DIARIO UGANDA/ Nell’ospedale del beato Ambrosoli: il bello di lavorare con Eliot

- Alberto Reggiori

Padre Giuseppe Ambrosoli (1923-1987) sarà beato. L’ospedale da lui fondato a Kalongo, nel Nord Uganda, è un’isola di bellezza, competenza e speranza

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L'ospedale di Kalongo, in Uganda (Foto da Facebook)

KALONGO (Uganda) — Siamo fermi all’inizio della pista erbosa di quello che dovrebbe essere un aeroporto, vicino ad Entebbe, in Uganda. Il biondo pilota nordeuropeo del Cessna a 10 posti prima di partire si rivolge a noi passeggeri e ci invita a pregare con lui. “Grazie Padre per questa pioggia che rinfresca il paese, grazie per questa giornata …, assistici nel volo e nei progetti che vogliamo realizzare nel tuo nome. Amen”.

Le piste del nord Uganda non sono le migliori, anche per questo val la pena pregare, ondulate strisce di terra rossa invase da erba ed a volte da capre.

Ma dopo circa un’ora di volo un po’ instabile l’arrivo a Kalongo è sempre spettacolare: la Montagna del vento, un nero monolite spaccato in due da una enorme fessura alta almeno 300 metri, si innalza nella savana per proteggere l’ospedale fondato negli anni 50 dai missionari Comboniani e reso grande da Padre Giuseppe Ambrosoli, della famiglia del miele per intenderci, medico e sacerdote morto nel 1987 senza cure quando imperversava la guerriglia, ora in odore di santità. È infatti giunto al compimento il processo di beatificazione per le virtù eroiche esercitate da questa figura affascinante.

Padre Giuseppe Ambrosoli sarà beato! L’annuncio ufficiale è arrivato il pomeriggio del 28 novembre direttamente dalla Santa Sede con il riconoscimento, da parte di Papa Francesco, del miracolo avvenuto per l’intercessione del missionario medico nativo di Ronago in provincia di Como. Ci sarà una grande festa in questo ospedale nel 2020 quando ci sarà la proclamazione ufficiale. Ora è la Fondazione Ambrosoli, nata per far continuare quest’opera e diretta dalla nipote Giovanna, a sostenere l’ospedale.

Io sono qui per tre settimane, svolgendo il mio lavoro di chirurgo, assieme al dottor Regalia di Milano. Per il giro dei 70 letti del reparto di chirurgia siamo affiancati da giovani ed entusiasti “interns”, medici specializzandi ugandesi, e da una dottoressa italiana. Si fa loro formazione sui casi ricoverati, poi ci aspetta la sala operatoria con urgenze a tutte le ore; nel reparto di medicina e di tubercolosi altri medici ed infermieri sono all’opera, mentre i pediatri affrontano gli oltre 200 bambini ricoverati. Quest’anno un’epidemia di malaria più cruenta del solito affligge pazienti di ogni età, forse per le abbondanti piogge. Dei 3.500 parti annuali almeno il 10 per cento necessita di taglio cesareo; il totale dei pazienti trattati supera i 50mila. L’ ospedale ha costi solo minimamente coperti dal ministero della Sanità Ugandese mentre ai pazienti è richiesto un ticket poco più che simbolico.

La bellezza più inaspettata, una vera sorpresa in questa landa punteggiata di capanne e baracche, la riserva la scuola per ostetriche, un vero paradiso, con giardini dalle aiuole curate, laboratori, sale di esercitazione, cucine e dormitori, classi affollate dalle oltre 170 studentesse. “Essere ostetriche non è un mestiere come un altro, è una missione, è una vocazione. Devi amare la mamma ed il bambino, devi curarne due insieme, devi farlo per amore non per soldi”. Chi dice questo è Sister Karmel, suora africana e direttrice della scuola fondata oltre 60 anni fa dal dottor Ambrosoli. Parlando con lei si incontra una personalità fuori dal comune, una donna realizzata e felice, che vuole il bene per tutti quelli che incontra senza accettare riduzioni.

Un sera alle nove, quando il buio è vinto solo dai possenti generatori che pompano energia e luce nei reparti, mi fermo davanti alla pediatria. Oltre 200 bambini con madri e fratellini la affollano. Due infermiere nella loro divisa rosa stanno cercando di infilare la minuscola vena di un neonato disidratato e febbricitante: mi colpisce la loro calma e la loro serenità. Sono sicuro che ce la faranno, prego per questo. Non sembrano ansiose per tutti gli altri piccoli pazienti che le aspettano: in questo momento esiste solo quello che stanno trattando. Non oso pensare di trasferire questa situazione in Italia: 200 bambini per 2 infermiere calme e concentrate…

L’ incontro con la comunità di questo remoto ospedale è una domanda di senso e di destino: qual è l’utilità nel sostenere questo posto, classica e forse retorica goccia d’ acqua nel mare o baluardo contro il nulla che esiste fuori, isola di civiltà quasi benedettina, non bolla chiusa, ma enclave spalancata alla sofferenza di chiunque? Ancora: tutta questa povertà provoca, non è solo fame di giustizia ma coinvolgimento della vita di chi la incontra. I poveri chiedono ed il loro atteggiamento è di accettazione, dicono di sì, sono disponibili al destino che apparentemente li maltratta. E poi il loro sorriso, la loro disponibilità e gratitudine non hanno uguali, indicano un metodo, sono evidenza del loro sì.

La memoria di Padre Ambrosoli mi accompagna e parzialmente risponde: se questo grande medico e religioso indicato come modello per la sua vita e per le sue opere ha compiutamente speso qui i suoi giorni fino a morirne, allora forse è proprio questa la risposta. Realizzarsi donandosi, dire di sì come loro. E ancora avere la coscienza netta e sicura che non è un’opera filantropica in questione, ma che si sta costruendo la Chiesa, è il nostro compito, solo così si incide nella storia, anche nascostamente. Lavorare in questo ospedale è come costruire una cattedrale romanica, la verticalità non è nei muri ma nel vedere nel paziente la presenza che ci fortifica. Come diceva Eliot: Noi costruiremo con mattoni nuovi. Costruiremo con nuovo legname e nuova pietra. C’è un lavoro comune. Una Chiesa per tutti: ognuno al suo lavoro. 

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