Delitto Marta Russo/ Omicidio Sapienza, arma mai trovata e dubbi su testimonianze

- Dario D'Angelo

Il delitto Marta Russo, l’omicidio senza movente della studentessa della Sapienza: le indagini, l’arma mai trovata e tutti i dubbi sul caso

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Marta Russo, 20 anni dopo il delitto

Ventiquattro anni dopo il delitto di Marta Russo, il caso resta ancora tra i più controversi della cronaca nera italiana, caratterizzato da lacune, dubbi e tante domande rimaste senza risposta. La più celebre, quella relativa al movente, mai realmente chiarito, così come la pistola che esplose il colpo che ferì poi mortalmente la studentessa. Una calibro 22 mai rinvenuta. Perchè e come Giovanni Scattone sparò, non è dato saperlo anche al termine dei tre gradi di giudizio che lo condannarono per omicidio colposo.

Ma i dubbi su quello che fu inizialmente definito il “delitto perfetto” proseguono anche nelle testimonianze, come quella avanzata dalla segretaria Gabriella Alletto, che insieme alla testimonianza dell’usciere Francesco Liparota ruotò il processo a carico di Scattone e Ferraro. La Alletto, come rammenta IlPost, fu interrogata 13 volte e negò sempre di essere stata nell’aula all’ora suggerita dai magistrati. Dopo tre settimane e “dopo un interrogatorio di dodici ore di cui solo le ultime tre verbalizzate”, Alletto disse che nella stanza c’erano Liparota e due giovani assistenti, Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro, e che Scattone aveva sparato un colpo di pistola. Nei mesi successivi sui giornali furono pubblicate le registrazioni degli interrogatori alla dipendente dai quali si intuiva come la procura avesse usato presunti metodi intimidatori costringendo quasi la donna a fornire quelle informazioni per non essere accusata lei stessa del delitto. (Aggiornamento di Emanuela Longo)

“MARTA-IL DELITTO DELLA SAPIENZA”, SU RAI 2 IL CRIME DOC SU MARTA RUSSO

Marta – Il delitto della Sapienza“, è il crime doc in onda questa sera su Rai Due dedicato al delitto Marta Russo, avvenuto all’interno della città universitaria capitolina il 9 maggio 1997. La vittima, 22enne studentessa di giurisprudenza, fu
colpita da uno sparo, morendo cinque giorni più tardi in ospedale.

Il caso destò una grande attenzione da parte dei media e dell’opinione pubblica, sia per il fatto che l’omicidio era stato compiuto in un ateneo importante come La Sapienza, sia perché fin da subito emersero nelle indagini delle difficoltà rilevanti nel delineare un movente credibile. Fu così che si iniziò ad ipotizzare uno scambio di persona o addirittura un “delitto perfetto“, senza escludere la pista del terrorismo e quella dello sparo accidentale. Il colpo che la mattina del 9 maggio 1997, alle ore 11:42 circa, raggiunse Marta Russo secondo gli investigatori partì dal davanzale della finestra dell’aula 6 dell’Istituto di Filosofia del Diritto della facoltà di Scienze Politiche. Lì vengono infatti rinvenute tracce di polvere da sparo. Tutte le persone che lavorano nell’Istituto vengono sentite.

IL DELITTO MARTA RUSSO: PROCESSO E POLEMICHE

Il primo a finire in arresto è il professore Bruno Romano, direttore dell’Istituto di Filosofia del diritto. Il docente viene messo ai domiciliari con l’accusa di favoreggiamento perché secondo la testimonianza di una sua assistente, Maria Chiara Lipari, avrebbe chiesto a chi era presente negli uffici quella mattina di tenere la bocca chiusa. Una settimana più tardi tornerà in libertà e due anni dopo, il 1° giugno 1999, verrà assolto in primo grado.

La giovane fa anche altri nomi: parla di “un’atmosfera strana” e dice che quel giorno in Istituto sono presenti Gabriella Alletto, 45enne, segretaria; il ricercatore Salvatore Ferraro, 30 anni; l’assistente Giovanni Scattone, 29 anni, e l’usciere Francesco Liparota, 35 anni. Questi ultimi tre, dopo qualche giorno, vengono arrestati con l’accusa di concorso in omicidio volontario. Liparota dice di aver visto Scattone sparare e mettere la pistola nella cartelletta di Ferraro.

Poi ritratta. Alla fine sarà assolto da ogni accusa. A tenere banco al processo è la super-testimone, la segretaria Alletto, che prima nega di aver visto qualcosa, poi dice di aver Scattone con una pistola in mano, mentre Ferraro “era scostato dalla finestra, non poteva vedere quello che succedeva di sotto“. Polemiche scoppiano quando viene tirato fuori un vecchio interrogatorio in cui la Alletto giura di non aver visto nulla. Alla fine per lei ci sarà un rinvio a giudizio per favoreggiamento e una condanna in primo grado ad un mese di reclusione. La sentenza di primo grado recita: 7 anni a Giovanni Scattone per omicidio colposo; 4 a Salvatore Ferraro per favoreggiamento personale. I due continueranno a professarsi innocenti.

LA CONDANNA DEFINITIVA PER SCATTONE E LIPAROTA

La sentenza di appello aumenta le pene ai danni di Scattone e Ferraro. Il primo prende 8 anni, il ricercatore 6. Mentre Liparota, assolto in primo grado, viene condannato a 4 anni per favoreggiamento. A fare tabula rasa, però, è la Cassazione, che il 6 dicembre 2001, sancisce che il processo è tutto da rifare poiché alcune prove sono “illogiche e contraddittorie” e le testimonianze della Alletto e di Lipari da considerare “inattendibili”. Ha inizio così il secondo processo d’appello: la sentenza arriva il 30 novembre 2002, ma la sostanza non cambia. Giovanni Scattone viene condannato a 6 anni, Salvatore Ferraro a 4 anni e Francesco Liparota a 2 anni.

Perché venga pronunciata la parola fine sul delitto Marta Russo, però, bisogna attendere ancora: è il 15 dicembre 2003 quando la Cassazione condanna in via definitiva Scattone a 5 anni e 4 mesi di reclusione per omicidio colposo; Ferraro a 4 anni e 2 mesi per favoreggiamento; e assolve Liparota. La sera stessa Giovanni Scattone viene condotto in prigione, mentre con il carcere preventivo Ferraro ha già scontato la sua pena. Esce da Rebibbia dopo aver trascorso in cella 2 anni e 4 mesi, continuando a professarsi innocente.

L’arma del delitto non sarà mai ritrovata. Elementi che comunque non smuoveranno il convincimento della famiglia, che per bocca di Tiziana chiarirà il suo pensiero: “Marta è morta. È stata uccisa da una pallottola. C’è la sua tomba, ci sono i suoi ricordi, c’è la sua figura in tante iniziative pubbliche. Ma ad ucciderla è stato Giovanni Scattone con la complicità di Salvatore Ferraro. Questa è la verità. Storica e processuale. Una verità grande come la memoria di una studentessa, assassinata per gioco all’università“.

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