DAL PERÙ/ Il caso Odebrecht, Mani Pulite e gli strani effetti dell’autonomia dei pm

- Paolo Musso

L’inchiesta Lava Jato insegna che la magistratura ha occupato sempre più spazio non perché eterodiretta, ma per l’immoralità assoluta dei politici

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Martín Vizcarra, presidente del Perù dal marzo 2018 (laPresse)

LIMA (Perù) — Nell’ultimo articolo avevo ripercorso la carriera dell’ex presidente del Perù Alan Garcia, terminata tragicamente con il suo suicidio lo scorso 17 aprile, pochi istanti prima di essere arrestato nell’ambito dell’inchiesta Lava Jato sulle tangenti pagate dall’impresa brasiliana Odebrecht ai politici di mezza America Latina.

Giulio Sapelli considera le vicende peruviane come parte di un fenomeno di generale politicizzazione della magistratura e, più specificamente, delle “persecuzioni giudiziarie iniziate in Brasile anni or sono contro il Pt di Lula” sull’onda della “distruzione dei partiti di massa avversi alle privatizzazioni da globalizzazione subalterna” che sarebbero iniziate in Italia negli anni novanta.

Tuttavia, se una qualche forma di persecuzione in stile Mani Pulite è ravvisabile nell’agire dei magistrati peruviani (e più in generale sudamericani), essa consiste essenzialmente in una visione aprioristicamente negativa dei politici, considerati quasi per definizione corrotti, e nell’eccessiva durezza dei metodi usati, soprattutto l’abuso del carcere preventivo. Questo è certamente grave e va denunciato, ma l’analogia finisce qui.

In Lava Jato infatti non si vede nessuna volontà di perseguire intenzionalmente persone innocenti o di favorire una parte politica precisa, che era il vero fine di Mani Pulite, come dimostra il fatto che i leader comunisti la facevano sempre franca (a parte alcune figure minori sacrificate giusto per gettare un po’ di fumo negli occhi). In Perù invece sono stati arrestati esponenti illustri di tutti i partiti, compreso Pedro Pablo Kuczynski, probabilmente il presidente più filo-Usa mai giunto al potere in Sudamerica attraverso regolari elezioni, il che fa a pugni con la tesi di Sapelli per cui tali presunte persecuzioni sarebbero “condotte […] dalle ‘forze profonde’ dello stato nordamericano”, il quale oltretutto non è mai stato così disinteressato al Sudamerica, dove oggi (purtroppo) ha molto più peso la Cina.

Per giunta, in Perù non c’è niente da privatizzare: a parte che il 70% dell’economia è “informal”, cioè in nero, l’ottima Costituzione fatta approvare dal presunto “dittatore” Fujimori, che è ancor oggi il principale bastione della fragile democrazia peruviana, permette infatti allo Stato di intervenire in economia solo in funzione sussidiaria e dietro voto esplicito del Parlamento, per cui le imprese statali non esistono.

Quanto a Lula, infine, non solo non è una povera vittima, ma per lungo tempo è stato proprio lui il vero burattinaio di Odebrecht, che usava per finanziare generosamente gli altri partiti di sinistra sudamericani.

Con ciò non voglio dire che il sentimento di ingiustizia e di ribellione provato da Sapelli, così come da molti altri qui in Perù (a cominciare dallo stesso Garcia, che proprio per questo si è ucciso), sia ingiustificato. Quello che dico è che è mal giustificato. Perché è evidente che Garcia i soldi li ha presi, se non per sé, almeno per il partito, così come li hanno presi Toledo e tutti gli altri. Infatti il signor Marcelo Odebrecht (che a modo suo era un vero genio), dopo aver aiutato gli amici del suo presidente, aiutava anche tutti i loro avversari, ovviamente all’insaputa l’uno dell’altro, nonché, ça va sans dire, dello stesso Lula. Lo scopo non era, come nella corruzione “classica”, far vincere qualcuno in particolare, col rischio di perdere i soldi “investiti” se poi per caso costui perde, ma piuttosto creare un ambiente di corruzione generalizzata, in modo che chiunque vincesse fosse in debito con l’impresa: costo maggiore, ma risultato garantito. E adesso stanno arrivando anche le prove.

Ciò detto, anch’io, che ho visto crescere sotto i miei occhi Lima e tutto il Perù durante l’ultimo anno di Toledo e i cinque di Garcia e poi ho assistito al progressivo rallentamento, prima per i maldestri tentativi di Humala di tornare allo statalismo (frenati, una volta ancora, solo dalla Costituzione di Fujimori) e poi per lo stallo generato dalla presidenza senza maggioranza del duo Ppk-Vizcarra, non posso fare a meno di avvertire qualcosa di sbagliato nel veder trattare come comuni delinquenti uomini che hanno commesso atti certamente riprovevoli, ma insignificanti a paragone dei benefici che, contro ogni previsione, hanno saputo arrecare al paese.

