DIARIO CILE/ Boric rischia di ripetere l’errore di Allende

- Arturo Illia

Il referendum che si terrà a settembre in Cile rischia di creare non pochi problemi visto come il Presidente Boric sta gestendo questo delicato passaggio democratico

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Gabriel Boric (Lapresse)

Il cambio politico accaduto in Cile con l’elezione di Gabriel Boric del Movimento di estrema sinistra Convergencia Social, che ha trionfato con il 55% dei voti nelle elezioni presidenziali del dicembre scorso e che poi ha iniziato il suo mandato l’11 marzo di quest’anno, dopo solo pochissimi mesi sta provocando un terremoto non solo politico, ma anche sociale, di dimensioni tali che potrebbero spaccare in due il Paese e mettere la parola fine alla democrazia di una nazione che, non solo nel continente latinoamericano, è stata per decenni un esempio da seguire. Mano a mano che passa il tempo i cileni si rendono conto in che razza di guaio si sono messi e soprattutto dell’inadeguatezza di fidarsi di personaggi che, seppur nella loro onestà intellettuale, non posseggono l’esperienza politica per poter condurre un Paese.

Il campo di battaglia, importantissimo, sul quale si sta consumando la spaccatura, riguarda la riforma della Costituzione che dovrà essere approvato con un referendum il prossimo 4 settembre. L’attuale testo è datato 1980 e quindi generato sotto il regime militare di Augusto Pinochet: le proteste occorse nel Paese (generate dalle carenze di politiche sociali) nel 2020 portarono alla decisione di indire un referendum che, con una maggioranza schiacciante (circa il 78% dei voti), decise per una riforma del documento. 

Sull’onda di quel risultato le successive elezioni presidenziali completarono il quadro di un cambio che togliesse una volta per tutte qualsiasi traccia della passata dittatura nel Paese. Ma ecco che una volta conquistato democraticamente il potere, come accadde nel 1970 con la coalizione socialista di Salvador Allende (poi deposto da Pinochet con un Colpo di Stato nel 1973), Boric e le sue alleanze politiche hanno radicalizzato il cambiamento al punto tale che, dopo soli pochi mesi, non solo l’immagine dell’attuale Presidente è crollata, ma, per quanto concerne i cambi costituzionali, gli ultimi sondaggi danno ben il 52% della popolazione contraria.

Ma perché questo stravolgimento repentino della situazione? Semplice: perché Boric sta ripetendo gli errori (tragici) di Allende, in pratica governare sullo stile del famoso pensiero del Marchese del Grillo, senza disporre di una solida maggioranza che lo possa permettere. Perché se è vero che l’attuale Costituzione è nata in epoca di un potere militare, è anche vero che, nel corso degli anni, ha subito innumerevoli modifiche che l’hanno cambiata in molte parti: ma le proposte che si stanno portando sono talmente radicali da passare da un estremo all’altro, rischiando quindi di rendere ingovernabile il Paese.

“Bisogna finirla una volta per tutte con la proprietà privata: non si può tollerare che esistano famiglie con casa propria mentre altre vivono di stenti” (Fernando Salinas). “Non bisogna far uscire dalle carceri solo le persone arrestate durante le passate manifestazioni, ma liberare a tutti i ladri perché, se hanno rubato, la colpa ricade esclusivamente sul sistema” (Tania Madriaga). “Se dobbiamo soffrire la fame per finirla con il neoliberalismo la affronteremo e i cileni dovranno abituarcisi” (Giovanna Grandon). “Le migrazioni sono un diritto. E se alla destra non piacciono i neri riempiremo il Paese sia di questi ultimi che di venezuelani” (Maria Rivera). E via di questo passo: sono pensieri di politici recentemente eletti e che fanno parte della Commissione Costituente, quella che dovrebbe modificare la Costituzione.

È chiaro che con simili concetti, se poi espressi dalla Costituzione, si arriverebbe a uno Stato dichiaratamente comunista e totalitario, sul modello del Venezuela: cosa che ha provocato uno sconquasso nella già debole economia del Cile, che ha subito pesantemente (o più degli altri Paesi latinoamericani) le conseguenze del Covid: gli investimenti si sono bloccati ed è iniziata un’esportazione di capitali verso l’estero quale non si era mai vista negli ultimi 40 anni.

In pratica una restrizione dei diritti dei cittadini, e il passaggio da una democrazia invidiabile (anche se ovviamente con i suoi difetti) a un regime bello e buono. Cosa che, ovviamente, la maggioranza della popolazione non vuole subire.

Il filosofo e analista politico Max Colodro commenta così: “Qualunque sia il risultato del plebiscito, il giorno seguente la società cilena continuerà a vivere la spirale di polarizzazione, violenza e deterioramento politico che ha profondamente marcato a fuoco questi ultimi anni”. “La dittatura provò ad obbligarci a cantare una strofa dell’inno nazionale che noi oppositori non eravamo disposti a intonare. Adesso siamo addirittura un passo avanti, chissà ultimo e definitivo, confermando che il progetto di riconoscerci tutti quanti in una sola ‘nazione cilena’ abbia rappresentato una pia illusione”.

“L’opposizione, formata da due grandi blocchi – ci dice l’imprenditore di origini italiane Bruno Giovo -, visto il probabile massivo rifiuto alla riforma proposta, ha chiesto al Presidente Boric che prima del referendum si dica chiaramente come si risolverebbe la situazione del Paese: in pratica che si produca un’alternativa da applicare in caso di risultato negativo. Concordiamo tutti che la Costituzione vada cambiata, però mantenendo i piedi in terra”. “Non vogliamo tornare al documento di Pinochet e Lagos e il referendum lo ha dimostrato: deve essere una nuova Costituzione e rappresentare la casa di tutti i cileni e non solamente di un gruppo”.

A quanto pare il Presidente Boric ha perfettamente condiviso le preoccupazioni non solo dell’opposizione, ma anche di gran parte della gente: anche perché diverse personalità del progressismo cileno stanno criticando aspramente la radicalizzazione che subirebbe il Paese, come nelle dichiarazioni dell’ex ministro Renè Cortazar, che ora è parte della Concertacion de Izquierda che ha vinto le elezioni.

Che in Cile ci sia bisogno di una riforma sociale che protegga le classi più deboli (pure se con un tasso di povertà tra i più bassi del mondo) è chiaro a tutti quanti: la reazione alle proteste occorse in questi ultimi due anni deve essere quella di un Paese che unisca i suoi abitanti verso la via di un benessere comune. Ma le radicalizzazioni e le rivoluzioni, specie se operate in contesti contrastanti, provocano solo guai: Allende docet…

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