SPY FINANZA/ La guerra aperta della Germania alla Bce

- Mauro Bottarelli

La Germania si mostra sempre più aggressiva intorno alle politiche della Banca centrale europea. Come spiega MAURO BOTTARELLI, Mario Draghi ha davanti una battaglia importantissima

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Mario Draghi (Lapresse)

Vi avevo detto che sarebbe stata guerra aperta e così è. La Germania è nervosa, parecchio. Sarà che gli è venuto a mancare l’alleato numero uno, ovvero Barack Obama, sarà che il nuovo inquilino della Casa Bianca ha già dato il via a una politica economica e industriale che vedrà proprio Berlino tra le vittime principali, ma qualcosa sta cambiando. Rapidamente. Nemmeno tre giorni dal discorso di Mario Draghi alla cerimonia per la consegna del Premio Cavour ed ecco che la Bundesbank, per bocca del membro del consiglio direttivo, Andreas Dombret, torna alla carica: «La zona euro deve convivere con bassi tassi d’interesse, per ora, ma la politica monetaria della Banca centrale europea dovrà essere normalizzata non appena l’inflazione sarà incanalata verso il target». 

E attenzione, questa mia ossessione per la guerra interna alla Bce non significa che io ritenga un qualcosa di positivo in sé il Qe, anzi, ma questo continuo richiamo alla necessità del tapering assomiglia tremendamente all’agitare un pezzo di carne sanguinante vicino alla vasca degli squali. Un suicidio. O, forse, un omicidio. Perché si può agitare la bistecca per richiamare l’attenzione dei predatori ma non è obbligatorio gettarsi in acqua: si può spingere qualcuno in piscina, se si vuole farlo sparire. E Dombret è volutamente criptico, quando afferma che «visti gli attuali dati sull’inflazione, dovremo convivere con tassi d’interesse bassi fino a nuova indicazione, ma non c’è dubbio che la politica monetaria debba essere normalizzata non appena diventi chiaro che l’inflazione raggiungerà l’obiettivo: inferiore, ma vicino al 2% su una base sostenibile». L’inflazione tedesca o quella armonizzata della zona euro? Perché se il riferimento della Bundesbank è la crescita dei prezzi interni, quell’obiettivo è a portata di mano già entro marzo-aprile, essendo l’ultimo dato utile dell’1,7%: peccato, invece, che l’Italia abbia passato l’intero 2016 in deflazione e che il resto dell’eurozona si barcameni attorno allo 0,7-0,8%. 

La risalita relativamente rapida dell’inflazione in Germania, infatti, ha moltiplicato le richieste da parte tedesca alla Bce affinché ritiri il massiccio programma di stimolo monetario, dal momento che i rendimenti reali dei risparmi sono negativi e si teme che Francoforte possa ora superare il target d’inflazione perseguito. Appelli più volte respinti dall’Eurotower che ha sottolineato di guardare all’inflazione dell’intera zona euro e non di un solo Paese membro e che desidera vedere un aumento dei prezzi generalizzato e sostenuto prima di abbassare la guardia. Insomma, Mario Draghi ha detto chiaramente quale sia il suo quadro di riferimento, peccato che non collimi con quello di Berlino, altrimenti non si spiegherebbe tanta insistenza. 

E i cavalli di Troia non solo esistono, ma in momenti come questo sono armi strategiche. Basti vedere Sabine Lautenschlaeger, uno dei sei consiglieri del Comitato esecutivo della Bce, la quale non solo si definisce «ottimista» in materia, ma ritiene che «presto si potrà iniziare a valutare un’uscita dal Qe». In un discorso di martedì sera sera ad Amburgo, Lautenschlaeger ha spiegato che «lo scenario sembra sempre più positivo per l’area dell’euro e ci sono tutte le premesse per un continuo miglioramento dell’inflazione». Quindi, «sono ottimista che presto potremo dedicarci alla questione della exit strategy. Dobbiamo essere pronti ad agire quando verrà il momento», ha sottolineato, dicendosi favorevole a una progressiva riduzione dello stimolo monetario, ma avvertendo anche che, con il tempo, diminuiscono le ricadute positive delle misure decise all’apice della crisi, mentre aumentano le conseguenze negative e i rischi. «Per questo è importante terminare la cura al più presto possibile, ma non troppo presto altrimenti si rischia una ricaduta. Per farlo non è necessario aspettare fino a che non ci sarà più alcun dubbio del ritorno dell’inflazione». 

Balle, quella vissuta dalla Germania e solo dalla Germania è solo una fiammata inflattiva legata al prezzo della bolletta energetica, la quale – a dispetto delle speranze dell’Opec e in ossequio a quanto vi ho detto fin dal vertice dei Paesi produttori del 30 novembre scorso a Vienna – è destinata a calare, visto che non solo il prezzo del greggio continua a muoversi nella banda di oscillazione 52-53 dollari, ma il ruolo della Libia rischia di schiantare anche questo mini-rimbalzo, celebrato da molti come il rally che in realtà non è. Me li ricordo gli articoli trionfalistici che parlavano di quota 60 dollari al barile già all’inizio del 2017, quasi si volessero ignorare le tre criticità che manterranno il prezzo del greggio ancorato a questi livelli: Libia, Iran e Nigeria. Tutte e tre queste nazioni sono esentate dai tagli Opec, per differenti ragioni. 

