GEOFINANZA/ E ora l’Europa perde anche i Brics

- Mauro Bottarelli

Spesso Brasile, Russia, India e Cina vengono indicati come possibili salvatori dell’eurozona. MAURO BOTTARELLI ci spiega che però hanno dei problemi interni da sistemare

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Uno dei vertici dei paesi Bric (Foto Ansa)

Al netto della conclamata incapacità di politici e regolatori europei – Bce in testa, come abbiamo potuto vedere mercoledì dopo la prima asta Ltro – di trovare una soluzione per tamponare l’ormai fuori controllo crisi di debiti sovrani e sistema bancario (un’unica entità, come certe divinità con corpi e teste differenti), da più parti abbiamo letto che la ciambella di salvataggio sarà lanciata dai cosiddetti Brics, i paesi in via di sviluppo con in testa Cina e Russia, quest’ultima – a parole – pronta addirittura a fornire 20 miliardi di dollari, frutto della dismissione di debito Usa negli ultimi otto mesi.

Ma siamo proprio sicuri che questi famosi Brics, siano in grado di salvare davvero qualcuno o, in realtà, stiano per entrare in una zona di pericolo nella quale sarà dura anche salvare se stessi? E la Cina poi, al netto della sua quarta promessa di intervento a favore dell’eurozona dall’inizio dell’anno, è davvero ancora il grande e credibile player mondiale, come questi grafici sembrano dimostrare?

Partiamo dai dati, dalle fredde ma incontrovertibili cifre. Il ministro per il Commercio cinese ha infatti reso noto che gli investimenti diretti stranieri in Cina a novembre sono calati per la prima volta dal 2009: gli 8,8 miliardi di dollari totali rappresentano infatti una diminuzione del 9,8% rispetto all’anno precedente. In particolare, quelli dagli Stati Uniti sono scesi del 23% a 2,74 miliardi di dollari (almeno imparate a non rivalutare lo yuan). Di più, sempre dati governativi (quindi facilmente aggiustati per difetto) parlano di un trend tutt’altro che ottimistico per l’export cinese nel 2012, della diminuzione del margine di crescita commerciale in dicembre, del calo del 2% dell’export cinese in ognuno degli ultimi tre mesi di quest’anno, a fronte di un aumento delle importazioni del 5% rispetto all’export. Quindi, il deficit commerciale comincia a fare capolino anche in Cina, la locomotiva del mondo rallenta e rimanda sinistri scricchiolii. 

Come sapete, è dura ottenere dati affidabili e obiettivi dalle autorità cinesi, ma oramai la sciarada è alla fine e raccontare balle non solo non è più possibile, ma nemmeno utile. Ecco quindi che il sito che registra il mercato delle proprietà immobiliari Homelink certifica un crollo del prezzo delle nuove case a Pechino del 35% a novembre rispetto al mese precedente. Sempre in novembre, la massa monetaria M2 è calata del 12,7%, il peggior arretramento da dieci anni a questa parte. I nuovi prestiti sono calati del 5% sulla basa mese-su-mese e la Banca centrale ha allentato di molto la cinghia, tagliando nettamente le richieste di riserva per le banche per la prima volta dal 2008. Insomma, anche in Cina comincia a scarseggiare la liquidità. La Borsa di Shanghai ha perso il 30% da maggio ad oggi e addirittura il 60% dai picchi del 2008, in termini reali più o meno quanto perso da Wall Street tra il 1929 e il 1933. Insomma, il grande capo dei Brics non scoppia affatto di salute, ma il mercato non sembra prezzare in maniera seria questa situazione.

