DA SINISTRA/ Bertinotti: non si ricostruisce un popolo ricorrendo al papa straniero

- int. Fausto Bertinotti

Alla profonda crisi della politica non si risponde con un governo Draghi a cui non si può dire di no. Per la sinistra è una sfida, a partire dagli obiettivi del Recovery fund

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Fausto Bertinotti (LaPresse)

“È il governo fondato sul ‘non si può dire di no’. E sulla disputa se debba essere un governo tecnico o politico, faccio notare che per politico credo si debba intendere banalmente qualcuno che risponde a una parte, che può essere un partito o l’elettorato che lo ha votato. Se non risponde a una parte è tecnico. Punto. Poi può essere bravissimo e molto politicizzato, ma non c’entra”. Fausto Bertinotti, ex presidente della Camera, sindacalista per più di vent’anni, poi leader di Rifondazione comunista, osserva con “dolente pessimismo” questo passaggio e questa fase di consultazioni verso un possibile governo Draghi, definito “il governo dei due Presidenti”. E aggiunge: “Quello che manca del tutto – aggiunge – è un conflitto anche politico su grandi obiettivi in cui si possa misurare quanto cambiamo e come rispetto all’ordine esistente. Stiamo vivendo una profonda crisi politica e c’è un paradigma tecnocratico vincente, privo di rapporto con la vita delle persone”.

Mattarella ha fatto bene a designare Mario Draghi?

Ho molta stima per il Presidente della Repubblica, perché mi è sembrato aver svolto con saggezza e decoro il suo ruolo, ma questa volta non mi ha interamente convinto.

Perché?

Capisco molto la sua perorazione contro il rischio del vuoto che andare incontro a una competizione elettorale avrebbe potuto determinare e ne capisco le preoccupazioni. Però, in tutta franchezza, penso che dovrebbero essere sormontate da due bisogni.

Quali?

Il primo è quello di un ricorso alla democrazia del popolo, investendo sulla sua partecipazione in un momento così difficile. Direi, una sorta di mozione di fiducia nei confronti del popolo colpito da disagi profondissimi.

E il secondo?

Dentro l’attuale quadro della rappresentanza politica si è resa manifesta una distanza molto grande dai bisogni, dalle aspettative, da una prospettiva di futuro che vorremmo per l’Italia.

Lo considera quindi un governo del Presidente?

Sì. Non obietto dal punto di vista istituzionale, è correttissimo, ma il governo del presidente ha una vocazione di unità nazionale che tende a nascondere le grandi scelte su cui potrebbe rinascere la politica.

Quale rischio intravede?

Di avere un governo più autorevole e di non aver neppure lenito il distacco di parti della popolazione dalla politica medesima. È invece il momento di scuotere l’albero dal basso, promuovendo le energie migliori del paese a entrare in campo, anche scompaginando il quadro della politica tradizionale: sarebbe stato un investimento da fare.

Si poteva scuotere l’albero solo andando alle elezioni anticipate?

La mia tesi, spigolosa e perigliosa, si basa su alcune evidenze. Uno: stiamo vivendo una crisi profonda della politica, che ha smarrito la sua anima, cioè la sua connessione sentimentale con il popolo, specie quello più diseredato. È la ragione prima che può nobilitare la politica come sovranità di scelta del futuro di un paese. Questa connessione sentimentale, da molti anni, è stata profondamente spezzata e la politica ha galleggiato sull’esistente combinandosi con il trasformismo. Due: stiamo vivendo una crisi della democrazia, logorata e amputata, con un Parlamento prima sequestrato dal governo, che è diventato l’alfa e l’omega di tutto, poi addirittura dal Presidente del Consiglio in cui si sono sommate prerogative decisionali rilevantissime. C’è un problema di ricostruzione dell’eredità dei padri costituenti che abbiamo smarrito e tradito, di ricostruzione del popolo, che non è una fotografia, ferma, ma un processo di relazioni.

Come lo si ricostruisce nelle condizioni attuali?

Non certo ricorrendo al papa straniero, che poi a volte si dimostra anche un papa ottimo. Ma in questo caso dico straniero in merito alla pratica della democrazia rappresentativa. Penso che sia una linea di fuga.

Immagino, quindi, che parlare di governo tecnico o politico, di perimetro allargato o di “formula Ursula” non la appassioni più di tanto. È così?

