DAL GIAPPONE/ Mazzette, Covid, sfollati: la maledizione olimpica e l’errore di Abe

- Marco Spola

Tra pochi giorni si sarebbero dovuti aprire i Giochi di Tokyo 2020, fortemente voluti dal premier Abe e poi rinviati. Ma il Giappone deve affrontare ben altri problemi

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Il premier del Giappone, Shinzo Abe, annuncia il prolungamento dello stato di emergenza. È il 4 maggio scorso (LaPresse)

TOKYO – Il Giappone storicamente non ha mai avuto un rapporto sereno con le Olimpiadi. Siamo ormai a luglio e a Tokyo la stagione delle piogge è quasi terminata. Già si avverte il caldo umido tropicale tipico di questo periodo e secondo i piani originali tra pochi giorni si sarebbero dovute disputare le Olimpiadi Tokyo 2020. Ma la pandemia che ha stravolto il pianeta ha fatto lo sgambetto ad un paese che ancora una volta si vede sfumare la possibilità di organizzare i Giochi Olimpici.

I vari cartelli sparsi per la città sono ormai destinati a sbiadire e adesso si intravvede l’ipotesi che anche nel 2021 le Olimpiadi potrebbero non tenersi, continuando il rapporto sfortunato tra la terra dei samurai e le gare olimpiche.

Nel 1964 ospitare i Giochi in un certo senso creò interesse e unione tra la popolazione che voleva ricostruire un paese spezzato dalle guerre e lanciarlo verso quello che poi diventerà il più grande boom economico del dopoguerra. I giapponesi volevano riscattarsi dal passato, dalle guerre perdute, dall’umiliazione inflitta dagli americani e volevano diventare la prima economia mondiale.

Oggi il contesto è molto diverso, la popolazione è in parte indifferente all’evento, questa candidatura è nata male e sta rischiando di finire peggio. Molti erano contrari già nel 2016, quando alla chiusura delle Olimpiadi di Rio il primo ministro Shinzo Abe vestito da Super Mario, il personaggio dei videogames, ha raccolto il testimone tentando di proiettare il paese verso un secondo boom economico cercando di finire così in bellezza il suo mandato politico.

Ma ripercorriamo un po’ le tappe principali di questo matrimonio infelice tra il Giappone e le Olimpiadi.

Quando a metà marzo l’Italia e il mondo intero erano in ginocchio per la pandemia peggiore degli ultimi settant’anni, il Giappone, o meglio Abe e i suoi consiglieri ostentavano sicurezza ignorando l’esistenza del Covid-19. I casi dichiarati erano pochissimi e in Italia si credeva che i giapponesi avessero un farmaco speciale, l’Avigan, che potesse risolvere tutti i problemi. Purtroppo nel giro di pochi giorni la bufala sull’esistenza di un antidoto si rivelò essere falsa e di conseguenza tutte le speranze furono archiviate, ma Abe continuava a dichiarare che la situazione era sotto controllo sperando di salvare il suo progetto olimpico. Non ci si poteva sottoporre ai tamponi in nessuna struttura sanitaria e contemporaneamente il paese discuteva con il Cio il destino dei Giochi. Quando finalmente a fine marzo la decisione di rinviare le Olimpiadi fu presa, “casualmente” i casi iniziarono ad aumentare esponenzialmente e lo stato di lockdown fu addirittura dichiarato pochi giorni dopo.

È chiaro, gli investimenti sono stati alti, i dati ufficiali parlano di 12,6 miliardi di dollari, ma si stima più del doppio se si considera l’indotto e forse almeno altrettanti per il rinvio che ha ridiscusso molte clausole, sponsorizzazioni e diritti vari. Gli avvocati e le assicurazioni avranno un gran da fare in questo periodo, ma sicuramente questa organizzazione un record l’ha già stabilito: il budget più costoso della storia dei Giochi. Prima medaglia d’oro.

Che non sarebbero state delle Olimpiadi fortunate lo si poteva capire già nel 2015, quando il Comitato olimpico fu costretto tra l’imbarazzo di molti a ritirare il logo ufficiale dopo le accuse di plagio sollevate dall’artista belga Olivier Debie. In effetti il logo risultò identico a quello creato per il Teatro di Liegi ben due anni prima e il comitato organizzatore, dopo una lunga serie di scuse ma senza ammettere il fatto, decise di ritirarlo e di proporne un altro. Tutto il mondo è paese e anche i giapponesi talvolta ci provano.

Ora che il problema dei Giochi è stato rinviato, il paese fa i conti con il vero nemico di questi giorni, la pandemia mondiale. Se all’inizio si ostentava sicurezza negando l’esistenza del virus in Giappone, ora il paese teme l’invasione dello straniero: ha paura che il virus possa arrivare da fuori e continua a mantenere i confini chiusi. I voli dall’estero non sono tuttora permessi, salvo pochissimi casi di urgenza diplomatica, e nonostante le pressioni di tanti paesi il Giappone continua a vietare gli ingressi. Questa situazione sembra che possa durare fino a settembre, stando alle indiscrezioni del momento, ma nulla è certo e i più maligni prevedono una chiusura fino a fine anno, poi si vedrà.

