DALLA SPAGNA/ Gli effetti (politici) sull’Italia di un green pass “anomalo”

- int. Agustín José Menéndez

Visto dalla Spagna, il decisionismo con il quale il governo ha imposto il green pass e l’assenza di un dibattito libero da preconcetti sono un problema preoccupante

senato aula legge 1 lapresse1280 640x300
In aula al Senato (LaPresse)

In Spagna il green pass – pasaporte Covid – non è mai servito per obbligare alla puntura, come in Italia. L’unico obbligo riguarda l’uso della mascherina negli spazi interni. Nessun obbligo di certificato verde per lavorare. La decisione sull’obbligo di green pass per frequentare bar, ristoranti, locali notturni è lasciata alle regioni. Se alcune di esse lo introdurranno, sarà solo “per accelerare l’allentamento delle misure restrittive”, spiega al Sussidiario Agustín José Menéndez, docente di diritto pubblico nell’Universidad Autónoma di Madrid.

Per il giurista la scelta italiana di introdurre l’obbligo vaccinale non con una legge del parlamento, ma limitando progressivamente le libertà dei non vaccinati è un problema serio, che esprime “la debolezza e la mancanza di autorevolezza democratica del governo”. Un fattore che, combinato con la debolezza politica dei partiti, rende questo momento “delicatissimo”.

Qual è l’applicazione del green pass in Spagna?

Alcune regioni, tra le quali Galizia e Andalusia, avevano introdotto nell’estate l’obbligo di mostrare il pasaporte Covid per l’accesso ai ristoranti, trattorie e bar. Come nel caso del green pass, il pasaporte Covid si dava ai vaccinati, ai guariti e a coloro che sono in possesso di un tampone negativo, valido 72 ore. I tribunali regionali hanno trovato sproporzionate le modalità specifiche del passaporto, sollevando in particolare dubbi sull’effettività dei tamponi, e in più considerando che c’erano ragioni per essere cauti sulla non contagiosità dei vaccinati. 

A questo punto cos’è successo?

Il Tribunal Supremo, subito dopo ferragosto, ha confermato la decisione del tribunale superiore dell’Andalusia. Nonostante questa prima decisione, pochi giorni fa lo stesso Tribunal Supremo ha giudicato le misure approvate dal governo galiziano proporzionate. Su questa base, è prevedibile che altre regioni rendano obbligatorio il pasaporte nei prossimi giorni.

Come e perché si è pensato di inserirlo?

Nel contesto spagnolo, con livelli molto bassi di rifiuto della vaccinazione, l’obbligo vaccinale non è mai stato un’opzione, ancor meno in modo “condizionale”. Il pasaporte Covid serviva, e probabilmente servirà ancora, ad accelerare l’allentamento delle misure restrittive.

Ci può spiegare meglio la decisione dei tribunali regionali?

Non si sono schierati contro il meccanismo del pasaporte. Anzi, hanno concluso che la protezione della salute pubblica può giustificare in linea di principio la restrizione dei diritti soggettivi di libertà, e quindi, in certe condizioni, subordinare l’accesso a certi servizi al possesso del pasaporte. Tuttavia hanno ritenuto che i governi regionali non avessero giustificato adeguatamente l’idoneità e necessità della misura. 

A questo punto che cosa ha detto il Trubunal Supremo?

Nella sua ultima pronuncia ha sancito che il pasaporte, malgrado non offra una garanzia piena, è da preferire a tutte le possibili alternative. Ha anche accennato, in via incidentale, all’utilità del pasaporte come incentivo alla vaccinazione.

Ma è obbligatorio per accedere ai posti di lavoro, scuole, università?

No. Nel caso in cui si introducesse quest’obbligo, in presenza di un peggioramento drastico della situazione epidemiologica, è chiaro che i governi regionali dovrebbero fare uno sforzo argomentativo molto serio. In tal caso, è probabile che il Tribunal Supremo sarebbe favorevole.

Perché un certificato verde europeo fatto per agevolare la circolazione nell’Ue, diventa, nei singoli Stati – Spagna, Italia, Francia – uno strumento con altre finalità?

Le norme giuridiche vengono sempre interpretate prendendo sul serio il loro contesto. La tessera verde europea è stata introdotta in un momento nel quale c’erano molte restrizioni alla circolazione fra paesi europei. L’obiettivo era facilitare la circolazione, assoggettandola però a condizioni.

Giusto o no?

Può essere una buona o cattiva idea, ma sostenere che l’obiettivo era implicitamente un altro, a mio avviso è sbagliato.

Cosa può dirci, dal suo punto di vista, del dibattito italiano?

Guardando attentamente dall’esterno, è difficile non concludere che la passione con la quale si discute sulla tessera verde è sintomatica. Se l’Italia o la Francia hanno introdotto questa misura e altri paesi no, è semplicemente perché in Italia e in Francia c’era una maggiore resistenza a vaccinarsi. Allora dovremmo chiederci perché gli italiani e i francesi hanno perso fiducia nelle istituzioni pubbliche, e di chi siano queste responsabilità.

Lei cosa dice?

Non è un problema soltanto italiano, ma in Italia è sicuramente un problema importante. Vuol dire, fra altre cose, che non c’è nessun “effetto Draghi”. Anzi.

