DIETRO IL COLLE/ I silenzi rumorosi di Mattarella e le manovre per il “governissimo”

- Anselmo Del Duca

Ieri il Colle ha smentito l’irritazione di Mattarella per come il governo sta conducendo l’emergenza coronavirus. Vuol dire che la tensione è alle stelle. Nel frattempo si pensa al dopo

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Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella (LaPresse)

Ci aveva provato Sergio Mattarella a coprire con l’ombrello della sua autorevolezza l’operato del governo alle prese con l’emergenza coronavirus, ma il suo sforzo è riuscito soltanto a metà. Non è certo passato inosservato il suo appello all’unità e al senso di responsabilità, arrivato sabato pomeriggio a colmare il vuoto creato dalla seduta fiume del Consiglio dei ministri, riunito per dieci ore ed oltre nell’inusuale sede della Protezione civile. Un’afasia che poteva disorientare i cittadini, e che le parole del Colle hanno colmato, profondendo fiducia nel servizio sanitario nazionale, e contribuendo a mantenere la tensione sotto il livello di guardia.

Il clima di concordia nazionale è durato pochissimo, e si è infranto sull’insoddisfazione di Salvini per il decreto-legge partorito da quella riunione fiume, e soprattutto nella feroce polemica scoppiata fra Giuseppe Conte e i governatori, quello lombardo Fontana in particolare. Mattarella ha sentito Zaia e Fontana sabato, e poi il presidente lombardo una seconda volta nella giornata di martedì, con il chiaro intento di contribuire a far rientrare la polemica con il premier. Non a caso Fontana ha raccontato di essere stato incaricato di esprimere vicinanza e gratitudine agli operatori sanitari della zona, compreso – par di capire – pure quell’ospedale di Codogno che ha costituito il casus belli fra Conte e il governatore lombardo.

Dal Quirinale si continua a seguire con attenzione l’evolversi della situazione. E se si arriva alla necessità di smentire ufficialmente le voci di una forte irritazione del Capo dello Stato su come il governo sta conducendo la comunicazione sull’epidemia circolate nel corso della giornata, vuol dire che la tensione è alle stelle.

Il decreto di sabato sera, oggetto di molte critiche da parte degli addetti ai lavori, è stato firmato prontamente nel pomeriggio di domenica. Ma di decreti Mattarella ne aspetta almeno un altro, e al più presto. Si tratta di quello per sostenere l’economia del Nord (e non solo) che si è dovuta fermare all’improvviso. E si può star certi che non potrà essere un provvedimento di facciata. I pannicelli caldi non bastano più.

Dietro al silenzio del Quirinale in queste ore si nasconde una opera di moral suasion tanto discreta quanto intensa, che interessa i vertici del governo, ma anche i leaders dell’opposizione. Fra di essi il più nervoso è senza dubbio Salvini, anche perché sono leghisti i due governatori più esposti, quelli di Veneto e Lombardia. Pesa anche l’ira montante delle categorie produttive del Nord.

Lecito chiedersi quali potrebbero essere le conseguenze politiche dell’emergenza sanitaria, se dovesse continuare, o addirittura peggiorare. Al Quirinale intanto ha bussato Matteo Salvini, chiedendo ufficialmente un incontro al Capo dello Stato, ma non è detto che gli venga aperto subito. Dipende dall’atteggiamento con cui dovesse presentarsi. Se l’intento fosse esclusivamente bellicoso nei confronti di Conte, l’udienza potrebbe rimanere in stand by per un po’. Ma se l’atteggiamento fosse giudicato costruttivo il colloquio potrebbe avvenire nei prossimi giorni. Del resto, è proprio il numero due della Lega, Giancarlo Giorgetti, ad aver adombrato una sorta di governo di unità nazionale alla buvette di Montecitorio: “L’emergenza c’era prima e ci sarà anche dopo il coronavirus”, lo hanno sentito dire. È uno scenario non ancora maturo, ma di cui si parla con insistenza nelle ultime ore. Tra i più interessati i renziani, ma anche i berlusconiani. Freddi i 5 Stelle, perché sanno che in questa ipotesi il primo a essere messo in discussione sarebbe Giuseppe Conte. Per Renzi, come per Salvini, un premier diverso sarebbe la precondizione minima per aprire la nuova fase.

Due sono però le incognite, in grado di fare saltare l’ipotesi di un governo di unità nazionale semi-tecnico: da una parte il Pd, che appare incerto e diviso, dall’altra Giorgia Meloni. Se Fratelli d’Italia si chiamasse fuori, la Lega non potrebbe che sfilarsi a sua volta. La concorrenza nel campo moderato sarebbe intollerabile, visto che nei sondaggi i consensi di Salvini si erodono lentamente, a tutto vantaggio della Meloni. Nel silenzio, il Quirinale osserva, e si tiene pronto a nuovi interventi.

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