Siamo di fronte a un esercizio fatto dall’alto con grande autorevolezza e autorità da parte del Capo dello Stato, che ha individuato un soggetto, a cui il Parlamento non può dire di no, che guiderà la compagine governativa. Sarà il governo dei due Presidenti, ogni altro elemento è aggiuntivo, non dico irrilevante, ma poco significativo.

Le ricorda forse il governo Ciampi del 1993?

Quel governo perse subito quattro o cinque ministri dopo un voto alla Camera, ma Ciampi non batté ciglio: risolse il problema in qualche ora, chiamando al posto di coloro che si erano dimessi altre figure autorevoli sulla base del fatto che c’era un principio di autorità a cui non si poteva dire di no.

Mattarella e lo stesso Draghi hanno parlato di “unità”. Ieri Stefano Fassina (LeU) ha detto che è sbagliato puntare alla “formula Ursula”, facendone il governo di una parte, perché deve essere, come richiede la natura del mandato, un governo di tutti, compresa Lega e Fratelli d’Italia, altrimenti si brucia un’occasione unica per pacificare il terreno politico nazionale, dove prevale la delegittimazione reciproca. Che ne pensa?

Il mio dissenso è netto. Penso che i governi di salvezza nazionale o di unità nazionale siano forme di eutanasia della politica. La politica è possibilità di dar luogo a delle alternative rispetto alle aspettative del futuro e alla necessità di scegliere fra queste. L’idea invece che ci sia un indistinto entro il quale un’autorità superiore guida tutti in una direzione che non è il frutto di un confronto o di uno scontro fra opzioni diverse altro non è che la sospensione della politica e della democrazia.

Ma l’inconcludenza del governo precedente nell’affrontare la doppia emergenza, economica e sanitaria, non ha portato a questo punto?

Intendiamoci, Draghi è un uomo di grandissima autorevolezza. Ma partiamo da un fatto: nella crisi pandemica le conseguenze non hanno costruito una riduzione delle diseguaglianze, bensì una loro accentuazione. La società italiana è diventata più diseguale di quanto lo fosse prima, che già era affranta da una tendenza alla diseguaglianza incompatibile con la democrazia. Non è quindi il tempo della presunta neutralità, è il tempo delle grandi opzioni. A meno che non si accetti una ristrutturazione dell’economia mettendo al centro il problema quantitativo della sua ripresa, disposti a pagare prezzi nei rapporti tra le persone, nella qualità della vita, nel rapporto con la natura tali da poter consentire questa crescita miope, iniqua e ingiusta. Il governo non può sottrarsi a questa scelta.

Questa estate nel suo intervento al Meeting di Rimini Draghi ha parlato di debito buono e di debito cattivo…

La formula del debito buono e del debito cattivo, che pur manifesta un’istanza etica molto forte, contiene il nucleo di un errore di fondo. In realtà, quello che viene chiamato debito cattivo perché non immediatamente produttivo è una piccola salvaguardia di gente disperata, per la quale avere un soldo non solo colma in qualche modo un disagio o un’esclusione, ma lo rende destinatario di un’attenzione per quanto scarsa. È debito cattivo questo? No, è debito buono.

Draghi incontrerà le parti sociali lunedì e si è detto “fiducioso che dal dialogo possano emergere le risposte all’emergenza del paese”. Non gli riconosce una sensibilità sociale che può essere portatrice di risposte e strumenti nuovi ed efficaci in grado di coniugare crescita e welfare?

Non nego la sensibilità sociale del presidente incaricato, nego – non solo in punta di dottrina, ma anche negli indirizzi di politica economica – che questi obiettivi possano essere perseguiti. Non c’è un prima in cui l’economia riparte e un dopo in cui vengono lenite le diseguaglianze: vanno affrontate di petto come elemento costituivo e fondamentale del nuovo corso della politica economica. Come dice Robert Reich, segretario del Lavoro ai tempi di Bill Clinton, si parte da qui, cominciando ad aggredire le grandi ricchezze e allontanandosi dalla cultura di Wall Street. Se si vuole costruire, questa è la grande occasione.

Ieri Draghi ha incontrato Pd, Italia Viva e LeU, che hanno espresso il loro appoggio. Come uomo di sinistra condivide questa apertura? Che aspettative deve avere la sinistra nei confronti di Draghi? E cosa dovrebbe chiedergli di fare?

