LETTURE/ Sandburg a Chicago, quando i bassifondi nascondono il miracolo della poesia

- Alessandro Rivali

Escono tradotti per la prima volta in Italia i “Chicago Poems” del poeta figlio di immigrati svedesi. Che ha raccontato la povertà e lo squallore della metropoli americana. ALESSANDRO RIVALI

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Una veduta di Chicago (Foto d'archivio)

Una maledizione nei confronti di Chicago, ma anche un canto d’amore. È il grido in poesia lanciato nel 1916 alla metropoli americana da Carl Sandburg (1878-1967), che grazie a quel testo crudo e corrosivo divenne un classico negli States, amato da Edgar Lee Masters come da Marilyn Monroe.

Sandburg in Italia è stato a lungo trascurato. Per fortuna, i suoi Chicago Poems escono ora tradotti per la prima volta in modo integrale per le raffinate edizioni Sedizioni (a cura di Franco Lonati) che hanno di recente offerto anche un sorprendente carteggio della Ortese (Possibilmente il più innocente. Lettere a Franz Haas).

Sandburg è un personaggio da film, vera icona del sogno americano. Nacque nella rurale Galesburg, Illinois, da immigrati svedesi. Povero, sbarcò il lunario nei modi più disparati: fu garzone di bottega, venditore ambulante, addetto alle sputacchiere in una taverna, aiutante scenografo per una compagnia itinerante, lustrascarpe, aiutante in una fattoria. Nel 1898 prese parte alla guerra ispano-americana. Fu acclamato giornalista per il Chicago Daily News e fecero scalpore le sue inchieste sulle condizioni di lavoro nei grandi magazzini come quelle sugli scontri razziali.

Questo enorme bagaglio di esperienze fece sgorgare una poesia nuova, immediata, molto “impegnata” nei confronti degli ultimi: prostitute, spalatori, raccoglitori di cipolle, storpi, vagabondi, becchini, persino trasportatori di ghiaccio. Il suo nume ispiratore era Walt Whitman, la sua tavolozza di colori una nerissima Chicago: “macellaia di maiale per il mondo”, “rozza città dalle larghe spalle”.

Del suo talento si accorse Harriet Monroe, che su Poetry pubblicava Eliot e Pound, ma la consacrazione arrivò con Lee Masters, uno che di vite sotterranee s’intendeva, che così salutò l’autore dei Chicago Poems: “Contempla calmo la grande oscurità, la povertà, lo squallore, la miseria estrema, la disperata agonia, ma con la compostezza dell’artista. Ama le acque tempestose come un vichingo, e i cieli azzurri dell’Olimpo come un greco… È compagno della grande solitudine, ha fatto abbassare lo sguardo al Fato avverso, è amico della Morte, custode della Natura alla porta della casa della Vita”.

Sandburg lavorò per tutta la vita sul rapporto storia/poesia. A lui dobbiamo una monumentale biografia su Lincoln in sei volumi che gli valse il Pulitzer e, quando divenne una celebrità, gli fu offerta, sia dai Repubblicani che dai Democratici, la candidatura alla presidenza, ma non volle raccogliere la proposta.

L’influenza di Sandburg è stata duratura. Un giovanissimo Bob Dylan si recò in pellegrinaggio da lui nel febbraio del 1964 nella sua proprietà Flat Rock, in North Carolina. Ed è diventata celebre la serie di scatti con Marilyn Monroe realizzata nel 1961 da Len Steckler: lei è raggiante a piedi nudi e in abito corto, lui beve un whiskey o suona la chitarra (era stato allievo di Segovia).

Come informa nella dettagliatissima postfazione Franco Lonati, Sandburg in vecchiaia si augurava di avere la stessa perfezione di Hokusai: “Mi piace pensare che, continuando a scrivere, riuscirò a trovare frasi davvero piene di vita, con verbi vibranti, con sostantivi che irradino colori ed echi. Potrebbe succedermi, per grazia di Dio, di vivere fino a 89 anni, come fece Hokusai, e dando il mio addio alle scene del mondo terreno, potrei dire, parafrasandolo ‘Se Dio m’avesse dato altri cinque anni di vita sarei diventato uno scrittore'”. È quanto accadde: Sandburg morì proprio a 89 anni.

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