, sembra quasi scritta da un giallista, tanto da diventare il fulcro della narrazione.

Frequenti sono le digressioni storiografiche su Cosa nostra e le sue guerre interne che ben conosciamo. Esse spezzano talvolta il ritmo narrativo, nella messe di crimini e nomi. Ma è pur vero che sono necessarie a contestualizzare gli eventi, senza dimenticare che il volume nasce come allegato a un mensile di inchiesta (S, n. 109 di maggio) e alle aspettative di quei lettori viene incontro, pur approdando contestualmente in libreria come pubblicazione autonoma.

L’autore sgombra il campo da vecchie ipotesi e versioni, risparmiandoci le più inverosimili. Come quella di un giovane Maurizio Marini che si intestava, unico fra gli storici dell’arte, il privilegio di aver visto il dipinto su invito dei mafiosi in un momento in cui questo, sappiamo ora, aveva già lasciato l’isola. O ancora il giornalista Peter Watson che, come scrisse in quello che era da considerarsi un semplice romanzo, si sarebbe trovato a trattarne la restituzione in Irpinia, giusto alla vigilia del terremoto, che avrebbe letteralmente inghiottito la tela. Per contro, per quanto rivelatesi tutte inconsistenti, si affacciano almeno una dozzina di piste, mai trapelate finora. Tra queste, alcune con finali a tinte fosche che vedrebbero il dipinto, ormai invendibile, “finito in un pozzo o in un cimitero”.

Conclude il volume un saggio del professor Maurizio Vitella, che rende conto peraltro di scoperte fatte di recente su altro fronte, quello storico-artistico; “notazioni e deduzioni” che, egli scrive, “ci convincono sempre più della esecuzione della Natività con i Santi Lorenzo e Francesco a Roma”. È così messo in discussione lo stesso presunto soggiorno palermitano in cui, a lungo, si era pensato che l’artista avesse realizzato il dipinto.

Curiosità: per un qualche motivo in copertina non appare il Caravaggio ma la sua riproduzione hi-tech (eppure non priva di alcune ‘pecche’ evidenziate dagli studiosi), ultimamente installata in oratorio e che all’occhio meno attento comincia a essere confusa con l’originale. Accolta con toni entusiastici dai media, non poteva indurre alla rassegnazione di aver perso per sempre la Natività, quasi in una sorta di riconciliazione sociale. Le indagini dell’Antimafia, e il libro di Lo Verso rivolgendosi a un ampio pubblico, ridestano l’attenzione generale e degli specialisti sul tema. In attesa se possibile di aggiungervi un capitolo a lieto fine.

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