Quella che è stata la sinistra, per tante ragioni, ha cambiato natura e quella che oggi viene chiamata sinistra è una formazione sostanzialmente di cultura liberale, il che ha consumato il distacco con una parte della popolazione. Basta vedere la geografia elettorale per rendersene conto. Per me è drammatico vedere che quelle forze vincono nei quartieri alti delle città e perdono nelle periferie e nelle aree più povere. La sinistra istituzionale oggi non è l’espressione di una critica al sistema, come sarebbe necessario. La sinistra di cui abbiamo bisogno non è quella che si accoda al nuovo leader, per quanto nobile. Ma lo assume come altro, come sfida.

In che senso?

C’è quello che chiamerei il governo del Grande Borghese, che essendo grande ha a cuore le sorti dell’umano e non solo dell’economia capitalistica, e proprio per questo la sinistra dovrebbe essere indotta, dall’altezza di questa sfida, a candidarsi in nome di una società diversa, deve usare questo momento per proporre un’alternativa, basata sulla trasformazione, su un nuovo modello di sviluppo, a partire dall’affermazione di principi di eguaglianza e di solidarietà, di accoglienza, di nuove forme di economia.

A proposito di trasformazione, per Draghi la prima sfida – come ha ricordato la stessa Ue – sarà sul Recovery plan. Con 209 miliardi sul piatto si può cambiare un po’ la faccia dell’Italia. Con quali riforme e priorità?

Che l’Europa con il Recovery fund abbia aperto a una politica espansiva, mettendosi alle spalle un ciclo di disastrose misure di austerity, è senz’altro utile. Noto però che lo schema prevalente ruota attorno al tema dell’innovazione. Ma il contesto in cui viene collocata questa scelta di investimenti per la ripresa è quello di una programmazione dell’economia che possa premiare i soggetti che svolgono funzioni sociali, a partire dalla creazione di occupazione di riduzione del disagio sociale, oppure no? La direzione di marcia la decidono i decisori della spesa pubblica o la politica che si riappropria degli indirizzi generali? Il pieno impiego, cioè la possibilità di tutte e di tutti di avere un lavoro o di ridurre la disoccupazione o di svuotare le sacche di precarietà, come rientrano in questa mole di investimenti e in queste scelte di innovazione? Sono passaggi cruciali prima di salire sul treno del Recovery fund.

Un altro dossier urgente è quello del lavoro, perché incombe la scadenza dell’ultima proroga del blocco dei licenziamenti. Che cosa si aspetta?

Il nostro presidente incaricato è stato allievo di Federico Caffè. Una delle sue grandi lezioni era lo Stato occupatore di ultima istanza. Ha presente il carattere dirompente di una tesi del genere, anche rispetto al Recovery fund? Resto convinto che il lavoro debba costituire una variabile dipendente, non indipendente. Occorre restituire a chi chiede lavoro la possibilità di averne uno.

Draghi ha dichiarato che “ha grande rispetto per il Parlamento”. Finirà la stagione dei Dpcm e delle scelte in solitaria, con un Parlamento maggiormente coinvolto?

Il rispetto nei confronti del Parlamento di certo non manca al presidente incaricato. Ma il punto è che questo Parlamento non è stato depredato solo negli ultimi mesi, ma negli ultimi decenni. E il primo elemento di impoverimento è interno al Parlamento stesso: gli sono stati tolti poteri in alto con l’Europa, il governo, lo stesso Presidente del Consiglio, e in basso con le Regioni. Il Parlamento ha perso intrinsecamente autorevolezza perché non esistono più i partiti di massa che costituivano insieme delle agenzie formative e delle cinghie di trasmissione tra il popolo e le istituzioni. Quel Parlamento, e lo dico senza polemica verso il presidente incaricato, si faceva rispettare.

E se Draghi dovesse fallire, rimettendo l’incarico accettato con riserva nelle mani del Capo dello Stato? Chi pagherebbe il dazio maggiore?

Avviato questo processo, se cadesse, sarebbe un elemento di ulteriore e forse ancor più drammatica difficoltà. La candidatura di Draghi è stata accolta innanzitutto dal plauso di tutte le istituzioni internazionali, a partire da quelle europee, ma anche dal plauso di Borse e mercati: non mi piacciono entrambi, ma certo sono elemento di forte condizionamento e devo presumere che il mancato incarico determinerebbe un effetto pesantemente negativo. Ma in caso di fallimento la politica non sarebbe restituita al suo protagonismo, perché non ne ha le energie interne. L’unica ipotesi, però in condizioni molto peggiori rispetto alla fase che ha preceduto il conferimento dell’incarico, sarebbero nuove elezioni. Se ieri però erano un’opportunità, domani saranno il prodotto di un’ulteriore sconfitta.

(Marco Biscella)

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