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La pensa così, almeno, Albert Edwards, analista di Societe Generale, in vena di variazione degli acronimi: «Gli investitori stanno pesantemente sottovalutando il rischio di un hard-landing dell’economia cinese e degli altri Bric, il cui significato a mio modo di vedere deve essere cambiato in “Bloody Ridiculous Investment Concept”. Quei paesi stanno cadendo come mattoni da un muro e le loro crisi sono tutte di natura interna, ovvero direttamente correlate ai cicli di boom e crollo del credito. La produzione industriale sta già crollando in India e il Brasile è il prossimo della lista, inoltre entrambi l’anno prossimo potrebbero ritrovarsi a fare i conti con una valuta eccessivamente deprezzata». E se la situazione verrà gestita male, cercando magari di sostenere la moneta nazionale utilizzando le riserve valutarie a disposizione, la crisi scoppierebbe nello stesso istante in cui verrebbero esaurite le riserve in valuta estera. La sola India è dovuta intervenire cinque volte sui tassi e muovere la sua Banca centrale con interventi diretti d’acquisto sulla rupia. Nei fatti, per rimanere a galla queste due economie dovrebbero rassegnarsi ad abbandonare alle dinamiche di
mercato l’andamento della loro moneta.

E la Russia? Se la recessione globale farà crollare i prezzi dell’energia, addio alla dinamo economica della nazione (oltre che al principale oggetto di ricatto geopolitico). «Il problema – conclude Edwards – è che la probabile reazione dei Brics all’avvitarsi della crisi potrebbe essere quella di scaricare merci, rischiando uno shock deflazionario per il resto del mondo. Non stupisca, quindi, che la Cina abbia imposto dazi per l’importazione di auto della General Motors: penso che sarà molto probabile una svalutazione dello yuan il prossimo anno, stante la situazione e questo creerà seri rischi di una guerra commerciale». E, in effetti, a fronte di riserve monstre per 3,2 triliardi di dollari, la Cina conosce da tre mesi un continuo calo, nonostante il surplus commerciale: insomma, i soldi cominciano a prendere il volo verso l’estero, giorno dopo giorno. Di fatto, le perdite in riserva operano come una sorta di contrazione monetaria, l’esatto opposto di quanto accade durante un boom. E le riserve non possono essere reintegrate per stabilizzare il sistema bancario interno, poiché significherebbe rimpatriare denaro ora investito in debito Usa e dell’eurozona e così spingere al rialzo lo yuan nel momento sbagliato. I consumi sono scesi
dal 48% al 36% del Pil dalla fine degli anni Novanta, mentre gli investimento sono cresciuti del 50%: un tasso insostenibile che ora reclama il conto.

Di più, l’analista Charlene Chu denuncia «la creazione massiccia di leva, qualcosa che può portare a un’erosione strutturale del sistema bancario. Per la prima volta, molte banche cinesi stanno cominciando ad affrontare tensioni sul cash». Già, perché gli investitori hanno pensato che la Cina fosse immune da una bolla immobiliare, visto che la finanza legata ai mutui pesava solo per il 19% del Pil. I ricchi cinesi, non potendo investire all’estero e con gli interessi bancari al -3% in termini reali, compravano quindi due, tre appartamenti come investimento per immobilizzare il loro capitale. Ora però, a fronte di una ratio tra stipendi e costo delle vita al livello mortale di 1:18, molti di quegli appartamenti, quasi sempre sfitti, stanno gonfiando una bolla interconnessa direttamente con il sistema bancario. Si svende quindi, soprattutto nelle città costiere. I costruttori di Shanghai hanno abbassato del 25% i prezzi degli immobili in novembre, facendo imbestialire i compratori della prima ora, che adesso pretendono risarcimenti. All’interno del Paese, va anche peggio. A Changsa, le vendite immobiliari sono crollate del 70%, così come nella “città fantasma” di Ordos, in Mongolia. A fronte di questo, l’indicatore ufficiale China Real Estate Index parlava di un calo dei prezzi solo dello 0,3% a novembre nelle prime 100 città del Paese!

E ancora, per il Fmi i prestiti sono raddoppiati raggiungendo il 200% del Pil negli ultimi cinque anni, inclusi quelli fuori bilancio: stiamo parlando di un intensità di crescita del credito doppia rispetto a quella dei cinque anni che precedettero la bolla dell’indice Nikkei a fine anni Ottanta o quella legata ai subprime tra il 2002 e il 2007 negli Stati Uniti. E, infatti, queste cifre messe una dopo l’altra possono essere riassunte da un unico dato. Nella nuova classifica mondiale degli istituti bancari in base al loro market cap, si scopre infatti che le prime tre non sono né americane, né inglesi ma bensì cinesi: ICBC, CCB e Agricoltural Bank of China hanno surclassato tutti, con i due giganti Usa Wells Fargo e JP Morgan rispettivamente al quarto e sesto posto. Ma a fare sensazione non è solo la velocità con cui la Cina ha conquistato la vetta, visto che nel 2005 nessuna banca cinese era nelle prime dieci contro le quattro presenti oggi, ma anche l’inquietante precedente asiatico: nel 1991, 6 delle prime 10 banche erano giapponesi, oggi di loro non c’è più traccia. Un po’ troppi ricorsi storici per non avere paura, non vi pare?

