FINANZA/ I tre “no” che mettono in crisi l’Europa

- Mauro Bottarelli

Una strategia d’impatto, shock and awe, spiega MAURO BOTTARELLI, sarebbe in grado di allontanare dall’Europa la speculazione internazionale

BceR400_4ott10
Foto Imagoeconomica

Un breve estratto dal bollettino della Bce, così come condensato e pubblicato ieri tra le ultim’ora de ilsussidiario.net: «A dicembre e agli inizi di gennaio le tensioni sul debito sovrano non si sono manifestate solo in Grecia, Irlanda e Portogallo ma “anche in altri paesi dell’area dell’euro quali Spagna, Italia e Belgio” rileva la Bce. Italia e Germania sono i due Paesi in cui le retribuzioni contrattuali hanno frenato di più, portando il tasso di crescita in Eurolandia a minimi record nel quarto trimestre (+1,4%). L’area euro dovrebbe mantenere la stabilità dei prezzi nel medio termine.

L’inflazione è attesa in rialzo sopra il 2% per poi scendere a fine anno, ma è “necessario seguire con molta attenzione” l’andamento dei prezzi, che presentano “rischi al rialzo” connessi alle quotazioni dell’energia e delle materie prime. I dati economici più recenti indicano una “positiva dinamica di fondo” dell’economia dell’area euro, ma anche il “perdurare di un’elevata incertezza. Guardando al 2011, le esportazioni dell’area euro – scrivono gli economisti della Bce – dovrebbero beneficiare del perdurante recupero dell’economia mondiale” e anche la domanda interna privata dovrebbe dare un “contributo sempre più consistente alla crescita”. Permangono tuttavia “rischi orientati lievemente verso il basso, connessi in particolare alle tensioni in alcuni segmenti dei mercati finanziari e alla loro potenziale trasmissione all’area dell’euro e alla possibilità di nuovi rincari energetici”».

Ho volutamente pubblicato un sunto d’agenzia per evitare che quanto scritto dalla Bce potesse essere letto come la mia interpretazione, al solito pessimistica. No cari amici, stavolta sono gli economisti della Banca centrale a dirci che le cose non vanno: e siccome alla Bce sono sempre indietro, per prudenza protocollare e diplomatica, di almeno due passi, capite che quelle “tensioni sul debito” sono stati veri e propri terremoti che per qualche giorno hanno fatto tremare i polsi ai regolatori. E cosa fanno i governi a fronte di questa situazione? Stando all’analisi di Gerald Epstein, professore di economia politica all’Università del Massachussets, si limitano a invocare brutali misure di austerità per ristabilire la “fiducia” nei mercati finanziari nella certezza che questa strategia condurrà alla ripresa dell’economia globale attraverso tassi d’interesse più bassi, maggiori investimenti e più elevata occupazione.

Questo a dispetto del fatto che non esista una teoria economica empiricamente difendibile che possa dimostrare come, nelle condizioni economiche deflazionistiche in cui ci troviamo, gli imponenti tagli delle politiche fiscali a livello globale condurranno a una maggiore crescita economica e a una maggiore occupazione. Per Epstein, lorsignori hanno già dimenticato che la fiducia nei mercati finanziari ha condotto essenzialmente alle bolle speculative e a consistenti profitti dei banchieri, piuttosto che a investimenti e impieghi sostenibili e produttivi. Per Epstein abbiamo raggiunto il pericoloso e infido “momento Kindleberger”.

Nel suo libro, The World in Depression (1929-1939), lo storico economico Charles Kindleberger affermò che la mancata adozione di un’adeguata politica fiscale espansiva capace di contrastare le spinte deflazionistiche dell’economia globale aveva condotto fatalmente alla disgregazione delle coalizioni politiche e delle istituzioni in grado di trovare soluzioni reali alla crisi economica. Kindleberger sosteneva che questo fallimento era dovuto non solo alla mancata comprensione dell’importanza di una politica fiscale espansiva, ma anche alle forze della speculazione e dei mercati finanziari in generale, che avevano reso quelle politiche estremamente difficili da attuare.

 

Ma per Epstein, ci troviamo nel “momento Kindleberger” anche in un altro senso. Ovvero perché in tempi di crisi i governi e le banche centrali si allontanano dalla cosiddetta regola di Bagehot del “prestatore di ultima istanza” (“prestare liberamente solo a istituzioni solventi, sulla base di buone garanzie e ad un tasso di interesse più alto”) e soccorrono i padroni della finanza, facendo tutto ciò che serve a questo scopo. Così, i governi e le banche negli Usa e in Europa hanno salvato i capitalisti della finanza, sostenendo, naturalmente, di avere con ciò protetto i cittadini: con una cinica operazione di marketing – chiosa Epstein – essi definiscono “salvataggio della Grecia” ciò che in realtà è il salvataggio delle banche europee esposte (tedesche, francesi e britanniche in particolare, come scriviamo ormai da settimane). Che fare, quindi, in alternativa?

