CYBER, SCIENZA E POLITICA/ Violante: più educazione per non diventare come la Cina

- int. Luciano Violante

Oggi la tecnologia non è più solo strumento: sembra essere capace di fini. Siamo i nuovi governati? Se ne parla al Meeting di Rimini

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Cyber Security Expo a Pechino, Cina: un ossimoro? (LaPresse)

I benefici del digitale sono enormi, ma ci sono limiti morali che gli scienziati – e i politici – devono trovare e porre a se stessi, dice Luciano Violante, presidente emerito della Camera, attuale presidente della Fondazione Leonardo. “Attraverso il cyber si possono costruire opinioni fondate sulla menzogna. La soluzione, più che vietare, è umanizzare gli umani che costruiscono gli algoritmi”.

Se ne parlerà oggi al Meeting di Rimini, dove Violante sarà ospite dell’incontro “Cybersocietà e civiltà dell’uomo”.

Cyber esprime il ruolo della tecnica in grado sempre più raffinato. Da che cosa dipende il fatto che un risultato del nostro genio sembri emanciparsi dal nostro controllo e divenirci estraneo?

Il cyber è un prodotto umano e fa quello che l’uomo ha predisposto che faccia. Il codice etico dello scienziato, di qualsiasi scienza, è “Non si può fare tutto quello che si può fare”. Bisogna che gli scienziati si rendano conto che il loro agire non è privo di limiti morali.

Nondimeno, in quanto opera dell’uomo, la cibernetica – la capacità computazionale – ha un suo senso, una sua utilità, un suo fine: quale?

Nella sanità, nella scoperta dello spazio, nella conoscenza, nelle comunicazioni i progressi per l’intera umanità sono enormi. Abbiamo  toccato con mano l’utilità del cyber durante la pandemia. Naturalmente non ci sono solo vantaggi. Attraverso il cyber si possono costruire opinioni fondate sulla menzogna. Il governo cinese controlla tutti i cittadini attraverso applicazioni digitali. Alcune aziende di grandi potenze militari stanno costruendo armi ipersoniche. La tecnica cammina sulle gambe degli uomini; dipende da cosa stabiliscono gli uomini che la tecnica debba fare.

Umanizzare gli algoritmi o rinunciarvi?

Mi permetto una risposta politicamente scorretta. Bisogna umanizzare gli umani che costruiscono gli algoritmi.

La tecnica estende la nostra capacità di “governo”. Vale anche per l’Unione Europea. Cosa dobbiamo temere?

L’Ue sotto la direzione della signora von der Leyen ha abbandonato la prospettiva mercantilistica del suo predecessore e ha posto i valori della persona umana al centro della regolamentazione del digitale. I cittadini europei sono  più tutelati rispetto ai cittadini degli altri continenti.

E cosa dobbiamo fare?

Occorre una pedagogia del digitale; occorre imparare  a muoverci nello spazio digitale e apprendere l’uso consapevole del mezzo. Insegnare e più importante di vietare. L’uso fraudolento della rete può indurre in cittadini non sufficientemente preparati opinioni fondate sulla menzogna. Mi chiedo se la tv pubblica non debba tenere corsi di alfabetizzazione digitale, come negli anni Sessanta li tenne il maestro Manzi per in segnare agli italiani a leggere e scrivere.

Algoritmi, amministrazione della giustizia e funzione giudicante. Quale sfida e quali rischi?

In molti Paesi, dalla Lituania agli Stati Uniti, il digitale è una componente fissa dell’amministrazione della giustizia anche per la determinazione dell’entità della pena. Questo non è accettabile. Il digitale può aiutare nella raccolta e nella selezione dei dati, ma la decisione dev’essere umana. Purtroppo recentemente la Corte Suprema del Wisconsin ha dato ragione al giudice che aveva deciso sulla base di un algoritmo di respingere l’appello di un condannato.

Lei da tempo sta riflettendo, con lavori saggistici e letterari, sulla lezione che viene dalla Grecia classica, non quella dei filosofi ma quella dei tragici. Che cosa hanno da dirci in proposito?

La  dignità dell’uomo viene prima dei valori della macchina.

(Max Ferrario)

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