Tale sentimento si riassume nel celebre motto “es corrupto, pero al menos hace obras” che per molto tempo ha guidato le scelte dell’elettorato peruviano e che era molto più ragionevole di quel che oggi è di moda credere, anche tra i peruviani stessi. Perché davvero è meglio, anche moralmente, Vizcarra, che “es honesto, pero no hace nada”? E davvero si può pensare che sia possibile “hacer obras” senza sporcarsi le mani in un paese in cui il 70% dell’economia è illegale, il 75% dei professori non è in grado di capire ciò che legge, l’ente che pretende più tangenti è la polizia e il Consiglio superiore della magistratura è stato appena soppresso perché troppo corrotto?

Sono domande molto scomode e molto “incorrect”, ma che dobbiamo porci seriamente, perché qui non è in gioco solo il destino di qualche politico sudamericano, ma quello di noi tutti.

Il problema è che il potere è sempre stato corrotto, ma per gran parte della storia umana questo è stato accettato come un dato di fatto insuperabile. Poi, con l’avvento della modernità, con la sua ossessione per l’uguaglianza e la giustizia, si è cominciato a non ritenerlo più tollerabile. I sistemi totalitari hanno pensato di risolvere il problema cambiando la natura umana e sappiamo come è finita. I sistemi democratici, al contrario, hanno cercato di cambiare la natura del potere, soprattutto attraverso la separazione tra politica e magistratura, che per un certo tempo ha funzionato. Ma l’immanità dello scandalo Odebrecht dimostra che in realtà questo equilibrio è assai più fragile e precario di quel che credevamo, perché regge solo finché la corruzione non supera un certo limite, passato il quale l’azione della magistratura comincia inevitabilmente a condizionare sempre più pesantemente il potere politico, perfino se, diversamente da Mani Pulite, non ne ha l’intenzione. E a questo punto che si fa?

Il moralista che è in noi (in tutti noi, non illudiamoci) risponderebbe senza esitare: “Bisogna continuare le indagini, costi quel che costi! Fiat justitia, pereat mundus!” (che non per nulla era il motto di Kant, il padre della morale moderna). Facile, finché restano solo parole. Ma il problema è che qui rischiamo di distruggerlo davvero, il mondo. O almeno il nostro mondo.

Perché è vero (e su questo sono di nuovo d’accordo con Sapelli)  che la tendenza all’auto-destrutturazione degli Stati per opera della magistratura è un fenomeno generale in atto in tutto il mondo. Ma (e qui torno a essere in disaccordo con lui) non in tutti gli Stati, bensì solo in quelli democratici: perché il vero dramma è che il fenomeno suddetto si produce spontaneamente, come conseguenza del normale funzionamento delle nostre istituzioni. E questo non è meno grave, bensì più grave (in effetti molto più grave) di quel che ipotizza Sapelli. Perché magari avesse ragione lui! Magari tutto questo fosse il prodotto di un piano ordito da uomini, spietati e potenti quanto si vuole, ma alla fine pur sempre esseri in carne ed ossa, con cui si può cercare un accordo e, se non lo si trova, si può almeno combattere! Invece così non sappiamo che pesci pigliare, perché quella che credevamo essere la soluzione si sta trasformando nel problema.

Forse dovremmo cominciare a chiederci se, nonostante le apparenze, in fondo non stiamo cercando anche noi di cambiare la natura umana, e non solo quella dello Stato: perché l’autonomia assoluta della magistratura implica di fatto un’altrettanto assoluta impeccabilità da parte dei politici e, più in generale, dei cittadini, che non sembra tanto probabile possa realizzarsi nel mondo così com’è (e non come “dovrebbe” essere). Certo nessuno oggi ha la soluzione in tasca, ma sarebbe già molto se si cominciasse a cercarla, invece di continuare a illuderci, non solo contro ogni ragionevolezza, ma anche contro ogni evidenza (basti guardare all’Italia), che il problema non esiste e che basta lasciar lavorare in pace i magistrati.

Perché è vero che la soluzione non potrà venire solo dalle leggi, dato che, come diceva Eliot, non esisterà mai un sistema abbastanza perfetto da rendere inutile agli uomini essere buoni. Ma sarebbe già un bel passo avanti se riuscissimo a costruire almeno un sistema abbastanza buono da rendere inutile agli uomini essere perfetti.

(2 – fine)

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