DAL KOSOVO ALLA LIBIA/ Quelle scelte “obbligate” dell’Italia tra ipocrisia e realpolitik

- Giuseppe Gagliano

Le scelte recenti fatte dall'Italia in relazione a Cina e Russia riflettono in modo lineare e coerente il modus operandi tipico del nostro Paese

gheddafi 1 lapresse1280 640x300 Muammar Gheddafi (1942-2011) (LaPresse)

Le scelte recenti fatte dall’Italia in relazione alla Cina – con l’uscita dalla Via della Seta – e alla Russia con la guerra in Ucraina e la crisi energetica riflettono in modo abbastanza lineare e coerente il modus operandi tipico del nostro Paese. Il dopoguerra italiano si è caratterizzato per una doppia faccia: da un lato, l’adesione all’ombra protettiva della Nato, dominata dagli Usa; dall’altro, relazioni ambigue con regimi e gruppi avversari. L’Italia, che ha fornito armi alla Libia nonostante fosse trattata con disprezzo, e supportato i palestinesi mentre questi seminavano il terrore in Europa, ha praticato in molti casi una politica estera di convenienza. Nel 1991 Roma si unì tardivamente alla coalizione contro l’Iraq, ma solo sotto il pretesto di un’operazione di polizia internazionale. La partecipazione fu limitata e rischiosa, culminando nella perdita di un aereo e la cattura di due piloti. Le missioni italiane all’estero si sono susseguite senza sosta: Libano, Somalia, Iraq, Albania, Bosnia, Kosovo, Afghanistan, Libia. Spesso presentate come operazioni umanitarie o di pace, queste missioni nascondevano una realtà più complessa e talvolta incoerente. Il coinvolgimento in Somalia nel 1992, ad esempio, iniziò come missione di aiuto umanitario, ma si trasformò rapidamente in un conflitto diretto. Nel Kosovo, nel 1999, l’Italia partecipò senza l’approvazione delle Nazioni Unite, al fianco di gruppi precedentemente etichettati come terroristi. L’operazione in Afghanistan del 2001 è stata giustificata con motivazioni variabili, dimostrando una mancanza di chiarezza nelle intenzioni. L’intervento in Iraq nel 2003 si basò su informazioni false e si concluse in modo ambiguo.

Ma di indubbio interesse sono le scelte poste in essere verso Gheddafi.

La politica estera italiana ebbe un punto di svolta nel 2011 con il suo ruolo nel conflitto libico, un capitolo che ha rivelato l’arte dell’ipocrisia e gli interessi nascosti della diplomazia italiana. Per decenni, l’Italia ha costruito una dipendenza energetica dalla Libia, chiudendo un occhio sui comportamenti del regime di Gheddafi. Considerato non terrorista, il regime è stato ignorato per la sua partecipazione nella tratta umana e per i suoi piani nucleari o di armi chimiche. Nel 2008, un patto di partenariato con la Libia fu presentato come una risoluzione a problemi di riparazioni coloniali inesistenti, in realtà era un modo per mantenere forti legami commerciali con Gheddafi, distorcendo il diritto umanitario e confondendo rifugiati con immigrati clandestini. La politica italiana violò i dettami Nato, impegnandosi a non utilizzare le basi militari contro la Libia. Tuttavia, il rinnovo delle concessioni di gas e petrolio all’Eni fu considerato una vittoria, mentre le potenze occidentali temevano che Gheddafi imponesse loro le stesse condizioni restrittive. Nel 2010, l’accoglienza di Gheddafi a Roma, completa di tende e guardie del corpo, rappresentò un apice dell’ipocrisia, mostrando la subordinazione dell’Italia di fronte al regime. Quando Francia, Gran Bretagna e Usa iniziarono a intervenire in Libia, l’Italia seguì con riluttanza, cercando di ostacolare l’intervento con richieste all’Onu e alla Nato. Con l’intensificarsi del conflitto, l’Italia“sospese” il trattato con la Libia e si unì alle operazioni Nato con quattordici aerei.

Il regime di Gheddafi non era peggiorato rispetto al 2008 o 2010, ma le rivoluzioni nei Paesi vicini lo avevano reso incompatibile con il nuovo ordine geopolitico. Gheddafi, che aveva supportato Ben Ali e Mubarak, minacciava i nuovi governi in Tunisia ed Egitto, alimentando la controrivoluzione. La necessità delle compagnie petrolifere occidentali di rovesciare Gheddafi per evitare le restrizioni contrattuali ebbe il suo peso sulla decisione di intervento di Roma. Per l’Italia, la “difesa dei civili” proclamata dalla Nato diventò una guerra a fianco degli insorti, mantenendo però un occhio di riguardo per gli investimenti e i mercenari di Gheddafi. Il pretesto dei crimini contro l’umanità da parte di Gheddafi era valido, ma una vera giustizia avrebbe dovuto includere coloro che avevano supportato il regime per decenni. La morte di Gheddafi evitò un processo più ampio. In Italia, la risposta fu di sollievo misto a condanna, con un rapido ripristino dei contratti precedentemente stabiliti con il regime.

Questo episodio riflette una storia di compromessi e ipocrisie, e il tentativo da parte dell’Italia di navigare in un contesto internazionale complesso, spesso a discapito della coerenza e dei principi etici, ricercando un difficile equilibrio tra questi ultimi e la realpolitik.

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