LETTURE/ Günther Anders, la “fine” dell’uomo sulla terra chiede risposte

- Sante Maletta

È ancora possibile sostenere un prospettiva umanistica nell’epoca contemporanea e, in caso affermativo, in che senso? La risposta paradossale di Günther Anders

libertà riproduttiva donne single Fecondazione assistita (LaPresse)

Alcuni interessanti suggerimenti ci possono venire dall’opera e dalla biografia di Günther Anders, filosofo tedesco di origine ebraica nato a Breslavia nel 1902 e morto novantenne a Vienna dopo aver soggiornato a lungo negli Stati Uniti nel periodo a cavallo della Seconda guerra mondiale. Un nome non molto popolare anche tra gli addetti ai lavori, noto soprattutto come marito della più celebre Hannah Arendt (un sodalizio umano e filosofico durato pochi anni) e come militante del movimento pacifista e anti-nucleare nel secondo dopoguerra.

Il titolo della sua opera più importante è assai significativo: L’uomo è antiquato (due volumi pubblicati rispettivamente nel 1956 e nel 1980). Il compito culturale oggi più importante è per Anders giustificare l’esistenza dell’essere umano sulla terra. Tale forma di antropodicea può venire considerata secondo due prospettive diverse ma complementari. Innanzitutto l’essere umano è responsabile delle due guerre mondiali, dei totalitarismi e dei campi di sterminio di vari colori politici, della diffusione degli armamenti nucleari e della crisi ecologica sempre più allarmante. Ma oggi la presenza umana sulla terra va giustificata in un nuovo contesto, quello determinato dalla Seconda rivoluzione industriale – all’interno di quella forma di turbo-capitalismo che non si limita a produrre merci ma che con esse produce anche, secondo le tecniche sempre più raffinate tipiche dell’industria culturale, i bisogni umani e quindi gli uomini stessi.

La conseguenza più importante dell’evoluzione socio-economica degli ultimi decenni è quindi identificata nel fatto che oggi l’essere umano tende a diventare un prodotto industriale. Non solo: poiché in esso permangono elementi non riconducibili alla sfera di una produzione totalmente pianificabile – il nascere e il morire, il possedere un corpo non indefinitamente malleabile, l’ostinarsi a pensare e riflettere in modo critico – l’essere umano si vergogna di sé di fronte alla tendenziale immortalità seriale delle merci e alla perfezione delle macchine. Anders usa a tal proposito una figura volutamente paradossale, quella della vergogna prometeica, il complesso di inferiorità che l’uomo produttore sperimenta di fronte ai suoi prodotti. Da questo punto di vista l’essere umano – come dice il filosofo sud-coreano Byung Chul Han – gioca il ruolo di organo genitale del capitale attraverso i suoi bisogni indotti e la sua ossessiva ricerca di benessere.

Il carattere fortemente pessimistico e volutamente paradossale di tale analisi possiede un valore apocalittico nel duplice senso del termine: essa rivela una condizione di cui normalmente non siamo consapevoli e allo stesso tempo chiama a una scelta radicale, capace di essere all’altezza degli “ultimi tempi” dell’umanità, che il nostro autore testimonia con la sua biografia e con la ricerca continua di casi storici, di storie di essere umani capaci di ritagliarsi uno spazio di riflessione critica e di responsabilità agita nelle scelte decisive della vita. Esempi forse residuali di un senso in grado di sostenere la presenza umana sulla terra.

L’articolo anticipa i temi che l’autore affronterà domani, 22 febbraio, nel secondo appuntamento del seminario“Dis-dire” organizzato da Prologos a Milano





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