LETTURE/ La “lettera sul suicidio” di Seneca, preghiera laica di un uomo libero

- Francesco Polopoli

Oggi il rischio più grosso che corriamo è quello di “morire senza aver vissuto”. Invece vivere bene, secondo Seneca, vale certamente più di una vita senza libertà. FRANCESCO POLOPOLI

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Eduardo Barrón, Nerone e Seneca (1904) (Foto dal web)

In una società sempre più ritagliata per “Lucignolo Bellavita” lo sguardo risulta sommerso e non salvato dalle leggi mediatiche dei like: non c’è Tregua, parafrasando l’autore della Shoah, con la consapevolezza di essere ultimi rispetto al Primo. Dal momento che il rischio più grosso che corriamo è quello di “morire senza aver vissuto”, un’educazione est-etica può quantomeno essere motivo di ridimensionamenti: già, un valore che ha tutto il gusto della bellezza interiore, e che un autore della classicità tardo-imperiale, come Lucio Anneo Seneca, aveva avuto il coraggio di incarnare nel suo Spirito da gigante. 

Questo il fil rouge della Lettera sul suicidio, che Silvia Stucchi, classicista dell’Università Cattolica di Milano, ha egregiamente tradotto e commentato per EdB. Se è vero, come è vero, che la morte è il genio ispiratore del nostro filosofo, se non l’argomento principe cui ricondurre tutta la sua opera, è altrettanto evidente un richiamo alla fine, sì, ma slegato dai toni pessimistici di un epilogo: il fine cui tendono le cose, infatti, al di là del corso naturale della vita umana, è “esserci”, nella coniugazione del verbo dell’autonomia.

“Non è un bene il vivere, ma lo è il vivere bene”: analizzando questo stralcio a struttura chiastica, Stucchi ripercorre brillantemente il leitmotiv dell’epistola 70, quella passata ai posteri come il biglietto suicida del precettore neroniano, con la stessa chiarezza di pensiero che balenò nell’uomo di fronda del periodo giulio-claudio. “Il sapiens stoico Catone l’Uticense ne è un esempio, vivrà tutto il tempo che deve vivere, non tutto il tempo che può vivere: appena si profila il rischio di perdere la libertà di autodeterminarsi, deve considerare attentamente se sia arrivato il momento di porre fine alla sua vita. In Seneca l’apologia della libertà prevale sulla privazione volontaria di un corpo che è tale, per dignità, solo quando ha il rispetto della sua mente”. 

L’argomento è sostenuto senza essere tabuizzato, non è ameno ma non se può fare a meno: è persino catalogata una casistica sulle tipologie di suicidio nell’antichità. La giustificazione non poteva essere di atteggiamento, come illustra la nostra autrice: nel giudizio sulla morte, invero, Seneca concorda all’unanimità con una tradizione acclarata; essa, determinata dalla legge naturale, s’inscrive nell’ordine cosmico: accettarla significa disinnescarne l’influenza negativa, laddove respingerla ne rende ancora più evidente, e prevaricante, la presenza. Se la società contemporanea ha rimosso l’idea della morte, il mondo antico con essa ha sempre convissuto più naturalmente: forse in questo sta l’afflato di questo prezioso volume che fa della precarietà la preghiera laica di un uomo, ritornato alla carne da tutte quelle protesi artificiali che poco hanno della sua ricchezza ontologica.

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