DALL’IRAN/ “Dove non ci sono elezioni vere non c’è speranza, possiamo solo emigrare”

- int. Persia

Donne che fuggono dall’Iran in cerca di una vita migliore. È la storia di “Persia”, che dice: “In un regime dove non ci sono elezioni libere, la politica non può influire sul cambiamento”

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Proteste in Iran (LaPresse)

Panta rei” dicevano gli eraclitei. Tutto scorre, in un perpetuo divenire dove persino le verità comunemente acquisite non si sottraggono al cambiamento. Questa non è metafisica, ma la storia del mondo in cui viviamo. Movimenti globali come #MeToo contro la violenza sessuale (il caso dell’orco Weinstein), l’apertura da parte della comunità scientifica nei confronti di relatori donne (il gruppo #econtwitter continua a denunciare un certo tipo di maschilismo persistente nella professione), il faro acceso dai media sui femminicidi quotidiani, gli esempi di leadership che vanno dalla ragazzina Greta Thunberg ad Angela Merkel, hanno dato un’accelerazione direi pervasiva al cambiamento, che forse in questo nuovo secolo vedrà finalmente tramontare anche le differenze di genere.

In Medio Oriente si stanno facendo i conti con questo nuovo spirito del mondo, tutto al femminile, in continuo fermento. In Iran, per esempio, ci sono attiviste che lottano ogni giorno, rischiando la prigionia o la vita, per la conquista di un diritto in più, in nome di una emancipazione che ha avuto inizio con la rivoluzione islamica del 1979. Poi ci sono tante storie, spesso non raccontate, di donne che la libertà se la vanno a cercare all’estero: come Persia – la chiameremo così –, una giovane donna che nel 1999 decide di immigrare nel Regno Unito. E la storia di Persia non è isolata, rappresenta il sogno di molte donne mediorientali, che scelgono l’Occidente per affermare il diritto a vivere un’esistenza indipendente dalle prepotenze maschili. Tuttavia, le forze negative populiste occidentali contro l’immigrazione, e un certo maschilismo ancora presente nel mondo del lavoro, non sembrerebbero favorire la transizione all’indipendenza economica di donne come Persia.

Perché nel rilasciare questa intervista sulla sua vita vuole che il suo vero nome resti anonimo?

Lo spazio politico in Iran non è sicuro. Il timore di ritorsioni nei confronti di persone a me vicine, penso ad esempio ai miei genitori che vivono a Teheran, è reale.

Quando ha maturato l’idea di fare le valigie e partire per l’Europa?

Ho 36 anni, e quando ne avevo 24, decisi che l’unico modo per affermare la mia indipendenza sarebbe stato partire verso un paese dove le donne hanno più opportunità per affermarsi. Inoltre, mi sono sposata giovane, mio marito era un violento, e quando chiesi il divorzio, non fu facile ottenerlo; dovettero passare anni di intenso travaglio e continue umiliazioni.

È stato il suo un matrimonio combinato? In genere, i matrimoni in Iran sono combinati dalle due famiglie?

Il mio non è stato un matrimonio imposto. Detto ciò, per le famiglie è più semplice sbarazzarsi delle loro figlie attraverso il matrimonio invece che supportarle nella ricerca della loro indipendenza.

Mi aiuti a capire meglio: quali sono le barriere che incontra una donna iraniana?

Vede, la rivoluzione islamica è stata un grande passo in avanti per il nostro paese. Le politiche assistenziali hanno aiutato la gente povera. L’inclusione in una società religiosa ha permesso di concedere fiducia alle ragazze, che quindi hanno potuto frequentare le scuole e l’università. Lei troverà persone culturalmente preparate nel mio paese di origine. Credo che la vera barriera per noi donne si trovi nell’accesso al mercato del lavoro. Inoltre, fatte le dovute eccezioni, anche quando un lavoro ci viene offerto, si tratta sempre di posizioni marginali.

Quando si è trasferita in Inghilterra, ha frequentato le migliori università, tra cui quella di Cambridge. Qual è stata la sua esperienza?

Decisi di specializzarmi in Scienze dell’educazione. Ebbi modo di conoscere donne che venivano da paesi anche meno tolleranti dell’Iran. Ma nei campus universitari si insegnava che non c’era posto per nessun tipo di discriminazione, inclusa quella di genere. Per me è stato l’inizio di un percorso nuovo, potevo finalmente guardare al mio futuro sotto una luce nuova: quella della libertà in tutte le sue forme, compresa l’indipendenza economica.

Dopo gli studi, qual è stata la sua esperienza nel mercato del lavoro anglosassone?

Ho inizialmente lavorato per una start up di Londra, l’unica azienda in cui mi sono veramente sentita accettata, merito dell’amministratore delegato, uomo saggio e ispirato. Un uomo con un cuore d’oro, che mi ha voluta al suo fianco per insegnare un linguaggio di programmazione ai suoi dipendenti. Un uomo il cui unico credo è quello dare opportunità a ogni individuo senza differenze di sesso.

Lei dice l’unica azienda in cui si è veramente sentita accettata. Perché?

Ho lavorato anche in altre organizzazioni, compresa una multinazionale di Cambridge. In generale, credo che il Regno Unito sia chiuso nei confronti degli immigrati, e non è semplice per una donna immigrata, nonostante tutti i diritti garantiti da un paese democratico, arrivare a ricoprire posizioni apicali. Certo, in Iran non sarebbe nemmeno immaginabile parlare di leadership femminile.

Lei è appena rientrata dall’Iran. Qual è lo stato d’animo delle persone che stanno protestando nelle strade? Crede che al momento ci siano le condizioni per una svolta democratica? 

Ci sono strade in cui è vietato l’accesso ai dimostranti. La differenza tra queste ultime proteste e quelle di un mese fa è che oggi i dimostranti provengono da tutti i segmenti della popolazione. Prima nelle strade c’era solo la gente povera, che protestava contro le gravi condizioni economiche, indotte per lo più dall’embargo americano. Il problema è che la mia gente, peraltro sotto shock, non ha un movimento politico alle spalle. In un regime dove non si possono eleggere liberamente i propri rappresentanti, la politica non può influire sul cambiamento.

(Francesco Moscone)

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