DANTE/ Pier della Vigna, solo un’esperienza di bene educa a rispettare la vita

- Emilia Guarnieri

Accadono continuamente drammi di suicidi, anche tra giovanissimi. Una violenza contro se stessi che viene da un’astrazione totale del “bene” che siamo

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Statue della Sainte-Chapelle (1248), Parigi (Pixabay)

Può capitare che davanti a ciò che accade riaffiori la parola della poesia, soprattutto quando questa parola sa penetrare nella realtà come un bagliore che la illumina.

“L’animo mio, per disdegnoso gusto, credendo col morir fuggir disdegno, ingiusto fece me contra me giusto”. Queste sono le parole che Dante nel canto XIII dell’Inferno mette in bocca a Pier della Vigna, intellettuale vissuto nel ’200 alla corte di Federico II e morto suicida. Con un po’ di libertà interpretativa, utile però a comprendere (senza tradire!) la terzina dantesca, possiamo avvertire che Pier della Vigna si rivolge a Dante e a noi così: “spinto da un sentimento di ribellione e di disprezzo verso tutto, nell’illusione di sottrarmi a tale sentimento, divenni ingiusto contro me stesso, negai la mia umanità”.

Dante colloca i suicidi in mezzo alla grande moltitudine dei violenti, di coloro che hanno esercitato la forza “contro” qualcuno, contro Dio, contro se stessi, contro il prossimo.  Attraversando le tragiche vicende di assassini, suicidi, predatori, bestemmiatori, sodomiti e tanti altri uomini che hanno “fatto forza” infierendo “contro”, Dante individua in Pier della Vigna una sorta di emblema della violenza. Come se proprio in quel poveraccio che, dopo essere stato, a detta sua, ingiustamente perseguitato dal signore che aveva, sempre a detta sua, fedelmente servito, fosse ravvisabile l’icona, l’immagine stessa della violenza.  L’immagine di quella tragica negazione dell’essere uomo e di ogni rapporto che intorno a questa umanità la realtà intesse.

Negare, rifiutare, cancellare, annientare, togliere di mezzo, abbrutire infliggendo sofferenza, questa è la violenza che oggi continuiamo a vedere, con sempre maggiore  frequenza ed efferatezza.

Davanti ai ragazzini che si buttano dai balconi delle loro abitazioni, al bambino che si lancia nel vuoto vittima di una diabolica sfida on line, ai giovani che mettono la loro forza fisica al servizio di ogni tipo di violenza, a chi uccide “forse” per invidia, ci viene da gridare “perché?”. Sentiamo che un “essere contro” fino a tal punto non è accettabile. È come se anche l’umanità di ognuno di noi venisse negata.

Ma se gridiamo è perché esiste ancora in noi un barlume di esperienza umana, perché non siamo totalmente schiacciati da questo nichilismo dilagante, perché siamo ancora in gioco in quello che recentemente Julián Carrón ha definito “il dramma in atto: è una lotta tra l’essere e il nulla, tra il gusto del quotidiano e il vuoto che ci afferra dal di dentro”.

Si uccide e ci si uccide perché si è persa l’esperienza dell’umano, di cosa significa che io ci sono e tu ci sei. Di cosa sia accorgersi della bellezza della realtà, delle cose. Cosa sia gustare l’armonia di una musica o i lineamenti di un volto. È l’esperienza di questa umanità da riguadagnare. E c’è un solo modo perché questo accada: che qualcuno te la faccia vedere e ti metta dentro a questa esperienza, ti apra la porta e ti faccia entrare. Ti faccia entrare nella realtà. Se davanti alla violenza abbiamo ancora qualcosa che ci urge dentro e che ci fa gridare, se abbiamo la speranza per credere che quei giovani, che oggi vediamo così disperati e spesso incattiviti, potrebbero essere diversi, è perché in qualche modo quella porta qualcuno per noi l’ha aperta e una positività possibile ce l’ha fatta almeno intuire. Potremmo dire che una persona, un incontro, un fatto, una circostanza ci hanno preso per mano ed educato.

Chi ha avuto un regalo così dalla vita, oggi, proprio oggi, non può sottrarsi al compito di essere tramite perché altri, i più giovani, ricevano lo stesso regalo, quello di incontrare persone che vivono con senso e gusto la vita e che vivendo comunicano.

Ancora Carrón, in un testo recentemente uscito, ci ricorda che “L’educazione è una comunicazione di me stesso, cioè del modo in cui concepisco e tratto la realtà. La risposta al problema educativo non può essere una teoria, deve essere qualcosa che si offre nell’esperienza. È inutile fornire una risposta se non c’è un corpo in cui la si può vedere incarnata”. E ancora: “Educa non chi fa propaganda, ma chi si impegna  a suscitare qualcosa che è nell’altro, a metterne in moto la libertà”.

Che anche la sconfitta della violenza possa passare attraverso la libertà è la sfida di oggi!     

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