DALLA CINA/ Lao Xi: Salvini e Zingaretti, la doppia sconfitta che rilancia Conte

- Lao Xi

La crisi di governo sembra svanita, ma occorre interrogarsi su due sconfitte: quelle di Salvini e Zingaretti. Oltre che sui calcoli del Colle

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Giuseppe Conte (Lapresse)

La lite furibonda nel governo che si è consumata tra giovedì e venerdì è stata una tempesta in un bicchiere d’acqua. La domenica era tutto finito e la settimana entrante avvierà il Parlamento a tranquille vacanze estive, come ha raccontato Antonio Fanna. Ma le conseguenze restano pesantissime per tutti i partiti al potere e non, mentre le ombre profonde sull’Italia si addensano e non si diradano.

I fatti in breve. Il leader della Lega Matteo Salvini, coinvolto nel Russiagate, era pronto a fare saltare tutto, voleva la crisi di governo e il voto. Così pare volesse anche il neosegretario del Pd Nicola Zingaretti, interessato a chiarire il quadro politico generale. Con Lega e Pd d’accordo per il voto si sarebbero sciolte le camere.

Al Colle però sembra abbiano detto a Salvini: volete la crisi? Bene. Prima del voto, però, la Costituzione impone almeno di verificare se ci sono i numeri per sostenere un governo alternativo. Questo tentativo oggi sarebbe quasi sicuramente coronato da successo, e la Lega passerebbe i prossimi anni all’opposizione. Pensateci bene.

Salvini, davanti a questa eventualità avrebbe fatto un passo indietro, pensando che è meglio affrontare il Russiagate dal Viminale, come ministro degli Interni, che non dai banchi dell’opposizione.

Comunque la sceneggiata prova una serie di cose. Innanzitutto che Zingaretti non è padrone del Pd e che una larga parte del partito, contro gli auspici del segretario, potrebbe essere pronto a un’alleanza con M5s pur di mantenere il seggio, magari raccogliendo pure qualche fuggiasco da FI in stato di abbandono. Cioè sarebbe il governo dei professionisti della poltrona.

Se però Zingaretti oggi non è riuscito a spingere verso il voto, domani potrebbe vedersi sfuggire di mano il partito. Quindi o Zingaretti nelle prossime settimane si impossessa delle leve del comando o resta un segretario dimezzato.

Ma le conseguenze più gravi sono per la Lega. Con la sconfitta sullo scioglimento delle camere, Salvini subisce un secondo smacco dopo il Russiagate. Da qui, o lui ripensa tutto, o sarà vittima di una tortura dei mille tagli. Perché le rivelazioni non cesseranno e le procure potrebbero trovare elementi per dare luogo a procedere.

Inoltre, c’è una questione di sostanza sul punto della crisi scampata. In questo episodio se pure tutte le forme della legge sono state rispettate, forse è stata massacrata la sostanza della legge.

Il governo dovrebbe governare, ma evidentemente questo governo è allo sbando. Inoltre, sulla carta, potrebbe governare effettivamente una nuova compagine sempre incentrata sui M5s, che oggi alla Camera avrebbe la maggioranza relativa. Ma tra il pubblico gli M5s sono crollati, e stanno ancora crollando.

Quindi c’è la realtà di un governo che non funziona, basato su un partito in via di estinzione e non più rappresentativo. C’è un vuoto politico, profondo e reale, che la crisi e un voto anticipato avrebbero affrontato.

D’altro canto c’è il timore, in parti dell’establishment, dello straripamento della Lega in un voto presto. La Lega al 37% è una disgrazia per il paese? Forse, ma è quello che vogliono gli italiani. Quindi meglio che il paese beva la pozione che si è scelta e poi giudichi da sé, che cercare di avere dei saggi che sanno “quello che è bene per il paese” al di là dei risultati delle urne.

L’idea dei saggi oggi, giusta o meno che sia, fa solo aumentare l’avversione del pubblico per “il sistema”. Tale avversione è la radice profonda dei mali italiani attuali. Forse, se c’è tale sfiducia nella scelta dei votanti, allora meglio fare un chiaro colpo di Stato e abolire le elezioni, che nascondersi dietro finzioni e teatrini.

Insomma la sceneggiata della crisi, più di una crisi, mette in evidenza che in certe occasioni le forme, giuste e sacrosante, della democrazia rischiano di essere mortali per la democrazia stessa. Ciò avviene quando le forme perdono contatto con la realtà delle cose.

Tutto questo crea un peso senza precedenti sulle spalle del presidente della Repubblica, al di là di ogni mandato di legge. È un peso etico gigantesco in cui non ci sono risposte giuste, ma solo diverse facce di risposte sbagliate. Inoltre impone un peso etico ancora più grande sulle spalle di tutti i politici italiani: vogliono salvare sé stessi o anche il paese?

Nei prossimi giorni l’ardua sentenza.

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