DIETRO LE QUINTE/ Da M5s a Renzi, il Burattinaio della crisi ha sbagliato i conti

- Mario Barcellona

L’ultima crisi di governo cela un progetto il cui pieno possesso è sfuggito ad ognuno dei protagonisti. Ed ha a che fare con M5s

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Giuseppe Conte e Luigi Di Maio (LaPresse)

In poco più di un mese gli assetti della politica italiana appaiono radicalmente stravolti:

– il “contratto” tra Lega e M5s si è rotto e il governo giallo-verde è caduto, ma, soprattutto, è caduto in modo così “cruento” che sembrerebbe se ne debba escludere ogni possibile riedizione;

– è stata concepita, del tutto inattesa, un’improvvisa e inaspettata alleanza tra M5s e Pd ed è nato il governo giallo-rosso;

– Renzi, che pur aveva concepito e imposto quest’esito sorprendente della crisi, ha abbandonato il Pd ed ha costituito una propria nuova formazione politica, “Italia Viva”.

Almeno apparentemente, questi tre avvenimenti possono sembrare del tutto imprevisti, in gran parte estemporanei e comunque sconnessi.

– Che vi fossero tensioni tra Lega e M5s si sapeva da tempo, ma lo sbocco che tutti ne intravedevano sembrava costituito, al più, da elezioni anticipate che permettessero alla Lega di tradurre in potere formale il peso che sondaggi ed elezioni europee le avevano ormai riconosciuto;

– la debolezza in cui versava il M5s e le evidenti controindicazioni ad affrontare in tale condizione una nuova tornata elettorale autorizzavano a pensare, piuttosto, che la crisi si potesse risolvere attraverso un rimpasto governativo, che magari sacrificasse Conte e rimodulasse nell’esecutivo le rappresentanze delle due componenti governative;

– che a Renzi il ruolo di minoranza del Pd stesse stretto si sapeva, e molto bene, fin dal momento in cui aveva perduto la segreteria, ma il successo della sua inattesa apertura al M5s e il grande credito che gli aveva assicurato nel partito e nei mass-media (in questi con qualche non secondaria eccezione) potevano far presagire, piuttosto, una nuova scalata alla segreteria o, comunque, il rinvio del progetto scissionista a quando il prestigio così conseguito si fosse definitivamente consolidato.

Niente, invece, è andato come ai più autorevoli commentatori sembrava che dovesse andare.

Molte sono le ragioni che si sono messe in campo per spiegare ex post questi avvenimenti inattesi. Ma nessuna sembra, alla fine, del tutto convincente.

Ezio Mauro ha, di recente, intitolato uno dei suoi frequenti interventi “Ossessione del comando”. La quale sarebbe quella che accomuna Salvini e Renzi e che, in ultimo, darebbe conto tanto dell’improvvida iniziativa con cui il primo si è visto risospinto all’opposizione ed ha perduto il palco delle sue vincenti rappresentazioni, quanto dell’attivismo scissionista che ha condotto il secondo ad abbandonare il Pd proprio nel momento in cui, dopo due anni oscuri, sembrava proiettato verso un più promettente futuro.

Che in entrambi i personaggi alligni una tale “ossessione” è, francamente, fuori discussione. Ma “ambizione e insofferenza”, verosimilmente, non bastano a spiegare le forzature di cui si sono resi protagonisti.

Non bastano sicuramente nel caso di Salvini, perché l’ambizione, per quanto grande possa essere, non implica affatto avventatezza e l’iniziativa di aprire una crisi suppone in ogni caso ragionamenti e calcolo. Tutto fa pensare, perciò, che avesse sicure ragioni per escludere che al M5s si desse la possibilità di una politica alternativa. Si può immaginare, cioè, che potesse far conto sicuro, rispettivamente, sulla fedeltà di Di Maio e sulla determinazione di Zingaretti a non intraprendere la via perigliosa di un’apertura al M5s. Ed infatti il disappunto dell’uno e la ritrosia dell’altro all’inizio della crisi sembra diano ragione di una simile aspettativa. Dunque, se una “trappola” c’è stata, i “veri autori” vanno, probabilmente, cercati altrove.

Ma non bastano, alla fine, neanche nel caso di Renzi. Nessuno può seriamente pensare che la sua iniziativa raccolga cospicui consensi nell’elettorato del Pd e in quello del M5s: dopo i molti tracolli elettorali, quanti ancora votano Pd lo fanno in forza di un risalente rapporto, di una fedeltà (anche all’immagine di sé che quel voto propizia) che (come dimostra la vicenda di Bersani e di Art. 1) detesta per principio le scissioni; mentre gli elettori del M5s, quale che sia la loro origine, di certo non hanno orecchie per il canto delle sirene che Renzi può mettere in campo. E lo stesso vale per la schiera degli astenuti: le ragioni del non-voto non hanno molto a che spartire con l’approccio renziano alla politica, anzi.

