DENTRO IL PD/ Correnti & alleanze, uomini e donne del nuovo corso “Made in Letta”

- Gennaro da Varzi

Oggi si sapranno le intenzioni di Enrico Letta. Nel partito si riposizionano le correnti, Zingaretti ne fa una sua. La situazione nel Pd

assemblea nazionale pd
Pd, Nicola Zingaretti ed Enrico Letta (LaPresse)

Tra poche ore conosceremo le intenzioni di Enrico Letta. Nel suo breve messaggio con cui ha annunciato la sua candidatura è stato molto netto sul metodo (“ho idee molto chiare, non intendo vivacchiare”), ma pochissimo ha detto sulla politica.

Eppure in appena due giorni capi-correnti, parlamentari e potenti locali hanno rapidamente cambiato posizione e fatto a gara per parlargli anche pochi secondi al telefono o a dichiarare pubblicamente la loro adesione entusiastica al candidato unico alla successione di Zingaretti.

I più contenti ovviamente sono i “lettiani della prima ora”, cioè tutti quegli esponenti del Pd che possono contare di aver avuto a suo tempo – quando Letta si candidò alle primarie del 2007 che incoronarono Walter Veltroni e dove raccolse poco più del 10% – un rapporto con l’ex premier. Gli ex ministri Boccia e De Micheli, il riformista Ranieri, gli intellettuali come il napoletano Mazzarella e il pugliese Sinisi, i giovani manager come Davide Corritore a Milano. Pochi, un manipolo. Ancora di meno sono quelli che possono dire di essersi opposti in direzione nazionale quando nel febbraio del 2014 Matteo Renzi pretese un voto prima di disarcionarlo dalla presidenza del Consiglio. Solo in 12 votarono contro, e tra questi il giovanissimo segretario della federazione di Napoli, Marco Sarracino.

Meno entusiasti sono invece tutti coloro che con Letta hanno in passato avuto rapporti conflittuali. Sicuramente non è contento il presidente della Campania Vincenzo De Luca, che pur nominato nel suo governo sottosegretario alle Infrastrutture e Trasporti non ottenne mai le deleghe promesse. Aspri e continui scambi di dichiarazioni, minacce di dimissioni, fino ad una netta posizione contraria di Letta alla candidatura nel 2015 di De Luca a presidente della Regione Campania, in aperto conflitto con le indicazioni della legge Severino.

La maggioranza del Pd – che conta circa il 70% dei voti del consiglio nazionale – in una riunione non proprio tranquilla si è praticamente sciolta. Non è piaciuta a tutti la decisone di Zingaretti di dare vita ad una sua corrente indipendente sia da quella che fa capo ad Orlando (la sinistra Dem) che all’Areadem che fa capo a Franceschini. L’ex segretario ha affidato il compito di organizzare le forze rimaste a lui fedeli a Nicola Oddati, che molto probabilmente continuerà a rappresentare l’area nella nuova segreteria.

Rosicano – e non poco – gli esponenti di “base riformista”, costretta a dire si all’uomo diventato il simbolo del modo sleale di fare politica di Renzi. Nonostante il consenso di facciata, non riescono (in particolare Lotti) a nascondere il proprio disappunto per un documento di appoggio a Letta circolato nel pomeriggio di ieri dell’ex maggioranza, che chiarisce una volta per tutte le due cose – in continuità con la gestione Zingaretti – che non sono in discussione: l’alleanza strategica con il Movimento 5 Stelle e il congresso nel 2023, dopo le prossime elezioni politiche.

Ma chi saranno i “riservisti” che Letta richiamerà in servizio? Molti ricordano come nel 2013 appena nominato presidente del Consiglio Letta smontò in poche ore la struttura di “Vedrò”, il famoso think tank che per circa 10 anni aveva coinvolto l’élite della “meglio gioventù” del nostro paese. Tornato all’insegnamento presso Sciences Po e lasciato il parlamento, Letta ha destinato gran parte de suo impegno politico e sfruttato il consenso personale presso molte imprese e fondazioni economiche per finanziare la “scuola di politica”, l’organizzazione che in pochi anni ha formato più di mille giovani. La scuola è ora affidata all’ex parlamentare europea Alessia Mosca, mentre a Marco Meloni toccherà il difficile compito di affiancare il nuovo segretario al partito con compiti “organizzativi”.

Ma la partita più importante finirà sul tavolo del nuovo segretario fra qualche settimana: quella delle numerose nomine in scadenza. Tra le scelte a cui si appresta il governo Draghi – al netto del reclutamento di centinaia di tecnici imposto dal piano legato all’uso dei fondi europei del Recovery Fund – ci sono da indicare nuovi nomi per posti strategici, come Cdp, le Ferrovie e la Rai. È in questo campo che Letta eccelle. La sua parola non si limiterà ai nomi che spetterà fare al segretario del Pd. È sicuro che la sua opinione sarà tenuta in gran conto dallo stesso Draghi su ogni scelta, e questo mette il Pd in una netta posizione di vantaggio rispetto a tutti gli altri partiti. Anche per questo il suo arrivo è stato accolto con entusiasmo fuori dal partito, in quell’establishment che con Draghi e Letta oggi al comando sente che è cambiato il vento e che per “i migliori” si è aperta una insperata nuova occasione.

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