DAL MYANMAR/ “Siamo al bivio: o depressione di massa (e suicidi) o rivolta armata”

- Lettera firmata

In Myanmar il clima di terrore è cresciuto a livelli parossistici. E i suicidi stanno aumentando. La rabbia spinge tanti alla rivolta armata, ma sarebbe una carneficina

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Barricate a Yangon, Myanmar (LaPresse)

Caro direttore,
capisco che quanto sto per scrivere è una “non notizia”: qui la situazione è sempre più tragica. Non mi domando neanche più come fa l’Occidente ad accettare tutto ciò. Lo stesso Occidente che giustamente protestava per le tante altre violazioni dei diritti umani!

Il clima di terrore è cresciuto a livelli parossistici. È difficile – se non impossibile – vivere in un contesto in cui chiunque, senza ragioni e in qualsiasi momento, può essere arrestato. Davvero è un ritorno al passato che la gente non regge più. Vedo drammaticamente crescere due reazioni opposte, che però sono facce di una stessa medaglia: la disperazione.

Da un lato, ciò che mi strappa il cuore è constatare il senso di scoramento che, giorno dopo giorno, cresce e colpisce sempre più persone. Una sorta di depressione collettiva. Alcuni arrivano al suicidio: non si può accettare di tornare schiavi, meglio morire. Non si può vivere costantemente nella paura che altri uomini possano fare violenza su ognuno di noi. Violenza bruta, neanche sottile. Non c’è la paura del virus, ma di ciò che altri uomini, per mera sete di potere e ricchezza, possono fare a te, ai tuoi cari e alla tua gente. Se fosse per ragioni ideologiche o razziali ci sarebbe una parvenza di logica. Qui è evidente che è solo la sete di potere ad alimentare i militari. Non posso quantificare, ma qui i suicidi accadono sempre più spesso. Alcuni ingeriscono il veleno per topi, altri si buttano sotto i pochi treni che passano. Ma al di là dei gesti estremi è la situazione psicologica globale ciò che mi preoccupa. Già in un precedente resoconto scrivevo dello stato d’animo di rassegnazione con cui gli adulti ora guardano alla vita, ai figli, al lavoro, alla realtà tutta. Nei loro occhi vedo una profonda tristezza, che nasce dal percepire che la situazione è senza vie d’uscita. A mano a mano che passano i giorni questo sentimento collettivo cresce. Non c’è speranza.

Dall’altro, cresce la rabbia, il desiderio di una rivolta armata, di una battaglia finale tra il male e il bene, di un “facciamola finita una volta per sempre”, o noi o i militari, vada come vada ma non possiamo finire come il Tibet o la Corea del Nord. Io, già mesi fa, l’avevo chiamata “Armageddon”.

La posizione dei sostenitori di questa idea è chiara: meglio una morte onorevole in battaglia piuttosto che la schiavitù. Io però continuo a sostenere che la rivolta armata finirebbe solo per generare una carneficina. Troppa è la differenza delle forze in campo. Da un lato, i civili, armati con armi artigianali: gli anziani hanno tirato fuori i vecchi fucili da caccia e i giovani hanno inventato gli attacchi con i droni. Ammirevoli, ma i militari dispongono di elicotteri da combattimento, cannoni, mortai, bazooka, mitragliatori e soldati impasticcati. È facile prevedere quale sarà l’epilogo. In ogni caso: una carneficina.

Per questo continuo a dissuadere dalla rivolta armata. Non è solo una questione “religiosa”, di rispetto della vita, ma logica: una guerra civile totale consentirebbe ai ribelli di legittimare un’escalation militare. I fatti di Mindat di cui ti ho scritto la settimana scorsa sono lì a dimostrare questo. Capisco, d’altra parte, che una situazione come questa è impossibile da sostenere per molto tempo.

I giovani, che qui chiamano “Z Generation”, per distinguerli da quelli (Generation X e Y) che comunque hanno accettato le passate dittature, sono quelli che non accettano mediazioni.

Per il resto, non posso che stupirmi positivamente per la solidarietà che vedo ogni giorno fra la gente. È sempre più difficile perché siamo alla fame ed è rimasto poco o nulla da condividere, ma c’è.

Sono anche stupito – stavolta negativamente – dal silenzio della stampa occidentale. Nessuno parla di noi se non per Miss Birmania o la fotomodella che si è arruolata nei gruppi paramilitari. Poca cosa. Se c’è bisogno di questo per parlare del dramma di un popolo, siamo (siete) messi male.

E che dire del silenzio assordante delle gerarchie buddhiste? Come fanno ad accettare questa situazione con un atteggiamento pilatesco? Con il Covid che miete a man bassa? In questo quadro, in cosa sperare?

(Un lettore dal Myanmar) 

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