DAL BRASILE/ La “situazione è disperata ma non seria”: il Covid e un paese distrutto

- Adriano Gaved

In Brasile il numero dei morti causa pandemia è il più alto del mondo, ma non è l’unico problema: quasi peggio la giustizia e la corruzione

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Il presidente del Brasile, Jair Bolsonaro (LaPresse)

Il Brasile? La “situazione è disperata ma non seria”, rubando il titolo a un libro degli anni ’60.

Cominciamo dal minimo. Un paio di settimane fa esce una ordinanza che amplia gli orari dei bar e ristoranti (sì, un paio di settimane fa si parlava di aprire…). Il giorno dopo un giudice annulla l’ordinanza. Il giorno dopo un altro giudice annulla l’annullamento. Da rivalutare la lentezza della giustizia.

Alla fine ci ha pensato il Covid a chiudere il duello dei ricorsi, facendo schizzare il Brasile in testa alla classifica delle morti quotidiane, sia totali che rispetto alla popolazione. Per la prima volta infezioni e morti crescono in tutti gli stati, con l’eccezione dell’Amazzonia, che ha fatto di nuovo da apripista e ora ha scollinato, e di Rio de Janeiro (come per tante cose di questa pandemia non si capisce perché, ma non dovrebbero essere né le virtù civiche né la profilassi dei carioca).

Con ammirevole tempismo e con la sua “usata, ineffabil cortesia”, il giorno del record di decessi Bolsonaro rilascia la sua dichiarazone sulla pandemia: “E basta con ‘ste femminucce e piagnistei!”. I governatori si lamentano della mancanza di coordinamento nazionale e accusano il governo federale. Un anno fa si lamentavano dell’ingerenza del governo federale e chiedevano di gestire in proprio l’emergenza. Il Supremo Tribunale Federale (STF) aveva dato loro ragione.

La vaccinazione procede e si blocca per i problemi di approvvigionamento, come nel resto del mondo che non è Israele.

Intanto a Brasilia un giudice dell’STF, pubblicamente schierato con il PT e nominato dall’ex-presidente Dilma, del PT, ha dichiarato nulli i processi con cui l’ex-presidente Lula, del PT, era stato condannato in prima, seconda e terza istanza, sempre con l’unanimità del collegio giudicante. Problema di giurisdizione: data la natura dei reati i processi dovevano essere portati avanti dai magistrati di Brasilia, non da quelli di Curitiba, cioè da Sergio Moro e dall’equipe della Lava-jato, la Mani Pulite brasiliana. Il primo processo è del 2017: se ne accorgono ora?

Moro è stato anche messo sotto inchiesta – sempre dall’STF – quando sono state divulgate le intercettazioni (illegali) delle conversazioni con il pubblico ministero. D’altra parte, in un momento cruciale dell’inchiesta, Moro stesso aveva divulgato intercettazioni non autorizzate per mobilitare la piazza a suo favore. D’altra parte, Dilma aveva mandato a Lula una nomina in bianco a ministro, da essere completata quando la polizia avesse bussato alla porta per arrestarlo e dargli l’immunità…

Come Al Capone, Lula era stato incastrato per minuzie: una azienda di costruzioni gli aveva regalato una casetta in Guarujá, una città tipo Rimini anni settanta (il sindaco di Rio lo prese in giro dicendo che “non aveva perso i suoi modi di poveraccio”). Vederlo in prigione, poi, quando il suo avversario Aecio Neves, filmato – legittimamente – mentre sollecitava due milioni a un imprenditore, veniva rieletto in Parlamento, rafforzava l’impressione che in Brasile solo i poveri vanno in galera (incidentalmente: qui i laureati hanno prigioni dedicate. Per dare un’idea delle condizioni di vita in quelle normali, un carcerato appena spostato in una APAC, è scoppiato a piangere dallo stupore quando gli hanno fatto vedere quello che sarebbe stato il suo letto. Nelle carceri normali doveva combattere ogni notte per il suo spazio sul pavimento).

Ma lo schema di corruzione che Lula aveva costruito non era una minuzia. Il Forum di São Paulo, il coordinamento di tutte le sinistre sudamericane fondato nel 1990 da Lula e Fidel Castro, in vent’anni ha fatto eleggere Chávez, Kirchner, Maduro, Morales… grande dimostrazione di cosa può fare una sinistra unita. Unita e con i soldi del traffico di droga della FARC e la cresta sugli acquisti delle imprese statali brasiliane (in Petrobras era il 3%).

E la corruzione non è stata neanche il danno peggiore che ha fatto il PT. Con una politica economica fatta per rastrellare consenso elettorale, in meno di due anni Dilma è riuscita a bruciare l’8 per cento del PIL e raddoppiare la disoccupazione. È stata – letteralmente – peggio della pandemia.

Il trucco più scoperto è stata la manipolazione dei prezzi dell’energia elettrica, mantenuti artificialmente bassi e poi esplosi. Si capisce quindi la reazione dei mercati ad una dichiarazione di Bolsonaro di qualche settimana fa sul cambio di presidenza di Petrobras. Formalmente ha solo ricordato che il presidente attuale era in scadenza, ma il messaggio – chiarissimo – era quello che sarebbe intervenuto per calmierare i prezzi dei combustibili e ingraziarsi i camionisti, suoi elettori. Per ora lo ha fatto agendo sulle tasse, al resto penserà l’ennesimo generale che verrà messo a capo della Petrobras. Che ha perso il 20% in borsa dopo l’annuncio, mentre il dollaro da allora è salito del 10%.

Con l’annullamento dei suoi processi Lula ora torna a essere eleggibile e si candiderà alle elezioni del prossimo anno, polarizzandole in un duello tra lui e Bolsonaro.

Al tempo del Vangelo i populisti erano identificati come quelli che “seducevano il popolo”. Dicono quello che vuoi sentire per ottenere quello che vogliono. Allora come ora, in politica come in discoteca, a dargli retta si finisce fottuti.

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