CAOS NIGERIA/ Famiglia, lavoro e welfare: ecco cosa “offre” Boko Haram

- int. Marco Di Liddo

Centinaia di civili sono stati presi in ostaggio nel nordest della Nigeria da uno dei tanti gruppi jihadisti nati dalla diaspora di Boko Haram

Nigeria
Villaggio in Nigeria (LaPresse, 2019)

Centinaia di civili sono stati presi in ostaggio nel nordest della Nigeria da uno dei tanti gruppi jihadisti nati dalla diaspora di Boko Haram. Nel caso in questione si tratta di un gruppo sponsorizzato dallo Stato islamico, l’Iswap, che ha preso persone che erano da poco rientrate nella regione del lago Ciad dopo due anni in campi di sfollati. La Nigeria continua dunque a soffrire l’offensiva islamista che dal 2009, data di nascita di Boko Haram, ha fatto più di 36mila vittime e causato oltre due milioni di sfollati. In particolare gli islamisti si accaniscono contro la minoranza cristiana del paese. Come ci ha spiegato in quest’intervista Marco Di Liddo, analista,  responsabile del Desk Africa e del Desk Russia e Balcani del CeSi (Centro Studi Internazionali) “il rapimento di un numero così elevato di persone invece dell’usuale strage si spiega con il fatto che da sempre in Nigeria l’industria del rapimento è la più fiorente del paese. I rapimenti garantiscono guadagni economici, spose per i miliziani, scambio di prigionieri con il governo”.

I terroristi protagonisti di questa rapimento sono stati definiti appartenenti allo Stato islamico, fuoriusciti da Boko Haram, è così? Che differenza c’è?

Andare a indagare le divisioni all’interno di Boko Haram è molto complicato per due semplici motivi.

Quali?

Boko Haram è un gruppo a forte connotazione etnica perché intercetta il malcontento dei Kanuri, una popolazione del Nordest molto discriminata che vive in condizioni limite. È una minoranza all’interno della Nigeria e non riesce a far pesare a livello politico la sua condizione.

Poi?

La seconda dinamica è che è un gruppo a forte caratterizzazione familiare. Le dinamiche conflittuali all’interno della leadership intercettano dinamiche interne alla famiglia del fondatore, Mohammed Yusuf. Dopo la sua morte nel 2009 al potere è salito il genero Abubakar Shekau ma dopo qualche anno si è fatto avanti uno dei figli di Yusuf, Abu Mohammed Abubakar, rivendicando la leadership. Sostanzialmente si è creato uno scisma all’interno del gruppo.

Per quale motivo? Opportunità politiche?

Inizialmente Boko Haram ha avuto il supporto del network dello Stato islamico, ma a causa dell’estrema violenza di Shekau lo Stato islamico ha decretato che il leader dovesse essere il figlio del fondatore. Si sono creati due gruppi che puntano entrambi a chiamarsi Boko Haram, ma uno ha il riconoscimento dell’Isis, a nome della Provincia dello stato islamico nell’Africa occidentale, mentre l’altro no.

Immagino però che entrambi abbiano lo stesso obiettivo, prendere il potere?

Assolutamente sì, dal punto di vista ideologico non c’è alcuna differenza, tranne su alcuni piccoli dettagli operativi o politici che usano per screditarsi a vicenda. Entrambi vogliono trasformare la Nigeria in un emirato dominato dalla Sharia, entrambi considerano nemico il governo e gli sponsor occidentali, americani, italiani, europei che secondo loro hanno corrotto i costumi islamici dei nigeriani.

Boko Haram è nota per gli eccidi e le stragi, come mai un rapimento?

Da sempre ancor prima di Boko Haram l’industria dei rapimenti è una delle industrie più diffuse del paese. Il rapimento è una forza di guadagno e di sostegno importante, sia che si rapiscano locali come figli di possidenti o capi tribali ma soprattutto cittadini occidentali. Il rapimento di un numero così elevato come questo rientra in una più ampia logica politica volta al sostentamento del gruppo.

Cioè?

Chi si unisce a Boko Haram lo fa anche per motivi economici, il miliziano è un lavoro con un reddito, si accede a un welfare di sostegno e a chi non è sposato viene data moglie. I rapimenti si fanno per questo motivo, come nel caso delle ragazze sequestrate qualche anno fa e in parte vendute come schiave o date in spose ai miliziani. Fortunatamente in larga parte furono liberate con il pagamento di un riscatto non dichiarato.

Ma l’esercito nigeriano, che combatte da anni questi gruppi, ha mai ottenuto dei successi importanti?

Nessuno. Il terrorismo non è un fenomeno militare ma politico. L’approccio iniziale è sempre quello forte, pensare che con l’esercito si possono risolvere tutti i problemi, ma è sbagliato. Se non si risolvono i problemi economici e sociali la gente si radicalizza, e in risposta all’uso dell’esercito, per spirito di vendetta, entra nei gruppi terroristici. Bisogna anche considerare che il comportamento dei militari nigeriani non è dei più rappresentativi. La Nigeria ha 139 gruppi etnici differenti che vestono la stessa divisa, ma quando entrano in una regione di etnia diversa vengono percepiti come forze di occupazione. E il loro comportamento, caratterizzato da abusi di ogni tipo, peggiora solo le cose.

(Paolo Vites)

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