GEOFINANZA/ I tre “buchi” che fanno crollare l’Europa

- Mauro Bottarelli

Da Ungheria, Spagna e Grecia arrivano nuove notizie preoccupanti per un’Europa già in difficoltà per lo stato di salute delle sue banche. L’analisi di MAURO BOTTARELLI

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Evviva, cari lettori! Qualcosa si muove! I depositi a un giorno effettuati dalle banche alla Bce e i prestiti d’emergenza concessi agli istituti di credito rallentano: mercoledì notte i primi si sono attestati a 443,70 miliardi contro il record di 453,18 miliardi del giorno precedente, mentre stando ai dati Bce, i prestiti di liquidità a un giorno agli istituti di credito sono scesi a 4,78 miliardi contro i 15,02 miliardi di martedì. Evviva, più soldi a famiglie e imprese finalmente! Manco per idea. Il dato dei prestiti di emergenza significa che la fase più acuta di crisi per almeno una banca è terminata, ma non è detto che non ci sia una ricaduta. E, soprattutto, che quei quasi 5 miliardi non siano stati tutti richiesti da un solo istituto, a tutt’oggi in guai grossi.

I dieci miliardi di euro in meno di depositi, poi, si spiegano facilmente: due, in contanti, sono stati dirottati dalla francese Credit Agricole – che in Italia controlla Cariparma e ha recentemente fatto shopping di filiali Intesa-SanPaolo – nella controllata greca Emporiki Bank per «rinforzare la struttura di capitale della banca». Gli altri, o almeno una buona parte, sono stati utilizzati nell’asta di obbligazioni a medio-lungo termine di debito francese. Ah già, la tanto temuta emissione di Parigi! E come è andata? Male, ma non malissimo, visto che nell’ultima settimana lo spread tra titoli di Stato francesi a 10 anni e Bund è cresciuto del 50% (da 100 a 149 punti base).

I rendimenti sono scesi di poco su tutte le scadenze tranne una, quella del bond 2021 salita al 3,29% dal 3,18% del 1 dicembre, ma a preoccupare sono due dati: il fatto che non sia stato collocato l’intero ammontare all’asta (7,963 miliardi contro 8) e, peggio ancora, che la ratio domanda/offerta sulla scadenza decennale sia sprofondata dal 1,64 dal 3,05 dell’asta del 1 dicembre, il dato peggiore dall’ottobre 2010. Calata anche la ratio sulla scadenza trentennale, passata da 2,26 del 1 dicembre all’1,82 di ieri. Non a caso, appena terminata l’asta lo spread tra Oat francesi e Bund è salito ulteriormente a 151 punti base, con il rendimento lordo dei bond francesi aumentato fino ad un massimo del 3,38%.

E lo spread Btp-Bund, come ha reagito al risultato dell’asta francese? Volando alle stelle sopra quota 520 punti base, con rendimento superiore al 7% per il decennale: non a caso, per il terzo giorno di fila, la Banca centrale europea in tarda mattinata ha comprato titoli di Stato italiani sulla scadenza dei 5 e dei 10 anni, proprio per calmare il netto rialzo degli yields anche sulla scadenza più breve. E la Borsa? Una meraviglia! Alle 2 del pomeriggio, Milano perdeva il 3,39%, affossata da spread e titoli bancari: Unicredit -12%, Banco Popolare -10%, Ubi Banca -7,34%, Bpm -7,28%, Intesa SanPaolo -5% e Monte dei Paschi -6,77%. Per tutti, sospensioni e ribassi teorici. Il nodo, cari lettori, è sempre quello: debito sovrano/banche/Stati, un cortocircuito tra insolventi che i giochi
delle tre carte della Bce sta soltanto peggiorando. O, forse, accelerando verso il tonfo finale.

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Ieri, infatti, Deutsche Bank perdeva il 5% in mattinata e le voci nelle sale trading parlavano di seri problemi di liquidità per il gigante tedesco: l’ottima asta di Bund di mercoledì e il dato record sull’occupazione tedesca non bastano ai mercati, quando si scommette sul livello 3 dei bilanci bancari, quello misterioso e oscuro dei derivati aggregati. Oltre a quello italiano – l’asta di Btp di venerdì prossimo potrebbe davvero essere un evento spartiacque, più nel male che nel bene, per tutta Europa – sono tre i fronti pronti a deflagrare e mandare in frantumi l’eurozona, nonostante seimila vertici e duemila Trattati.

Primo, l’Ungheria. Al di là delle preoccupazioni per la deriva autorità del governo Orban, sono i dati economici a fare paura, tanto che ieri il negoziatore magiaro con gli organismi internazionali, Tamas Fellegi, ha ribadito che «la determinata volontà del governo è di raggiungere un rapido accordo con il Fondo monetario internazionale e l’Unione europea». Peccato che i due soggetti in questione abbiano ribadito che senza garanzia di indipendenza della Banca centrale ungherese, di cui il governo intende avocare i poteri, di aiuti non se ne parla. Ma perché tanta urgenza?

