GEOFINANZA/ Così la Bce condanna ancora l’Italia

- Mauro Bottarelli

Mentre la politica non sembra capace di risolvere i problemi dell’Italia, la Spagna si dà da fare e la Bce non riesce ancora a proteggere il nostro Paese. L’analisi di MAURO BOTTARELLI

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Foto Ansa

C’erano davvero tutti all’importantissimo incontro di ieri tra governo e parti sociali. C’era la cooperativa dei pescatori di Posillipo, il club della porchetta di Ariccia e anche la Pro Loco di Calolzicorte. Trentasei delegazioni, vi rendete conto! Una riunione di condominio, altro che un incontro governo-parti sociali.

Signori, l’Italia è salva! L’Italia s’è desta! Dio mio che tristezza, che pochezza politica e morale ci offre questo Paese dove mercoledì alla Camera, mentre il premier ci regalava trenta minuti di nulla nella speranza di calmare i mercati, i deputati fremevano, trolley alla mano, per scappare a Fiumicino e andarsene in vacanza fino al 6 settembre.

Già, bontà loro hanno tagliato di una settimana le loro strameritate ferie, visto che lavorare tre giorni alla settimana stanca molto (ho lavorato alla Camera, quindi parlo con cognizione di causa quando dico che, salvo rare eccezioni, arrivano il martedì mattina e il giovedì pomeriggio alle 14 sono già impegnati a farsi chiamare un taxi, anzi noleggiare un’auto che fa più fine). Il bello è che fanno i finti stupiti e preoccupati per la montante ondata di anti-politica nel Paese, dove sei italiani su dieci quest’anno di ferie non faranno nemmeno un giorno.

Ma non è nemmeno la quantità di giorni lavorati il problema principale, visto che il Belgio è senza governo da oltre un anno e sta meglio di noi (lunedì ha piazzato tutto lo stock di debito a tre e sei mesi messo all’asta con domanda in rialzo e rendimenti in ribasso), quanto il continuare a negare l’evidenza. Qualche esempio? Pronti. Ancora ieri Silvio Berlusconi ha ribadito che il nostro sistema bancario è solido e che i continui tonfi in Borsa sono dovuti al fatto che i mercati azionari non riflettono la realtà economica del Paese, sarebbero «come orologi rotti che due volte al giorno segnano l’ora esatta».

Sarà, allora caro premier ci spieghi perché in fretta e furia e senza annunci, nei giorni scorsi, Giulio Tremonti ha firmato un decreto d’urgenza per recepire definitivamente le regole che prevedono non solo l’autorizzazione preventiva della Banca d’Italia a qualsiasi acquisto di quote di istituti di credito italiani che superi la soglia del 10%, ma anche per quote inferiori che però possano determinare un’influenza rilevante sulla banca, anche nel caso di concerto tra più soggetti. Insomma, si blinda il sistema bancario. Ma se è sano, forte e bello, che motivo c’è? Qualche segnale d’allarme?

Mercoledì mattina Reuters pubblicava il grafico relativo ai credit default swaps di Unicredit, Intesa SanPaolo e Monte dei Paschi, tutti i tre al massimo dall’inizio del 2008.

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Un dato che spaventa per un mero fattore tecnico, ovvero che solitamente le banche non italiane esposte su nostri istituti non comprano i loro cds, ma quelli governativi italiani, più a buon mercato, poiché lo Stato funge da garante del settore. Bene, ieri sia i cds delle tre banche che quello sovrano italiano sono schizzati alle stelle. Non è speculazione, è un assedio dettato dalla debolezza dei nostri istituti. Casualmente, proprio al termine dell’intervento di Silvio Berlusconi alla Camera, è giunta la notizia che l’agenzia Egan Jones ha operato il downgrade di Monte dei Paschi (da BBB a BB+) e Intesa SanPaolo (da BBB- a BB+).

Vogliamo parlare di Fiat? Da tre giorni prende sberle da -5% in Borsa, è abbonata alla sospensione per eccesso di ribasso, eppure a sentire il Lingotto stanno per comprarsi Chrysler e diventare un colosso globale. Balle. Avete notizia degli investimenti promessi a fronte dei patti aziendali sanciti con i sindacati, Fiom esclusa? Nemmeno io. In compenso, nel silenzio totale dei media, la nuova leadership congiunta Fiat-Chrysler si sta sostanziando in una squadra di 25 manager pescati più nel quartier generale di Detroit che al Lingotto. A Torino, quindi, resterà soltanto la sede legale mentre ad Auburn Hills si baserà l’attività operativa. Insomma, è Chrysler che si papperà Fiat e non il contrario, visto che con perdite di Borsa del genere ci vorrà poco a diventare scalabili e Obama ha bisogno di colpi a sensazione per essere rieletto l’anno prossimo.