L’Iran si è accordato per mantenere la produzione sotto i 4 milioni di barili al giorno, ma ha aumentato di 90mila barili la sua produzione quotidiana, mentre la Nigeria ha potuto “beneficiare” dei tagli molto netti già compiuti l’anno scorso a causa degli attacchi compiuti dai terroristi prezzolati del Delta del Niger. C’è poi la Libia, di fatto in pieno conflitto interno e con due governi contrapposti, tutte criticità che hanno portato a un utilizzo molto limitato e spezzettato degli enormi giacimenti petroliferi e delle raffinerie del Paese. I tagli totali in seno all’Opec sono pari a 1,5 milioni di barili al giorno, a cui vanno a unirsi i circa 600mila barili quotidiani in meno dei Paesi non-Opec, ma è chiaro a tutti, oramai, che l’impatto shock and awe che l’accordo doveva avere sui prezzi non ha affatto impressionato il mercato e l’attivismo di queste tre nazioni potrebbe porre pesanti pressioni ribassiste per tutto l’anno in corso. Libia in testa. 

Il Paese infatti è riuscito a recuperare le sue potenzialità produttive e di export nell’autunno dello scorso anno: tra settembre 2016 e gennaio 2017, l’output libico è passato da 300mila barili al giorno a quasi 700mila, il massimo da tre anni, stando a dati della National Oil Company (Noc), il tutto grazie alla riconquista da parte dell’esercito di installazioni chiave nell’est del Paese, dove le tensioni sono maggiori. Il governo ha già annunciato piani per aumentare la produzione ad almeno 1 milione di barili al giorno entro la fine di quest’anno, ma queste prospettive sono già state rinviate all’inizio della settimana a causa di alcuni incidenti legati all’impianto elettrico nel giacimento di Sarir, il quale ha tagliato la sua produzione giornaliera di 60mila barili. Ma a testimoniare come il Paese sia in preda a un caos totale, c’è stata ieri la dichiarazione del portavoce del governo internazionalmente riconosciuto, il quale ha detto che i guasti erano solo temporanei e che la produzione totale del Paese è già oggi sopra quota 750mila barili al giorno. Stando a questi dati, confermati da Bloomberg, abbiamo un aumento del 23% da novembre a oggi e, sempre il governo di unità nazionale, ha parlato di un nuovo target per fine 2017, ovvero 1,25 milioni di barili al giorno. 

Pensate che queste cifre ballerine e che gli attentati e i guasti siano casuali? No, sono una strategia di lotta tra i due governi in competizione e i loro supporter esteri, da un lato Ue e Usa e dall’altro la Russia schierata con il generale Khalifa Haftar. Ora, al netto di un prezzo del petrolio che sconta tensioni simili, vi pare che il solo aumento dei prezzi alimentari in Germania possa portare a un tapering del Qe per un’eurozona che l’inflazione sta vedendola muoversi timidamente soltanto ora? A che gioco sta giocando Berlino, sulla pelle di tutti? 

La questione riguardo il Qe è perché non sia funzionato nel suo scopo primario, ovvero far sfruttare dalle aziende europei i tassi ultra-bassi per assumere e investire, dopo aver chiuso i vecchi debiti e averne contratti di nuovi. Un’indagine condotta da Ing e resa nota ieri, infatti, dimostra come solo l’11% degli europei che hanno deciso di ritirare i soldi dalla banca (visti i bassi tassi), li hanno poi riutilizzati per ripagare debiti. In sostanza è stato un fallimento. Perché? La stessa indagine ha dimostrato come i risparmi degli europei si siano in realtà ridotti di molto: un terzo degli intervistati non possiede proprio un fondo di risparmi, mentre il 36% arriva a meno di tre mensilità sul proprio conto. Una parte degli europei non ha dunque materialmente i soldi per onorare i debiti contratti. 

Questo è il risultato di otto anni di crisi economica e delle politiche dettate da Bruxelles e Francoforte e adottate alla lettera dagli Stati europei. Avete idea cosa accadrebbe ai Paesi periferici dell’Unione se i mercati cominciassero a prezzare davvero un tapering prima dell’estate, nonostante le formali rassicurazione della Bce? Mario Draghi ha due compiti: tenere testa alle scriteriate critiche tedesche e rivedere il modello di Qe, per renderlo efficace almeno nella sua parte finale. Poi, starà ai vari governi nazionali darsi da fare per far ripartire davvero l’economia. È una sfida enorme, ma va vinta. 

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