DEFICIT E POLITICA/ Tria e quel 2,1% che riporta l’Italia al 2012

- Paolo Annoni

Tria ha promesso che il deficit sarà al 2,1% del Pil, nonostante il rallentamento dell’economia: una mossa che non aiuta l’economia italiana

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Alberto Bagnai (Lega), economista, con il ministro dell'Economia Giovanni Tria (LaPresse)

Ieri il ministro Tria ha “promesso” un deficit al 2,1% per il 2019 nonostante un chiaro peggioramento delle condizioni economiche globali rispetto all’autunno del 2018. Dato che siamo a fine giugno la “promessa” di Tria è credibile e questo è abbastanza sorprendente alla luce, per esempio, dei chiari segnali di rallentamento dell’economia tedesca. Il 2,1% di deficit eguaglierebbe il minor deficit degli ultimi dieci anni fatto dall’Italia. Per mettere questo numero in un contesto più ampio sottolineiamo che il deficit francese salirà nel 2019 sopra il 3% e sarà nettamente peggiore del 2,5% dell’anno scorso.

Questo Governo, nei fatti, sta chiaramente operando nei binari delle regole dell’Unione europea in un contesto sicuramente molto peggiore di quello dell’anno scorso. Vorremmo fare un paio di considerazioni. In Italia si assiste, da anni, a un circolo vizioso in cui gli euro delle banche o dei risparmiatori sono depositati in Bce o tenuti a rendimento zero sul conto corrente. Dopo due recessioni in meno di dieci anni e con i timori sull’economia globale spendere o finanziare “l’economia reale” è comprensibilmente considerato o troppo difficile o troppo rischioso. In questo quadro l’unico elemento che può rompere il circolo vizioso è esogeno e non può che essere, come nel resto del mondo, che uno stimolo fiscale o di domanda pubblica, via investimenti, che spezzi il circolo e crei domanda. Questo però non è possibile all’interno delle attuali regole europee. Non spendere per fare politiche anticicliche in questa fase rimane un suicidio posto che non si può svalutare come capita a economie sicuramente migliori e meglio gestite della nostra.

L’economia globale sta rallentando, ma finora non ci sono stati shock veri eppure l’elenco di quelli possibili non manca dallo Stretto di Hormutz alla Brexit. La domanda che tutti si fanno è cosa succederebbe all’Italia dentro l’euro e dentro le attuali regole se uno di questi shock si manifestasse o semplicemente se l’Italia facesse politiche restrittive e più avanzo primario in questa fase. La risposta è chiara a tutti e cioè una recessione esasperata al massimo dallo “spread” che peggiorerebbe via riduzione del denominatore il deficit su Pil. Questo, ripetiamo, in una situazione in cui i soldi degli italiani rimangono parcheggiati sui conti correnti.

Qualunque osservatore esterno oggi vede due sole alternative. Che l’Italia viva un altro 2012 avvicinandosi alla Grecia oppure che, visto lo stato di prostrazione economica e sociale, si tentino strade inesplorate per uscire da un meccanismo disfunzionale come l’euro attuale in cui i sacrifici dei greci o degli italiani, sicuramente meritati, fluiscono però verso il centro tedesco. L’alternativa, che l’Europa offra un budget comune a condizioni accettabili per la periferia, è una chimera. L’accettazione delle ultime parole di Draghi con il suo effetto sull’euro segnala che il modello attuale continua ad andare bene e che non c’è altro al di fuori della Bce con gli effetti sull’euro che certamente non dispiacciono alle imprese tedesche. L’azione della Bce dentro l’euro ottiene due cose. La prima è quella ottenuta da tutte le altre banche centrali, la seconda è quella di “nascondere” i difetti strutturali dell’unione e, soprattutto, le rigidità imposte a economie diversissime in cui oggi i greci con la disoccupazione al 20% hanno la stessa valuta dei bavaresi ma con più tasse. Neanche se si trasformassero istantaneamente in giapponesi potrebbero avere una chance.

Quindi abbiamo un’austerity perpetua, nulle o quasi possibilità di politiche anticicliche altrimenti lo “spread” che non dovrebbe esistere si infiamma, il marco tedesco, nessuna protezione commerciale verso imprese europee che hanno spread più bassi e meno tasse. Le conclusioni possibili, per le imprese e l’economia italiane, non sono molte e diventeranno evidentissime se appena ci toccasse affrontare una nuova crisi. A quel punto il dilemma tra preservare le rendite sacrificando l’economia e il piano B diventerà ineludibile. Oggi siamo tutti convinti, come sotto un incantesimo, che non c’è opzione migliore di quella che abbiamo. Anche se la disoccupazione andasse al 50% continueremmo a sentire che comunque è meglio di qualsiasi cosa ci sia fuori. Una follia che nessuno fuori dall’Europa si spiega

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