LETTURE/ “Ferie”, Dio c’entra sempre: la storia non mente

La parola più ricorrente in questa fase dell’anno è certo ferie. L’analisi linguistica ci offre, come spesso, collegamenti sorprendenti. Che questa volta arrivano al sacro. MORENO MORANI

07.08.2018 - Moreno Morani
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Foto d'archivio

La parola più ricorrente in questa fase dell’anno è certo ferie. L’analisi linguistica ci offre, come spesso, collegamenti sorprendenti. La parola viene dal latino feriae, che significa, proprio come la sua continuazione italiana, “momento di vacanza, fase di interruzione delle attività (produttiva, commerciale, politica)”. Il successivo uso della parola nel primitivo linguaggio cristiano ha portato a quello che linguisti chiamano antinomia: mentre ferie allude alla vacanza e al riposo, il suo derivato feriale indica il giorno non festivo, il giorno lavorativo o, come leggiamo in Leopardi, il giorno volgare (ed al festivo il giorno/ volgar succede, La sera del dì di festa). L’apparente contraddizione è dovuta al fatto che nella Chiesa primitiva ogni giorno era da considerare un giorno festivo, in quanto proponeva di ricordare i santi e gli altri avvenimenti importanti del calendario liturgico, ma a un livello più alto si collocava la domenica, dies dominica, riservata solo ed esclusivamente al culto del Signore (Dominus). Questa prassi si è sostanzialmente conservata fino ad oggi nella prassi liturgica: normalmente nella Messa domenicale si celebra il ricordo e la Parola del Signore, e non sono ammesse, salvo rare e motivate eccezioni, liturgie dedicate ai santi.

Dal latino feriae, con un esito diverso e non inconsueto del vocalismo (l’anticipazione della vocale, o meglio della semivocale i nella sillaba precedente), proviene anche l’italiano fiera. Anche questa parola ci riporta a un ambito vicino a quello che abbiamo precedentemente descritto. La fiera è in origine una festa locale in onore di un santo: nel corso di essa venivano realizzati piccoli mercati in cui erano esposti e messi in vendita prodotti dell’artigianato o della gastronomia locale, e i guadagni ricavati dalla vendita erano utilizzati per venire incontro alla necessità della Chiesa o a situazioni di bisogno (fiera di beneficenza). Il senso della parola si è poi esteso fino al significato moderno di fiera come momento espositivo di interesse nazionale o internazionale, con gli stand al posto degli antichi banchetti, e senza più riferimento a festività o culti locali.

La linguistica ci permette di stabilire che in latino feriae proviene da un più antico fesiae, forma che è effettivamente attestata in un testo. Possiamo così analizzare la parola in fes-iae e collegare la prima parte col ricco e produttivo gruppo di parole che troviamo in festus “festivo”, coi suoi derivati festivus e festivitas: in latino dies festus è il giorno festivo, e siamo quindi sempre nell’ambito di idee a cui si rifà ferie.

Un ampliamento di prospettiva e il riferimento ad ambiti di idee ancora più lontani si ha se prendiamo in esame alcuni derivati che si rifanno a una forma con una varietà di vocalismo della radice: fas- invece di fes-: senza entrare in tecnicismi eccessivi e spiegazioni troppo complesse, mi limito a ricordare che questo tipo di alternanze vocaliche corrisponde a modelli noti e normali nelle lingue indoeuropee, e quindi il collegamento è perfettamente legittimo. Da fas- col suffisso ­-no abbiamo fasno- e da qui fanum (anche in questo caso con svolgimenti fonetici noti e sicuri), una delle tante parole che in latino indica il tempio. 

A chi non si accontentasse di questa etimologia ed esigesse un’ulteriore prova linguistica, ricordo che in un’altra lingua dell’Italia antica che presenta varie affinità col latino, l’osco (parlata nell’Italia meridionale: la lingua dei graffiti di Pompei, per intendersi), esiste una parola simile, fíísnu (da leggere fesnu) che indica il tempio. Mentre altre parole indicanti l’edificio sacro in cui si svolgevano i riti agli dèi pagani sono state accolte e utilizzate (sia pure con qualche iniziale diffidenza) dal cristianesimo primitivo (per esempio templum), fanum è stato completamente rifiutato, perché ricordava in maniera troppo forte i culti e i sacrifici fatti agli dèi pagani. Non solo, ma il suo derivato fanaticus è stato utilizzato per indicare i pagani oltranzisti, legati alla religione pagana quando il cristianesimo aveva ormai soppiantato i culti degli dèi “falsi e bugiardi”.

Ricordando che fes- proviene da una radice indoeuropea dhes– potremmo andare oltre, e inserire in questo quadro anche il greco theós, la parola fondamentale perdio”, che sicuramente si rifà a una forma antecedente *dhesos. Ma qui ci si inoltra in terreni non facili e in spiegazioni che presumono la conoscenza di elementi tecnici complessi.

In conclusione, sullo sfondo di ferie troviamo un contesto di termini e di idee che hanno sullo sfondo termini legati al linguaggio religioso. Un legame che si è perso nell’uso attuale della parola, che si lega piuttosto all’idea della vacanza spensierata, se non addirittura sventata o sconsiderata.

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