LETTURE/ Postumanesimo, quella paura della tecnica che nasconde già la nostra crisi

Si parla di “postumanesimo”, cioè il livello della tecnologia che si integra con l’uomo e che ne soppianta prerogative o capacità. Ma quando comincia davvero il postumanesimo? CARLO BELLIENI

09.08.2018 - Carlo Bellieni
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LaPresse

Ho avuto la fortuna di essere invitato il 29 luglio scorso alla festa di celebrazione dell’indipendenza del Perù. Durante le danze tradizionali fatte da questi giovani ragazzi nostalgici del loro Paese, la signora che mi stava accanto mi faceva notare che nel ballo a coppie, l’uomo con i piedi mima il passo del cavallo e la donna, nell’ampia gonna multicolore, mima un bellissimo fiore di campo. Mi veniva allora da pensare ai balli che divertono me, i miei figli e — temo — ormai anche i giovani peruviani: la breakdance, dove, invece che bei cavalli e colorati fiori, i ballerini imitano robot, o meglio ancora, i personaggi dei videogiochi, con movimenti meccanici e sguardi fissi. 

Tutto questo serve a raccordarmi con un fenomeno molto in voga in questi mesi, il fiorire di corsi e convegni sui rischi del cosidetto “postumanesimo”, cioè il livello della tecnologia che si integra con l’uomo e che ne soppianta buona parte delle prerogative o capacità; si è appena conclusa su questo tema una bellissima mostra a Roma in via Nazionale, dal titolo “Human+, il futuro della nostra specie” e anche l’associazione Scienza e Vita ha recentemente dedicato la sua assemblea nazionale a questo tema. Ora, di allarmi su un mondo futuro in cui l’artificiale soppianta l’umano abbiamo notizia sin dai lavori di Aldous Huxley e Asimov del secolo scorso e prima ancora di Mary Shelley, ma dato che il fenomeno diventa più tangibile cold passare del tempo, si moltiplicano i richiami e le preoccupazioni sull’invasione della tecnica, sulla sostituzione delle prerogative umane da parte di raffinati robot. 

Ecco, io vorrei dire a chi si allarma oggi, che semplicemente è troppo tardi: un mondo che trova piacere nell’imitare i videogiochi e non la natura nella sua espressione di diletto quale la danza, è già un mondo postumano; infatti, la danza peruviana è la riproduzione affettuosa della natura, mentre la breakdance è l’imitazione di un videogioco che imita un fumetto che imita l’uomo, e come insegnava Platone, nell’imitazione sta il cuore della corruzione. Ovviamente è solo un esempio: non mancano mille evidenze per vedere che viviamo un mondo postumano in cui l’umano si identifica come copia dell’artificiale.

Dal punto di vista estetico, l’esacerbata caccia alle imperfezioni fisiche anche esageratamente sottolineate (prime rughe, grasso superfluo, mito della persona glabra, chirurgia estetica), e l’eccessivo mito dell’igiene talora inutile se non addirittura pericolosa (la caccia al batterio finisce con l’ignorare che la maggioranza dei batteri sono utili e indispensabili per la salute); la scomparsa dell’attività del canto personale dalle strade e dalle case a favore dell’ascoltare (fruire, si dice) passivo della musica. 

Dal punto di vista sociale, l’omologazione architettonica (oggi vengono progettati edifici anonimi che copiano un solo modello in maniera utilitaristica, cui si dà solo in un secondo momento un indirizzo di museo o tribunale o chiesa o palestra) e la scomparsa di aggregazioni di base quali partiti, nuclei familiari saldi, circoli e club (a favore di un solipsismo da marionette che viene battezzato “autonomia”). Si tende a ridurre le differenze culturali, la biodiversità in natura, arrivando ad un comportamento unico standard, una moda unica standard, un modo di sprecare standard. La buona volontà, anzi la volontà stessa, è sostituita e omologata dai protocolli: scuole e ospedali, ma chissà quante altre professioni, sono aziende non nel senso di una sana competizione, ma perché sono delle linee di montaggio, in cui ci si attiene a mansionari, e chi fa più del suo dovere viene guardato male. Infine, per vendere prodotti spesso inutili, esiste una catena di “produzione del desiderio”, che in assenza di desideri propri (scomparsi) riempie il vuoto con quelli indotti dal mercato. 

Come si vede, in tutti questi casi, l’umano è sostituito da qualcosa che copia l’umano e sostituisce all’originale l’artefatto, il sintetico, il forzatamente artificiale sociale o estetico.

 Ora, che senso ha preoccuparsi di un futuro più o meno vicino di sostituzione dell’umano con tecnologie varie, quando già l’umano è sostituito da una forza implodente, che ha svuotato il presente di pregnanza, di incontri e di appartenenze, e fa vivere i popoli con la mente presbite rivolta ad un futuro prossimissimo, senza che nessuno voglia progettare qualcosa che duri più del termine delle prossime elezioni (che metaforicamente vuol dire una durata pari a quella di un videogioco)? Si diventa postumani quando non si progetta più, non quando arrivano i robot. E non progettare significa non abitare, perché non è vero che si costruisce e poi dopo si abita: è vero il contrario: per costruire bisogna abitare il luogo dove si costruirà, conoscere, toccare, vivere il presente, così almeno deve essere per un bravo architetto che si immedesima nel territorio prima di progettare. Non si abita più, non conosciamo più dove e perché abitiamo (verbo che viene da habeo, cioè avere), viviamo da espropriati e da copie di un modello utopico e scritto a tavolino e le gocce di umano che ancora abbiamo nel sangue si vanno perdendo. I robot c’entrano poco.

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