DIARIO ECUADOR/ Lasso tiene a bada il Covid, ma l’economia va male e cova la protesta

- Arturo Illia

In Ecuador il presidente Lasso ha ereditato una situazione sanitaria catastrofica, ma ha saputo ottenere risultati incredibili. La vera sfida è rilanciare un’economia allo sfascio

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Guillermo Lasso (LaPresse)

Nel 2020 l’Ecuador versava in una delle peggiori situazioni sanitarie dell’intera America Latina. Il quadro era infernale al punto tale che si è ricorso alla sepoltura dei morti in casse di cartone, visto che quelle di legno erano introvabili, a causa della tremenda epidemia che provocava numeri di decessi impressionanti.

Il presidente Lenin Moreno, che era succeduto a Rafael Correa, poi fuggito in Belgio a causa delle condanne che lo perseguivano, e che pur appartenendo allo stesso suo partito aveva iniziato a instaurare politiche ben lontane dal populismo assistenzialista, sembrava non sapere che pesci pigliare di fronte ad una situazione che, giorno per giorno, si faceva sempre più insostenibile, addirittura con ospedali presi d’assalto dai pazienti, che erano costretti a respingerli.

Questo fino ad arrivare al 21 maggio di quest’anno, quando, in piena pandemia, vennero indette nuove elezioni che sancirono il trionfo dell’imprenditore Guillermo Lasso del partito CREO (Creando Oportunidades), che ha operato un cambio di politiche gestionali ancora più netto di quello del suo predecessore: e i risultati, davvero incredibili, si sono visti proprio nel netto ribaltamento della situazione sanitaria.

In primo luogo, l’Ecuador ha iniziato un imponente approvvigionamento di vaccini conseguiti non rispondendo a concetti di logica politica, come ad esempio in Argentina (dove si sono rifiutati contratti, ad esempio, con la statunitense Pfizer per privilegiarne di più onerosi, stipulati con “l’alleato” Putin, che alla fine si sono rivelati un disastro), bensì commerciale, basandosi non solo sulle disponibilità ma anche attuando un piano logico di vaccinazione massiva.

“Si sono acquistate tutte le dosi con la massima celerità: non è che si sono comprate vaccinazioni di destra o di sinistra”, sostiene Duran Barba, un economista che è stato il responsabile della vittoriosa campagna elettorale di Lasso.

E così, come dimostrato dai grafici dell’organizzazione internazionale “World Data”, a pochi giorni dalle elezioni la curva esponenziale delle vaccinazioni mostra rialzi esponenziali notevoli, fino ad arrivare ad oggi con ben il 56% dei 17 milioni di abitanti del Paese che risulta vaccinato con una dose e il 33 % con due. Ma il dato più curioso, visto il breve periodo, è quello che riguarda le classi anagraficamente più deboli, con ben il 52% di vaccinati in età compresa tra i 50 e i 64 anni e l’82% delle persone over 65.

Nello stesso momento il tasso di mortalità è arrivato al punto più basso dall’inizio della pandemia, con 61 decessi registrati il 18 agosto, cifra notevolmente più contenuta se confrontata con quella dello stesso giorno del 2020, quando si registrarono ben 1134 morti. Ma i benefici acquisiti non si limitano al dato più grave, bensì registrano una diminuzione di ben 40 punti nei ricoveri ospedalieri.

In pratica, sempre secondo i dati disponibili, l’Ecuador risulta essere al secondo posto al mondo per quantità di dosi somministrate quotidianamente ogni 100 abitanti (1,44)  superando largamente molti dei suoi “fratelli” latinoamericani e tante altre nazioni più sviluppate del mondo.

La “cura Lasso”, quindi, sta ottenendo degli effetti notevoli e anche inaspettati, malgrado si debbano attendere mesi per poter scoprire se anche dal punto di vista economico si possa parlare di una inversione di tendenza rispetto al passato.

Infatti il Paese ereditato dal banchiere di Guayaquil sta attraversando una profonda crisi ed è al limite della bancarotta: a questo bisogna aggiungere la spaccatura politica in cui è diviso tra sostenitori dell’ex Rafael Correa e avversari dello stesso, fatto che lo rende difficilmente governabile.

Come nella migliore tradizione liberista (e noi italiani ne sappiamo qualcosa…) Lasso ha promesso di riattivare non solo la produzione di petrolio nazionale, ma anche, conseguentemente, la creazione di 2 milioni di posti di lavoro. Sotto la presidenza di Moreno, il Fondo monetario internazionale ha concesso all’Ecuador un prestito di 6,5 miliardi di dollari, dei quali circa 4,5 già versati: fatto che costrinse Moreno a un pesantissimo taglio sull’assistenzialismo che provocò una valanga di proteste popolari. Lasso dovrà obbligatoriamente proseguire in questo senso, anche se, come dimostrato dal modo in cui ha affrontato la pandemia, dispone della creatività necessaria per riattivare l’economia nazionale.

Ma le cifre parlano, per ora, in modo chiaro: secondo dati Unicef, un bambino su quattro soffre di denutrizione cronica e, sebbene il tasso di disoccupazione formale viaggi intorno al 6%, il 35% della popolazione vive in condizioni di povertà, nonostante il salario mensile minimo sia il più alto del continente latinoamericano (400 dollari), ma con un costo della vita notevole.

E’ chiaro come il debito del Fmi pesi come un macigno: di conseguenza la carta del petrolio diventa a questo punto l’asso principale nella manica del presidente per tentare non solo di risolvere la questione, ma anche per evitare che un suo eventuale insuccesso provochi le stesse proteste sociali che alla fine sono costate il posto, paradossalmente per il nome, a Lenin Moreno.

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