DAL MYANMAR/ “Il macellaio di Rangoon: se il Papa tornasse qui da noi”

- Lettera firmata

Un macellaio ha fatto una considerazione elementare che la dice lunga sul terrore che regna in Myanmar. Perché la casta buddista tace?

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Papa Francesco con il Venerabile Bhaddanta Kumarabhivamsa (LaPresse)

Caro direttore,
come ti ho scritto, non vorrei più raccontarti di morti, esecuzioni, violenze, stupri. Non ce la faccio più. Se vuoi ti porgo le mie riflessioni personali ma basta reportage: voglio parlare solo di cose belle.

Sì,  perché ci sono anche cose belle. A noi tutti ha fatto molto piacere l’intervento del Papa nell’udienza del mercoledì. Tutti sapevamo che non ci aveva dimenticato. Ma la cosa che mi ha colpito di più è la riflessione che ha fatto il mio macellaio cattolico (mica un luminare). Valuta se pubblicarla perché non so se teologicamente corretta. Il suo pensiero, che cerco di rendere comprensibile, è stato il seguente. “Vedi, non so se te ne sei accorto, ma quando il Papa è venuto qui nel 2017, la gente non sapeva neanche chi fosse il Papa. Quando con la sua auto è passato qui davanti c’ero solo io. Era uno sconosciuto, al massimo uno dei tanti capi di Stato che vengono a Rangoon in visita. Te ne sei accorto?  Penso che, se fosse qui, in questo momento, il Papa sarebbe come ognuno di noi. Potrebbe fare solo quello che ha fatto suor Ann: inginocchiarsi, piangere e chiedere di non sparare. Qui lui sarebbe come Pietro a Roma 2000 anni fa. Uno come tanti”.

Di qua è partita una mia piccola riflessione. “Uno come tanti. Lui, qui, oggi, sarebbe come Pietro a Roma 2000 anni fa”. Vero, ma è vero anche il contrario. Io sono eguale al Papa. Allora la testimonianza passa attraverso di me. Domani esco di casa e sono come il Papa. Non so se lo capite, ma questo è rivoluzionario per me. Io e il Papa siamo uguali. Qui, quello che può fare il Papa, lo posso fare anch’io. O poco meno.

Forse voi non lo capite. Ma se il Papa fosse qua gli sparerebbero, come a qualsiasi altro. Se qualcuno stanotte lo paracadutasse qui, dormisse a casa mia stanotte e domani mattina venisse con me per le strade di Rangoon, anche avesse la sua veste bianca gli sparerebbero. I soldati non sanno chi sia il Papa. Hanno ordine di sparare. Punto e basta.

Comincia tutto da lì. Ognuno è testimone. Io a Rangoon, Voi nei vostri paesi e città.

Se vuoi ti scrivo anche due righe di politica. Internet è saltato. Ti scrivo con i trucchi che sappiamo. Finché tengono. Credo che i generali vogliano al più presto dare l’idea che “l’ordine regna a Rangoon”. Perciò la stretta è ancora più drammatica. Altri morti. Tanti. Ovunque. Non oso pensare cosa accada nei villaggi: razzie, violenze, conti arretrati – anche banali – saldati come si sa. Forse si salvano le zone dove ci sono milizie etniche paramilitari. Non ci sono più notizie. Ma non si può costruire un lager per 60 milioni di persone. Ripeto: si sono cacciati in un vicolo ceco, dategli una via d’uscita e finiamola di spargere sangue.

La Cina è responsabile o no? Ripeto: la gente qui percepisce che quanto accaduto non poteva accadere senza approvazione di Pechino. So che autorevoli analisti occidentali dicono il contrario. Benissimo. Essendo la superpotenza dell’area faccia squillare il telefono di chi è a capo dei “ribelli”. Game over.

I grandi assenti comunque sono i capi dei monasteri buddisti più importanti. Perché?

Un lettore dal Myanmar 

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