Di più, avete notizia dei 3 miliardi di dollari promessi da Obama per i motori verdi di Chrysler? Nemmeno Marchionne, novello fustigatore del Cav. dopo aver beneficiato dell’attenzione, come sempre eccessiva, riservata dall’esecutivo alla Real Casa durante i duri giorni di Pomigliano. Di più, Exane, un fondo francese, ha tagliato il valore del titolo di Fiat Industrial due mesi fa e oggi, guarda caso, prende sberle sui mercati tutti i giorni. E sapete quante Cinquecento sono state vendute negli Usa, dove il Lingotto era certo di spopolare facendo diventare il catorcetto imbellettato di casa Fiat l’utilitaria della gente che conta? Stando alla rivista specializzata Car & Driver, da marzo a oggi soltanto 4.944 vetture.

La rivista americana ricorda poi che si è ben lontani dagli obiettivi del 2011 e precisa che ad oggi 70 dei 140 concessionari previsti da Fiat Chrysler dispongono delle vetture per i loro clienti. E due settimane fa, l’ultima bella notizia: Chrysler ha deciso di richiamare quasi 243mila pick-up Dodge a causa di problemi allo sterzo che potrebbero creare incidenti. Sapevate di tutto questo?

Potrei andare avanti all’infinito. Ma quale problema c’è, cari lettori, abbiamo la Bce a salvare la situazione! Il Consiglio direttivo della Banca centrale europea, infatti, ieri ha deciso «un’operazione supplementare di liquidità, date le tensioni particolarmente alte sui mercati». Lo ha annunciato l’ispettore Clouseau delle banche centrali, Jean-Claude Trichet. «Alla luce delle rinnovate tensioni dei mercati, il Consiglio direttivo ha deciso di effettuare nuove operazioni di rifinanziamento straordinarie a favore delle banche, in particolare erogando loro prestiti a sei mesi».ù

Inoltre, le informazioni giunte nelle ultime settimane hanno confermato che il rialzo dei tassi di interesse operato il mese scorso era «necessario», ha aggiunto il buon Trichet, che ha confermato all’1,50% il costo del danaro nell’area euro, dopo l’aumento da 0,25 punti deciso il mese scorso. Sul finire, la perla. Per Trichet, il programma di acquisto di titoli di stato da parte della Bce prosegue: «È un programma che sta continuando». Come? In che modo? In che termini? Verso chi? Con quale entità?

Dopo le dichiarazioni, il differenziale di rendimento tra il Btp italiano e il Bund tedesco a dieci anni, che a ridosso della conferenza stampa era salito fino a sfiorare i 380 punti base, si è ristretto fino a 360 punti base. Buona notizia, direte voi? Grazie, per sei mesi le banche, principali detentrici di bond italiani, potranno mungere il bancomat comunitario, ovvero i nostri soldi di contributori europei, ci mancava solo che lo spread schizzasse a 400 punti base!

Peccato che al termine della conferenza stampa di Trichet, lo spread fosse già risalito a 373. Il perché di questo allentamento di corto respiro è contenuto nella seguente domanda: ma alla Bce avete parlato dell’ampliamento dell’Efsf, il fondo salva-Stati che dovrebbe garantire un cuscinetto di garanzia a Italia e Spagna acquistando i loro bonds sul mercato secondario (ovvero dove costano più cari)? Niente, non si può parlare di ampliamento, rimodulazione o implementazione fino a che non sarà stato ratificato dai Parlamenti dei 17 Paesi che hanno votato l’accordo a Bruxelles tre settimane fa.

Tutti pronti, quindi. Da lunedì si torna sull’ottovolante: i mercati daranno pure l’ora esatta solo due volte al giorno, ma solitamente quelle due volte sono alle 9:00 e alle 17:30, quando aprono e chiudono le contrattazioni.

P.S. Il giallo è durato meno di un’ora, ma il fronte di incertezza che ha aperto è destinato a crescere di pari passo con lo spread tra Btp e Bund. Attorno alle 16 di ieri pomeriggio, infatti, l’agenzia Reuters rilanciava la notizia riguardo «una disponibilità cash del Tesoro italiano maggiore di quanto generalmente percepito» quantificata in «circa 60 miliardi di euro cash» e adombrando la possibilità di una cancellazione delle aste di bond per tutto il 2011.

Attorno alle 17 il dicastero di via XX Settembre rendeva noto che «il Tesoro conferma il calendario delle emissioni già comunicato il 25 luglio smentendo rumour di mercato riguardo le cancellazioni». Nel suo comunicato, però, il Tesoro smentiva sì la cancellazione delle aste, ma non l’eventuale clamorosa scoperta di extra-contante in cassa. E sapendo che il conto disponibilità di via XX Settembre, stando a dati di fine maggio 2011, vantava 45 miliardi di euro, basterebbe una piccola patrimoniale – di cui già tanto si parla – o un condono a settembre per arrivare alla quota di 60 miliardi che renderebbe possibile l’addio alle aste fino al 2012. Quando però le necessità di rifinanziamento del nostro debito ammonteranno a quasi 250 miliardi di euro e i mercati saranno pronti a massacrarci.



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