FINANZA/ Il “salvagente” tedesco non salva l’Europa

- Mauro Bottarelli

Il Parlamento tedesco ha votato in favore dell’aumento del fondo salva-stati europeo. Questo, però, spiega MAURO BOTTARELLI, non basta a risolvere i problemi dell’euro

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Foto Imagoeconomica

La Consob ha prolungato fino all’11 novembre il divieto di vendita allo scoperto, un atto che secondo il numero uno dell’Ente di vigilanza, Giuseppe Vegas, finora «ha fermato la speculazione», poiché pur non essendo lo short selling «un mostro, mieteva vittime: ha agevolato comportamenti speculativi di trader su una banca nell’occhio del ciclone».

Non sappiamo quale sia questa banca, in compenso sappiamo che da quando è stato istituito il bando, Unicredit ha perso il 26,6% e Societe Generale al Cac 40 di Parigi il 18,5%. Vegas, mai sentito parlare di opzioni put? Vogliamo vietare anche quelle? O magari tagliamo la testa al toro (non inteso come rialzo azionario) e vietiamo proprio le vendite e i listini in ribasso? Come i treni di Mussolini che arrivavano sempre puntuali, la Borsa italiana deve conoscere – per legge – solo rialzi e collocamenti record. Che ne dice, Vegas? Qui più che portare la Consob a Milano, occorrerebbe smantellarla e chiedere alla Borsa di Londra, proprietaria di Piazza Affari, di farci vigilare direttamente dalla Fsa britannica. Va beh, perché farsi il sangue amaro?

Il Parlamento tedesco ha votato a larga maggioranza per l’aumento del fondo Efsf (da 440 a 700 miliardi di euro: che avevate capito? Mica i 3mila miliardi vaneggiati dal Sunday Times e formati da soldi del Monopoli) e per tutta risposta, la Borsa di Francoforte ha virato in negativo e l’euro è andato giù: ma guarda che malfidati questi mercati, mai che guardino il bicchiere mezzo pieno. Ironia a parte, dopo che la Spd aveva detto sì alla mozione annunciando voto bipartisan, il passaggio era scontato e quindi già prezzato dai mercati (il problema sarebbe stato se la coalizione della Merkel non avesse tenuto alla prova del voto, scoglio evitato per quattro voti, nel quale caso si sarebbe potuta aprire una crisi di governo, prezzata però innanzitutto dai cds).

Qualcun’altro, però, sta guardando, anzi fissando, il bicchiere mezzo vuoto. «L’euro è praticamente morto e l’Europa affronterà un terremoto finanziario dal default della Grecia. L’euro è ben al di là della possibilità di essere salvato, l’unica domanda che rimane ancora aperta è per quanti giorni l’azione di retroguardia e senza speranza dei governi europei e della Bce potrà tenere su gli spiriti della Grecia. Un default di Atene innescherà un terremoto di magnitudo 10 in tutta l’Europa, i detentori di bonds governativi greci dovranno svalutare il loro intero investimento, Atene dovrà smettere di pagare salari e pensioni e i bancomat verranno svuotati nell’arco di minuti. L’impatto di un default si diffonderà rapidamente in tutto il continente, generando molto probabilmente una corsa contro le banche e le nazioni deboli. Il panico, a questo punto, si propagherà attraverso un trend autogenerante e potrebbe portare alla distruzione dell’area euro». Chi ha detto queste parole? Il sottoscritto? Nouriel Roubini? Nostradamus? Il mago Otelma? David Letterman? No, le ha dette Attila Szalay-Berzeviczy, capo di Unicredit global securities ed ex presidente della Borsa ungherese in un articolo pubblicato sul sito Index.hu e ripreso con enfasi da Bloomberg.

Insomma, uno dei grandi money-maker del mercato ci sta preconizzando l’apocalisse, tramutando l’intervista shock alla Bbc del trader-cialtrone Alessio Rastani (non lavora affatto nella City ed è unicamente titolare di un’azienda di pubbliche relazioni, il cui ultimo bilancio presenta un risso di 10mila sterline), già un idolo di YouTube, in una favoletta da leggere ai figli per farli addormentare. Chissà cosa pensano il presidente, Dieter Rampl, e l’amministratore delegato, Federico Ghizzoni, delle parole del loro valente collaboratore-dipendente, non il primo che passa per strada o un bancario da sportello, ma il capo delle global securities dell’istituto di Piazza Cordusio. Ma si sa, ultimamente a Unicredit hanno la testa in… Polonia.

Insomma, a fronte di mille piani di salvataggio, deroghe, prestiti ponte, swap obbligazionari con haircut da barzelletta, scioperi generali e quant’altro, a oggi la situazione appare esattamente identica a quella di inizio maggio (tranne lo scudo Bce per Italia e Spagna), salvo che la Germania non si decida a staccare la spina una volta che – entro metà ottobre – la ratifica dell’ampliamento del fondo Efsf non sarà completa. Ora, che la Grecia debba fallire lo dicono le cifre, non il sottoscritto.

Ma dopo il default ci sarà comunque vita nell’eurozona e forse, invece di invocare riforme epocali della governance e introduzioni della Tobin Tax (la quale taglia sì formalmente le gambe al trading ad alta frequenza – basato su milioni di ordini alla velocità della luce, quindi di fatto come uno che fa avanti e indietro dalla zona Ecopass di Milano con la macchina – ma porta anche a una diminuzione netta dei volumi in Borsa, cifre che superano gli introiti del balzello appena varato: quindi, un gioco a somma sottozero), sarebbe il caso di parlare di euro, di moneta, di tassi.

C’è da interrogarsi, infatti, su un punto di partenza. Ed è la prima frase del discorso della Merkel di fronte alla platea della Confindustria tedesca: «Nell’Eurozona non esiste nessuna crisi dell’euro, ma solo dei debiti sovrani». Mah, ho dei dubbi. I livelli totali del debito sovrano e privato nell’eurozona, infatti, è più basso di quelli del Regno Unito e degli Usa e molto, molto più di quello del Giappone. Il debito sovrano spagnolo è di fatto tra il 65% e il 70% del Pil, quello italiano è sì del 120%, ma ha un surplus di budget primario.

Vediamo gli altri? Gli Usa hanno innalzato in extremis il tetto di debito, sono stati degradati da Standard&Poor’s, hanno già creato altri 200 miliardi di dollari di debito e toccato il nuovo tetto, eppure i mercati sono disposti a prestare all’America a tassi addirittura negativi, la gente fa a gara per comprare Treasuries a tassi sottozero. E il Giappone? Ha un debito pari al 250% del Pil, un’economia non tanto più florida e duramente colpita da terremoto e tsunami a Fukushima, banche anch’esse in difficoltà, una demografia calante come quella italiana e una Banca centrale costretta a intervenire in maniera nucleare per bloccare l’apprezzamento dello yen.

Eppure, un Btp italiano a 10 anni paga quasi il 6% mentre il corrispettivo nipponico va a ruba nonostante paghi un interesse dell’1,09%. Secondo voi, perché i mercati non si azzardano a picchiare su yen e dollaro ma picchiano sull’euro? Qual è il problema? L’euro. Anzi, la mancanza di sovranità monetaria ed elasticità di azione e reazione che esso ha portato con sé all’interno di un’Europa composta da Stati che più diseguali non si potrebbe.

L’euro è una macchina per distruzione perenne, fondamentalmente disallineato e capace di creare un gap del 30% in fatto di competitività tra il Nord e il Sud dell’Europa e vedere i deficit di conto corrente intra-eurozona divenire vasti, cronici e corrosivi. L’euro ha tolto alle nazioni le armi: tassi d’interesse, liquidità, svalutazione e tassi di cambio. In questo contesto, la Germania ha una sola ricetta: imporre austerità, quasi il mantra della salvezza sia quello che vede l’esistenza di sbilanciamenti buoni (il surplus commerciali tedesco) e sbilanciamenti cattivi (i deficit commerciali del cosiddetto Club Med).

Non è così, gli sbilanciamenti sono entrambi cattivi. Così come le panzane spacciate per soluzioni e travestite da fantomatici piani da 3mila miliardi di euro. Inesistenti. Il baratro è dietro l’angolo e a questo punto anche il mese di alimentazione forzata e coma farmacologico che il Fmi intendeva garantire ad Atene per evitare la bancarotta prima del G20 di Cannes del 3 e 4 novembre, appare a forte rischio. Oltre che pateticamente inutile.

P.S. In compenso, nell’ombra, ci sono notizie che fanno pensare. Il governo ucraino, infatti, dal 23 settembre ha sospeso tutti i pagamenti del Tesoro per le spese di budget nel disperato tentativo di accumulare cash per far fronte al pagamento di un coupon a scadenza che i sottoscrittori, apparentemente, non avevano intenzione di prolungare. In totale, si parlava di due serie di bonds per un totale di pagamento di 5,3 miliardi di dollari con scadenza 28 settembre, ovvero due giorni fa. Alle 17 di quel giorno, il pagamento NON era stato effettuato.

In un comunicato, il Centro ucraino per l’imprenditoria, rendeva noto che «questo mancato pagamento ci suggerisce che entro poche ore l’Ucraina potrebbe trovarsi in uno stato di default tecnico». Quindi, incapace di onorare tutti i pagamenti, compresi quelli energetici verso la Russia, proprio a ridosso dell’arrivo dell’inverno. Capito ora la mossa di blindare il potere a Mosca posta in essere dal dinamico duo Putin-Medvedev, con tanto di defenestrazione del ministro delle Finanze ribelle, Kudrin?

Sarà un autunno molto caldo a Est e la promessa di zar Vladimir di trasformare la Russia in una delle potenze economiche del mondo potrebbe non essere solo propaganda. Vista anche la quantità d’oro accumulata in questi mesi da Mosca, con la quale dar vita a un rublo gold-backed in grado di ritagliarsi un ruolo non secondario sui mercati (soprattutto se spalleggiato dallo yuan in perenne attesa di rivalutazione), a fronte di troppe valute che sono carta straccia, sopravvalutate o direttamente stampate in cantina. Attenzione all’Ucraina, quindi. Ora mi spiego quel +125 punti base registrato il 23 settembre dal cds sovrano di Kiev, schizzato a quota 900 in un giorno…

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