In Italia il governo ha esteso progressivamente l’obbligo del green pass a tutti i lavoratori pubblici e privati. Una legge sull’obbligo vaccinale non è all’ordine del giorno e a nostro avviso non può esserlo. Questo fatto quali considerazioni tecniche le suggerisce?

Mi sembra chiaro che la tessera verde italiana è un obbligo vaccinale perseguito con altri mezzi, o per meglio dire un obbligo tramite l’imposizione di condizioni. Questo crea tanti problemi, non soltanto giuridici, ma anche politici.

Ad esempio?

Lasciando i cittadini liberi di vaccinarsi o meno, ma obbligandoli a fare la tessera verde per poter lavorare e fare altro ancora, si introducono serie limitazioni per i non vaccinati. Si può dire allora che siano veramente liberi di non vaccinarsi?

L’obbligo vaccinale indiretto mediante green pass è incostituzionale?

Si può certamente contestare, come fa Alessandro Mangia, la costituzionalità dell’obbligo vaccinale “diretto” in queste circostanze, alla luce di quello che ancora non sappiamo sugli effetti del vaccino a medio e lungo termine.

Su questo manca un dibattito serio. Mi par di capire invece che secondo lei più se ne parla, meglio è.

Certo. Guai se non fosse così. Anzi, ciò che fa essere ancor più importante questo dibattito è il fatto che che i giuristi siano in disaccordo, anche in paesi come l’Italia e la Spagna, che hanno costituzioni non così diverse per quello che riguarda l’equilibrio fra beni collettivi e diritti soggettivi. Ma se la scelta è fra l’obbligo esplicito o l’obbligo tramite condizioni, è di gran lunga preferibile essere trasparenti. Riconoscendo che non agiamo sulla base di certezze, ma che il bene collettivo della salute pubblica richiede la misura.

Vuol dire fare una legge e quindi passare per il parlamento.

Sì, esatto.

Attualmente in Italia chi avanza critiche verso il green pass è oggetto di un forte stigma mediatico e pubblico. Secondo lei perché? 

E da anni che i giornali e le televisioni sono state contagiate dai vizi dei social media nella loro versione peggiore. Questo è un male. La democrazia vive del confronto sereno delle opinioni. Richiede quindi una disponibilità continua a credere nella forza della ragione, non dei pregiudizi. Un conto è discutere, un altro tifare.

A che cosa si riferisce?

Si può essere d’accordo o meno con Alessandro Barbero quando si pronuncia contro il green pass, ma non ha senso né ridicolizzarlo perché si è mostrato scettico sulla sua costituzionalità, né farlo santo subito perché in questo caso sembra essere “dalla mia parte”.

E sotto il profilo del potere politico?

Le autorità pubbliche non sono state per nulla chiare sul fatto che il vaccino, malgrado sia fondamentale nella lotta contro il Covid, non è la panacea, come ha ricordato per esempio Andrea Crisanti. Più si è trasparenti e sinceri, più è probabile che gli italiani, e chiunque altro al posto loro, si fidino di quello che gli si propone.

C’è una relazione tra adozione ed estensione del green pass e stato di emergenza?

Malgrado trovi qualche fondamento nell’associazione che fa, tra gli altri, Massimo Cacciari, non sono pienamente persuaso. La logica emergenziale ci sarebbe se si fosse scelto di giustificare la vaccinazione “diretta” invocando l’eccezionalità della situazione nella quale ci troviamo. Ma non si è fatto così.

Lei stesso, però, riconosce che questa situazione non è chiara. 

Direi che la difficoltà della campagna vaccinale ha portato a una situazione dove c’era bisogno di prendere una decisione ulteriore. Non volendo fare persuasione pubblica vera, con il libero confronto che questa comporta, si è scelto di spingere verso il vaccino con la tessera verde. Il legame non è tanto con lo stato di emergenza, quanto con la debolezza e la mancanza di autorevolezza democratica del governo.

C’è un rimedio?

La faccenda della tessera verde in Italia dimostra ancora una volta che l’intero sistema democratico si appoggia su una cultura democratica che deve essere continuamente coltivata. Per farlo non c’è bisogno di nuovi re taumaturghi o di prìncipi tecnocratici, ma di partiti politici capaci di organizzare l’opinione pubblica, riflettendone ma anche arricchendone le opinioni e gli interessi. Quando i partiti vengono meno, la politica democratica perde autorevolezza.

Alla luce di tutto questo, secondo lei in Italia quale momento politico stiamo vivendo?

Un momento delicatissimo. Non soltanto in Italia ma in tutta Europa. Dal 2008, se non prima, le classi dirigenti europee hanno puntato tutto, come si dice da voi, sul “tirare a campare”. Alcuni ce l’hanno fatta, altri molto meno. In ogni caso, i problemi strutturali rimangono gli stessi, ma aggravati. Non ci aiuteranno né la nostalgia malinconica dei tempi passati, né la fede cieca nella tecnoscienza.

(Federico Ferraù)

— — — —

Abbiamo bisogno del tuo contributo per continuare a fornirti una informazione di qualità e indipendente.

SOSTIENICI. DONA ORA CLICCANDO QUI



© RIPRODUZIONE RISERVATA