Perché ieri l’asta di bond magiari a un anno si è conclusa con un pesante fallimento. Il Tesoro ha collocato titoli per 35 miliardi di fiorini, contro i 45 miliardi che aveva inizialmente pensato di assegnare (143 milioni di euro). Il rendimento è schizzato al 9,96% contro il 7,91% della precedente asta. Il trend negativo si era già manifestato martedì scorso, quando all’asta sui titoli del debito pubblico a tre mesi, i rendimenti avevano preso il volo, impennandosi al 7,67%, dal 7,43% della precedente emissione. In quell’occasione l’intero lotto da 45 miliardi di fiorini era andato esaurito, anche se a duro prezzo. La settimana precedente l’agenzia sul debito pubblico ungherese aveva dovuto cancellare, per carenza di domanda, parte di un’asta di bond con scadenze tra 5 e 10 anni, arrivando alla fine ad accettare tassi di oltre il 9%. Insomma, costi completamente fuori controllo. Siamo sulla strada del default, una strada lastricata dalla politica di mutui facili denominati in franchi svizzeri: nel 2008, infatti, chi voleva comprare una casa in Ungheria poteva scegliere tra un mutuo in fiorini con interessi al 13% e uno in franchi con interessi a meno del 6%. Tre anni dopo, cioè oggi, circa un milione di ungheresi che scelsero la denominazione in franchi, si trova ad affrontare un debito di 4,9 triliardi di fiorini, circa 22 miliardi di dollari, a causa del crollo del 40% del fiorino sul franco svizzero.

Insomma, si rischia una deriva islandese: Orban, infatti, ha almeno una parte di coltello che tiene dalla parte del manico e non sembra troppo spaventato dall’ipotesi bancarotta e non remissione dei debiti, anzi e questo spiegherebbe la sua intenzione di blindare e commissariare la Banca centrale, il forziere dello Stato. Ecco perché l’Ue strepita, altro che minaccia fascista in Ungheria! E perché Orban, da un lato vuole aiuti, ma dall’altro mostra la faccia feroce? Perché al 30 di giugno scorso le banche austriache erano esposte con prestiti verso l’Ungheria per 42 miliardi di euro, quelle italiane per 23 e quelle tedesche per 21 miliardi, dati della Banca per i regolamenti internazionali. Nel dettaglio, le controllate di Intesa Sanpaolo e Unicredit in Ungheria sono rispettivamente la quinta e la settima banca del Paese magiaro. Cà de Sass controlla infatti Cib Bank, che conta su una quota di mercato – secondo il prospetto sull’aumento di capitale di Intesa – del 7,9% e 145 filiali. Piazza Cordusio ha, invece, 134 filiali e ha una quota di mercato – scorrendo il prospetto sulla ricapitalizzazione dell’istituto – del 5,4%. Chissà che, oltre allo sconto record sulla nuova emissione titoli, Unicredit non paghi in Borsa anche qualche tremolio magiaro…

Secondo fronte, la Spagna. Il nuovo ministro dell’Economia iberico, Luis de Guindos ha infatti lanciato l’allarme sulla fragilità del sistema bancario iberico e prevede 50 miliardi di euro di nuove riserve da mettere da parte per far fronte ai cattivi prestiti. La stima, rivelata dal ministro al Financial Times, è maggiore del previsto. Secondo de Guindos, si tratta di una cifra che le banche possono in gran parte «fronteggiare da sole, rinunciando ai loro profitti» ma non in un’unico anno, bensì spalmandola su più anni. Nel caso delle banche spagnole, i crediti a rischio riguardano soprattutto prestiti effettuati nel corso della bolla speculativa immobiliare, ma a pesare sono anche le nuove regole europee sulla ricapitalizzazione bancaria.

Terzo fronte, la Grecia, la quale andrà incontro al default a marzo, se non sarà trovato un accordo per assicurarsi gli aiuti internazionali. Questa volta non lo dice il sottoscritto, lo ha confermato il primo ministro greco in persona, Lucas Papademos, aggiungendo che le decisioni delle prossime settimane, in vista di una nuova visita degli ispettori della troika, determineranno se la Grecia resterà nell’eurozona o se tornerà alla moneta precedente, la dracma. Una possibile data di non ritorno? I negoziati fra la troika – Ue, Bce e Ue – e le autorità greche sul nuovo programma finanziario di sostegno al Paese riprenderanno ad Atene «tra il 14 e il 16 gennaio»: lo ha riferito il portavoce della Commissione Olivier Bailly, a detta del quale «non sappiamo quanto durerà, ma sappiamo che sarà una missione importante».

Come vedete, c’è ampia gamma di opzioni per scegliere di che morte morire. Solo l’epilogo dell’eurozona, purtroppo, non è soggetto a variabili.



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