 

Tornare alla regola di Walter Bagehot, economista, politologo, giornalista (è il padre del settimanale The Economist) e costituzionalista inglese, attraverso quella che potremmo definire, mutuando un termine bellico dell’era bushiana, un’operazione di “shock and awe” nei confronti di speculazione e finanza allegra. Cerchiamo di spiegare meglio. Tutti sappiamo che la battaglia campale per la sopravvivenza dell’eurozona si combatterà in Spagna, sia per i volumi, i numeri che il grado di solvibilità. Se la strategia europea sarà vincente – ma vista l’impasse dell’ultimo vertice Ecofin abbiamo seri dubbi al riguardo – i mercati sposteranno la loro attenzione verso altri fronti di rischio, ad esempio quello inflazionistico. Se fallirà, la crisi del debito andrà drammaticamente fuori controllo portando con sé una sorta di tempesta perfetta sistemica.

 

I mercati finanziari, infatti, non sono aprioristicamente pro o contro l’euro, ma quando trovano l’evidenza di un’inconsistenza strategica, premono fino a che questa non viene risolta, in un modo o nell’altro. Nel caso dell’euro questa inconsistenza sussiste nella sua natura di moneta senza stato e di governance, basata sostanzialmente su tre “no”: no ai salvataggi, no alle sanzioni, no all’unione fiscale. Il problema dei rendimenti obbligazionari sovrani in salita risiede in questo: i mercati temono per la tenuta dell’euro, al di là della solvibilità attuale del paese di cui si intenderebbe comprare il debito guardano al medio periodo e temono che una frattura della moneta unica porti, nel caso della Spagna, a una nuova peseta destinata a crollare sul mercato dei cambi e quindi alla necessità per il governo di rinegoziare con i creditori.

L’unico modo per porre rimedio a questa sensazione di instabilità dell’euro è un cambio della sua governance e la decisione presa il 29 ottobre scorso di dar vita a una meccanismo permanente di risoluzione delle crisi del debito dal 2013 è stata un primo passo in tal senso; peccato che i mercati siano rimasti a dir poco scettici riguardo la sua fattibilità e operatività. Per tre motivi. Primo, il 2013 è ancora lontano. Secondo, la natura stessa del sistema di risoluzione è molto vaga. Terzo e più importante elemento, gli investitori continueranno a dubitare sulla reale intenzione politica di agire in tal senso da parte dei membri più forti dell’Ue finché non verranno emessi euro-bond sovranazionali, ovvero ciò che chiedono Giulio Tremonti e Jean-Claude Trichet e che invece avversa come la morte il capo economista della Bce, Otmar Issing, temendo che si tramutino nell’embrione di un’unione fiscale.

 

Una soluzione alternativa sarebbe quella di emettere bonds legati a un collaterale fiscale, opzione che permetterebbe di bypassare la questione dell’unione fiscale poiché ogni paese otterrebbe un ammontare di finanziamento uguale al collaterale posto a garanzia: difficile però che una scelta simile sia digeribile per gli stomaci delicati di tedeschi e francesi. Il problema è che anche se i regolatori e i politici sembrano muoversi verso un necessario cambio di governance, la velocità con cui i mercati potrebbero togliere il respiro a governi di Stati come Spagna e Italia nelle loro necessità di rifinanziamento, potrebbe mandare in frantumi la tabella temporale dei negoziati politici.

 

Ecco quindi la necessità di una strategia d’impatto, shock and awe appunto, basata su un prestito combinato da 500 miliardi di euro a Portogallo e Spagna che potrebbe garantire copertura alle loro necessità di finanziamento governativo fino alla fine del 2012, una deadline ragionevole (si spera!) per giungere al completamento della verifica sulla governance dell’euro e alla ricapitalizzazione delle banche lusitane e iberiche in difficoltà attraverso la facility una tantum fornita dall’Ue (ed eventualmente dal Fmi, visto che è notizia di ieri – rilanciata da El Mundo – l’arrivo di una delegazione proprio del Fondo Monetario Internazionale a Madrid per offrire alla Spagna l’accesso alla Linea di credito flessibile, cioè a un deposito che viene messo preventivamente a disposizione di paesi con difficoltà finanziarie congiunturali).

 

Fantasia? Utopia? Forse, ma fino a oggi il risultato garantitoci dal razionalismo di Bce e governi di Parigi e Berlino è sotto gli occhi di tutti. E il tempo stringe, come ha certificato ieri il bollettino della Banca centrale europea.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori