Daniela Poggi: “Mia mamma e l’Alzheimer”/ “Con questa malattia non esisti più”

- Dario D'Angelo

Daniela Poggi ospite ad Unomattina ha raccontato il calvario della mamma Lydia, morta dopo 10 anni di morbo d’Alzheimer: “Così ho capito che la vita sarebbe cambiata”.

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Daniela Poggi, foto Rai

Daniela Poggi, ospite oggi a Unomattina, ha parlato della mamma Lydia, malata di Alzheimer per 10 anni e scomparsa il 28 ottobre 2010. A quella donna che l’attrice ha assistito e accudito giorno dopo giorno, donando amore e provando il dolore che solo l’impotenza dinanzi a questa malattia è in grado di suscitare, Daniela Poggi ha dedicato un libro dal titolo emblematico: “Ricordami“. L’interprete ha raccontato il momento esatto in cui ha capito che “la vita sarebbe cambiata definitivamente“. Le prime avvisaglie c’erano state, ma la mamma della Poggi aveva insisto per andare a comprare alcuni fiori. Dal momento che sembrava molto lucida, la figlia acconsentì a mandarla da sola: “Passarono però dei minuti interminabili, così mi precipitai fuori a chiedere se qualcuno l’avesse vista: me la ritrovai accanto al chiosco, con i fiori in mano, completamente persa, non sapeva più che direzione prendere“.

Daniela Poggi: “La parte più violenta è…”

Il disorientamento, la ripetizione ossessiva di alcune parole e domande: sono solo alcuni dei sintomi classici del morbo d’Alzheimer, spesso banalizzato come malattia che cancella i ricordi. Daniela Poggi ha così raccontato il percorso della mamma: “La malattia è durata 10 anni, ha avuto prima una fase involutiva, poi si è evoluta in un’altra maniera per poi spegnersi lentamente la sua personalità, la sua mente, il suo essere individuo. A mano a mano diventava una ‘cosetta’ dalla memoria vacillante, un corpo quasi senza vita, completamente in mano a me come figlia anche se non mi riconosceva, alle badanti, all’essere sempre toccata, presa, vestita, svestita, con reazioni anche molto violente da parte sua. Ma soprattutto l’accettazione di non essere più presente a se stessa e di decidere ‘sì questa cosa la voglio fare’ o ‘no, questa cosa non la voglio fare’. Questa è la parte più ‘violenta’ della malattia, perché elimina la tua personalità, non esisti più“.



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