Ma torniamo alla bolla immobiliare in via di dilatazione. La Cina, di fatto, ha costruito troppo a debito e troppo in fretta e ora rischia di schiantarsi al suolo come un jet andato in stallo. Con un aggravante, già brevemente menzionata prima: stando a dati di Barclays Capital, il 22% di tutti i nuovi finanziamenti in Cina è fuori bilancio, un enorme e spaventoso “shadow banking system” interno. Alla faccia del comunismo di facciata, infatti, il sistema bancario cinese campa di trust, fiduciarie, intermediari per finanziare infrastrutture, progetti commerciali e industriali oltre al mercato immobiliare. Insomma, l’anno prossimo ci si aspetta redemptions e soprattutto isolati casi di default per alcuni progetti finanziati con questo sistema quantomeno opaco, con un ulteriore calo delle fiducia nei prestiti e possibili fughe di depositi dal sistema bancario ufficiale.

E se le banche hanno un coinvolgimento diretto nel trust lending molto basso, il rischio sta nel fatto che i finanziamenti ai progetti non sono depositati negli istituti, ma in holding delle aziende, sicché se si incorrerà in qualche default, le perdite per investitori individuali e imprenditori saranno pesanti, aumentando i rischi di tensioni politiche e sociali. Insomma, al netto del boom magnificato da troppo altromondisti e anti-occidentalisti à la page, la Cina e i suoi soci India e Brasile avranno un bel da fare nel salvare sé stessi.

P.S. Standard&Poor’s ha tagliato il rating sul debito pubblico dell’Ungheria da bbb- a bb+, cioè a livello “junk”, spazzatura. Si tratta del secondo declassamento del debito in meno di un mese, dopo che lo scorso novembre anche Moody’s aveva portato il rating sul debito a ba1, anche questo un livello “junk”. Immediata la reazione del mercato: il fiorino è sceso a 310 sull’euro, mentre i tassi di interesse sui titoli di Stato decennali sono saliti al 9,40%, dopo che l’altro ieri la Banca centrale ungherese aveva alzato i tassi di interesse al 7% per frenare la caduta della moneta nazionale. Insomma, siamo sulla strada del default, una strada lastricata dalla politica di mutui facili denominati in franchi svizzeri: nel 2008, infatti, che voleva comprare una casa in Ungheria poteva scegliere tra un mutuo in fiorini con interessi al 13% e uno in franchi con interessi a meno del 6%.

Tre anni dopo, cioè oggi, circa un milione di ungheresi che scelsero la denominazione in franchi, si trova ad affrontare un debito di 4,9 triliardi di fiorini, circa 22 miliardi di dollari, a causa del crollo del 40% del fiorino sul franco svizzero. Fmi e Ue hanno già abbandonato il tavolo negoziale con l’Ungheria per decidere su ulteriori aiuti al governo magiaro, ma lo hanno fatto per la scelta del premier, Victor Orban, di fondere la Banca centrale con l’ente regolatore del mercato, decisione che ha fatto imbestialire la Commissione Ue, il cui portavoce, Olivier Bailly, ieri ha ribadito come «per noi l’indipendenza delle banche centrali è fondamentale».

Insomma, si rischia una deriva islandese: Orban, infatti, ha almeno una parte di coltello che tiene dalla parte del manico e non sembra troppo spaventato dall’ipotesi bancarotta e non remissione dei debiti. Perché? Al 30 di giugno scorso le banche austriache erano esposte con prestiti verso l’Ungheria per 42 miliardi di euro, quelle italiane per 23 e quelle tedesche per 21 miliardi, dati della Banca per i Regolamenti Internazionali. Che dite, conviene a Bruxelles permettere il default a Budapest?



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