L’infelice rapporto tra il Giappone e i Giochi olimpici risale però già al secolo scorso, quando Tokyo ottenne la nomina per le Olimpiadi del 1940, subito dopo quelle del 1936 di Berlino. Sarebbero state le Olimpiadi dell’Asse come le definirono in molti, Roma puntava a quelle del ’44 e il mondo fu tenuto in sospeso dalle mire espansionistiche di pochi paesi. Il Giappone voleva assicurarsi risorse naturali di cui è tuttora sprovvisto e nel 1937 dichiarò guerra alla Cina, costringendo l’annullamento delle Olimpiadi di Tokyo del 1940. Fu questo il primo e unico caso di annullamento delle Olimpiadi prima di quelle attuali. All’epoca il mondo stava combattendo una guerra mondiale, una guerra vera fatta di bombe, cacciabombardieri e trincee, mentre ora il nemico è invisibile, incerto e difficile da decodificare.

Molti hanno contestato il progetto del primo ministro Abe di candidare il Giappone alle Olimpiade del 2020 per diversi motivi, non solo di natura economica.

Il primo fra tutti, la corruzione e l’interesse economico di pochi. Può sembrare strano, ma il paese del Bushido, il codice d’onore dei samurai, non è immune a pratiche poco regolari per ottenere concessioni, permessi, appalti e altro ancora. Nonostante l’apparenza pulita e trasparente di questo popolo, è pratica usuale condurre affari allungando mazzette, corrompendo funzionari o aiutando amici. Questo è forse il motivo principale dei costi alti di questo paese, dove le trading company e i cosiddetti middle-man fanno lievitare le tariffe affinché ognuno possa prendersi una fetta della torta.

Il secondo motivo è più di necessità e buon senso. Era davvero necessario sfollare quasi trecento famiglie dal centro di Tokyo per costruire uno stadio che rimarrà una cattedrale vuota dopo le Olimpiadi? A Tokyo, a differenza di molte altre capitali nel mondo, non c’è una squadra che ogni settimana possa riempire uno stadio. I giapponesi sono sportivi nel privato, ma non investono soldi nei grossi club di un qualsiasi sport. Intendiamoci, ci sono squadre importanti soprattutto nel baseball e un po’ nel rugby, ma non hanno certo il richiamo e l’indotto che hanno quelle dei paesi occidentali. Questo stadio nel cuore della città, quindi, sarà destinato a rimanere inutilizzato o semi-vuoto per molti anni.

Il terzo motivo è invece più grave e riguarda i 40mila sfollati che ancora non hanno una casa dopo il disastro di Fukushima del 2011. Lo tsunami che colpì la costa del Sendai, regione a nord di Tokyo, provocò l’incidente nella centrale nucleare della compagnia elettrica Tepco a Fukushima, privando delle loro abitazioni più di 180mila persone. Molti lavori furono portati a termine in tempi record grazie all’efficienza e organizzazione giapponese, ma il problema ancora oggi è tutt’altro che risolto. Ci sono ancora tre reattori in funzione e milioni di tonnellate d’acqua contaminata che sembra sia già stata in parte scaricata nell’oceano. Ma la cosa più drammatica è che ci sono più di 40mila persone ancora sfollate, che mai hanno avuto una casa e ancora aspettano che il governo le aiuti.

Come si dice spesso, i soldi in Giappone non mancano. Basti pensare ai 100mila yen (circa 800 euro) che il governo giapponese ha appena destinato a ogni singolo residente (stranieri inclusi) per l’emergenza Covid-19, e se si considera che la popolazione supera i 120 milioni di abitanti si arriva a una cifra esorbitante.

Inoltre, per fare una cosa semplice e di grosso impatto mediatico, i soldi sono stati destinati a tutti, indipendentemente dalla fascia di reddito o dalla situazione economica. Ma i 40mila sfollati sono ancora in attesa di una casa e anche se le risorse per terminare questo capitolo drammatico di Fukushima ci fossero state, il premier ha scelto di destinare i soldi per le Olimpiadi, nel tentativo di aumentare la sua popolarità internazionale invece di risolvere prima altri problemi prioritari interni.

Ma come sempre la realtà si impone in modo imprevisto e sconvolge i piani costringendo a guardare i fatti. E anche se Abe ha voluto ignorare le condizioni di una società affaticata e statica, di un Pil in recessione, la realtà gli si è rivoltata contro e adesso le conseguenze potrebbero pesare fortemente sulle generazioni future.

Le Olimpiadi Tokyo 2020 passeranno comunque alla storia. Siamo a luglio 2020 e mancano ancora 385 giorni alla cerimonia d’apertura, una cerimonia che potrebbe non avvenire mai.

Ma, come si sa, ai Giochi l’importante non è vincere, ma partecipare.

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