DANTE/ Noi, sempre al bivio tra l’Inferno di Ulisse e il Paradiso di san Bernardo

- Laura D'Incalci

La “Commedia” di Dante continua a raccontare in modo mirabile il cammino di ogni uomo, al bivio tra bene e male. Su una recente conferenza di Uberto Motta

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Scuola di Giotto, ritratto di Dante (cappella della Maddalena, Palazzo del Bargello, Firenze)

Perché Dante oggi affascina e coinvolge quanti hanno occasione di accostarne anche solo qualche verso? L’interesse scatta specialmente se chi interviene a sviscerarne il significato sa scoprire e rivelare, pur nel linguaggio che potrebbe risultare distante e ostico, la straordinaria consonanza di domande, di attese e desideri che inquietano l’umanità di ogni tempo e di ogni latitudine. E proprio il carattere universale del viaggio dantesco, magistralmente evidenziato dal professor Uberto Motta, ordinario di Letteratura italiana nell’Università di Friburgo, ha suscitato un forte coinvolgimento negli ascoltatori, fra i quali anche numerosissimi studenti, collegati via streaming all’incontro dedicato a “Dante oggi. Un atlante dell’umano”, proposto lo scorso 15 marzo dal Centro culturale “Paolo VI” di Como, dall’Associazione “A. De Gasperi” di Legnano, dall’Istituto Tirinnanzi e dall’Associazione “Alla Ricerca del Volto umano” di Como.

Fin dall’inizio della Commedia un solo aggettivo, “nostra”, riferito al cammino della vita mossa da un’urgenza, dalla ricerca appassionata della meta, cioè dell’approdo al vero e al bello e alla felicità cui anela il cuore umano, segnala una sorta di inclusione del genere umano, si traduce in vocazione pedagogica, in reale profezia. L’esperienza della “selva oscura” accompagnata dall’impeto di cercare e trovare una via d’uscita, dopo aver smarrito la “diritta via”, rappresenta infatti la metafora di ogni travaglio esistenziale. Chi nella vita non ha mai provato l’esperienza di aver sbagliato strada? Il dramma umano si concentra spesso sulla scelta, sulla necessità di individuare la via giusta che promette il traguardo auspicabile da raggiungere. “Tutti i personaggi che Dante incontra nel suo inferno costituiscono un vero e proprio “atlante” dell’umanità degenerata, un repertorio degli infiniti modi in cui l’uomo può tradire sé stesso e la sua natura” ha suggerito il professore descrivendo un approccio alla conoscenza del male facilitata dal confronto con storie reali. Il caso di Ulisse, eroe reso “folle” dalla brama di conoscere e sperimentare l’ignoto fino a infrangere il limite invalicabile simboleggiato dalle Colonne d’Ercole, incarna la più alta e terribile delle tentazioni in quanto ammantata da apparente nobiltà d’intenti.

“Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”: è nota l’esortazione di Ulisse ai compagni coinvolti nel tragico naufragio, spesso interpretata come segno di coraggiosa intraprendenza che sprona a nuove e positive conquiste, in realtà da intendere come peccato, “specchio e reiterazione della colpa archetipa di Adamo e prima ancora di quella di Lucifero”. Così Motta ha chiarito la trasgressione di Ulisse, collocato nel XXVI canto dell’Inferno per aver cercato di ottenere, da sé stesso e con la sola propria intelligenza, il senso ultimo delle cose che solo Dio possiede e che si può ricevere per grazia. La sfida all’onnipotenza di Dio raffigurata nel tragico tradimento di Lucifero, re dell’inferno contrapposto al re del Cielo, mette in luce la drammaticità di una rottura, del peccato contro l’amore: “Per arrivare a Dio bisogna passare dal centro dell’inferno dove sta la scaturigine eterna di male nella sua concreta evidenza, come principio dialettico, antagonistico della storia… Tutti noi abbiamo tradito a causa di un unico peccato, matrice di tutti i peccati, la cupidigia”.

Quel facile ritrovarsi, nei primi versi della rappresentazione dantesca, immedesimati nella “selva oscura”, smarriti in un disagio esistenziale inestricabile, scopre l’occasione di un cammino imprevedibile e in certo senso dissonante con le categorie culturali del nostro tempo: riconoscere la radice del male senza infingimenti apre la strada al ritrovamento di sé stessi e del bene. “A ogni passo l’uomo è libero, padrone delle proprie scelte, e responsabile del suo destino qui sulla terra e per l’eternità”: è la prospettiva schiusa da Motta focalizzando il tema della libertà dipanato, in particolare, nel dialogo di Dante con Marco Lombardo nel XVI canto del Purgatorio. Torna ad essere quindi decisiva la questione della scelta fra il bene e il male e quindi dell’importanza della volontà, a volte fragile, non sempre in grado di dominare un desiderio amoroso sbagliato, una volta nato nel cuore. È questa un’altra sfida attualissima e contrastante rispetto all’odierna mentalità: Dante ribalta la convinzione dell’amore tendenzialmente considerato come forza indomabile e irrazionale già nella cultura europea del Duecento, per rivelare un’ottica decisamente distante dal “love is love” dei nostri giorni.

Il Purgatorio apre lo spazio a un diverso orientamento della coscienza che, riconoscendo con umiltà l’esperienza di limite e di miseria, attraverso il duro esercizio dell’imparare, attendere e vigilare compie un cambiamento radicale definito dal verbo “transumanare”, l’andare oltre l’umano nella tensione verso Dio fino all’unione con lui. Tutto il poema di Dante tende a questo traguardo, al Paradiso, dove l’esperienza della libertà e della felicità si compiono in figure esemplari come San Francesco, che incarna due dimensioni che potrebbero apparire inconciliabili, l’autentica povertà nell’assimilazione a Cristo e la perfetta letizia, e come San Bernardo, al vertice dell’esperienza mistica, ultima guida del viaggio. L’approdo alla beatitudine piena dove l’amore, speranza inesauribile, alimenta la forza per vivere realizzando la libertà e l’umanità di ognuno, non avrebbe potuto non apparire epilogo attraente e desiderabile. E tuttavia non ha avuto l’effetto della conclusione a lieto fine, ma ha risvegliato il cuore suscitando il desiderio di un nuovo inizio, di una vera e coinvolgente avventura umana.

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