DIARIO USA/ Calcio femminile, quella parità che (per fortuna) discrimina ancora

- Riro Maniscalco

Storico accordo nel calcio Usa: parità di retribuzione e premi per i componenti delle squadre nazionali, maschile e femminile. Era meglio prima…

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Calciatrici della nazionale Usa di soccer con Nancy Pelosi (LaPresse)

MINNEAPOLIS – La notizia di per sé non è che sia gran cosa. Con tutto quello che sta succedendo nel mondo, dalla guerra in Ucraina all’ennesima ventata di Covid, e tutto quello che sta succedendo in America tra mass shootings, rigurgiti di odio razziale, primarie governatoriali… Insomma, l’altra mattina non mi aspettavo la breaking news che ho trovato a salutare la mia nuova giornata: la Federazione del calcio statunitense ed i suoi giocatori di punta, uomini e donne, hanno raggiunto uno storico accordo che garantisce parità di retribuzione e premi per i componenti delle squadre nazionali. Un vero e proprio contratto collettivo di lavoro (collective bargaining agreement) dopo sei anni di “lotta contro la discriminazione fondata sul sesso”, denunce, diatribe e pure tribunali.

Non solo. Siccome la Fifa dà alla nazionale maschile più di quanto dia a quella femminile, americani ed americane metteranno tutto insieme e divideranno in pari misura, rimediando così all’iniqua distribuzione di fondi. È il primo, “rivoluzionario” accordo del genere. Non c’è altro Paese al mondo dove si sia fatto qualcosa di analogo.

Bene, a me sembra una gran frescaccia. Perché? Perché il calcio delle donne è diverso, e diverso è tutto il mondo (audience, pubblicità etc.) che da esso dipende. Passerò da misogino, magari mi beccherò pure una denuncia, ma mi auguro che per quel che è rimasto della libertà di espressione mi si permetta di manifestare il mio pensiero e mi si lasci qualche alito di vita.

Una delle cose che mi intrigò maggiormente durante i miei studi di legge fu il concetto che eguaglianza è il trattamento uguale degli uguali e diverso dei diversi. Trattare allo stesso modo chi è diverso è tanto ingiusto quanto trattare diversamente chi è uguale. Chi ha figli sa benissimo che ogni figlio va preso e trattato in una certa maniera. Proprio per il bene che si vuole a tutti in egual misura si troverà per ognuno una forma particolare per esprimere questo bene. Potremmo dire la stessa cosa anche per chi al lavoro è chiamato a gestire uomini e donne: giusto ed equo trattamento di ognuno significa riconoscere meriti, capacità, esigenze, bisogni, limiti etc. Sarà perché ho lavorato in Human Resources per tanti anni, sono marito da 43, padre di tre figli e nonno di dieci nipoti, ma questo principio mi è molto chiaro.

Tutto questo per arrivare a chiedervi: ma l’avete mai guardato il calcio femminile? Senza spingerci a dire che è “sostanzialmente peggiore” di quello maschile, potremmo limitarci a dire – senza offendere “quasi” nessuno – che è “diverso”, che è un’altra cosa, cosi come diversa è la popolazione che lo segue (molto inferiore a quella che segue il calcio maschile) ed il volume di business che ne dipende (in un regime capitalista e competitivo come il nostro questi sarebbero fattori decisivi).

Ora mi si potrebbe obiettare che l’accordo è stato raggiunto per la squadre nazionali, non per le giocatrici del campionato professionistico americano. Be’, allora non è discriminazione anche questa? Perché chi arriva a giocare in nazionale sarà pagato come gli uomini e chi gioca in campionato si dovrà accontentare?

Ci stiamo infognando in un meccanismo perverso e questo accordo è l’ultima manifestazione di quanto diceva Alexis Carrel: “Poca osservazione e molto ragionamento conducono all’errore; molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità”.

God Bless America!

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