In realtà, la mossa di Renzi rappresenta piuttosto un’Opa verso la galassia berlusconiana, ma sembrerebbe giungere in ritardo, perché questa, in maggioranza, ha ormai preso la strada che porta, in un modo o nell’altro, alla Lega. Dunque, un’analisi disincantata farebbe escludere che, anche andando bene le cose, la nuova “Italia Viva” possa ambire a qualcosa di più del 5%.  Molti rievocano il vecchio adagio che farebbe preferire l’esser pesce grande in uno stagno piccolo piuttosto che pesce piccolo in un mare grande. Ma può sembrare, alla fine, contraddittorio accreditare a Renzi una grande ambizione e poi esaurirla in un piccolo stagno. Tutto questo – che a Renzi non può essere certo sfuggito – fa pensare che la sua mossa possa avere anche altre, magari più profonde, ragioni.

Forse si capisce di più se si mettono insieme tutte le cose che sono successe e si prova a coglierne i nessi ed a comprenderne il senso ed il segno.

Nella scorsa primavera un osservatore avveduto avrebbe detto che nei luoghi che contano fosse maturata la convinzione che il governo giallo-verde non fosse più accettabile, che a renderlo tale fosse soprattutto l’eccentricità del M5s, soprattutto il suo parlare, e pensare, diverso dal linguaggio dell’establishment e che, invece, si potesse far conto sulla Lega, che le intemperanze verbali (ma non solo) del suo leader giovassero a produrre un consenso di massa alla “causa” degli interessi propri del sistema delle imprese, tanto delle grandi (poche) che delle medio-piccole (moltissime), alla loro protezione verso la concorrenza globale e, specialmente, alla “comprensione” verso la loro esigenza di aver “mano libera” e verso le loro richieste di vantaggi fiscali. La demonizzazione dei migranti e delle Ong, la promozione della paura e le sparate sovraniste magari non erano belle a vedersi, ma potevano anche andar bene se il consenso con esse conquistato fosse poi indirizzato alla flat tax, al disincaglio delle grandi opere, all’autonomia finanziaria (con la conseguente crescita delle possibilità di spesa) delle Regioni del Nord, e a tutto il resto, a quell’aura generale di cui questi sono, con ogni evidenza, solo i simboli. Questo, appunto, poneva all’ordine del giorno l’espulsione del M5s dal governo, il ritorno alle urne e la conquista solitaria del potere ad opera di Salvini.

Dopo le elezioni europee, però, questa strategia si è mostrata non più perseguibile, poiché è apparso chiaro che la politica della Lega poteva incrinare i rapporti con l’Ue e il quadro dell’Alleanza atlantica: a preoccupare sopravviene non tanto la richiesta di “pieni poteri”, quanto il contrasto all’elezione della von der Leyen e i traccheggi con la Russia, che fanno capire come Salvini possa spingersi anche oltre le parole e mettere in crisi assetti internazionali già fortemente stressati eppur insostituibili per gli interessi economici e strategici dell’Occidente, e quindi di quanti nel paese su di esso alla fine contano.

Chi aveva pensato quella strategia, perciò, si è visto costretto ad aggiornarla d’urgenza. Ma non per cambiare cavallo, giacché il M5s (nonostante il voto alla von der Leyen) rimane ai suoi occhi antropologicamente estraneo e pressoché incompatibile. Bensì per ampliarla, mettendo nell’obbiettivo la messa fuori gioco di entrambe le forze cosiddette populiste. Occorre, allora, scongiurare il ritorno alle urne che darebbe via libera al trionfo di Salvini, metterlo tuttavia fuori dal governo e poiché questo non può avvenire senza un’alleanza governativa tra Pd e M5s, costringere il primo ad un tale accordo e, al tempo stesso, trovare il modo di imbracare il secondo spingendolo in un vicolo cieco.

Le mosse “inspiegabili” di Renzi implementano, in modo eccezionale, questa nuova strategia.

L’improvvisa e inattesa apertura ad un governo con il M5s nel nome del superiore interesse nazionale mette il Pd con le spalle al muro, scongiura le elezioni anticipate e manda la Lega all’opposizione, privandola della cassa di risonanza del governo e ridimensionandone le aspettative anche future.

Questo certo comporta la permanenza del M5s al governo. Ma al rischio che questo può comportare soccorre egregiamente la successiva secessione dal Pd, che a quella mossa è intrinsecamente collegata. Tutti coloro che coltivano un po’ di acume politico hanno capito che il nuovo rapporto tra Pd e M5s è in grado di generare una contaminazione reciproca che potrebbe condurre alla formazione di un nuovo, moderno e più convinto e determinato fronte di sinistra: questo, probabilmente, stava dietro l’impostazione di Zingaretti quando ha chiesto un governo di legislatura e un’alleanza che andasse anche oltre e su questo contava anche l’appoggio senza riserve di Grillo, che sarà pure un “comico”, ma è intelligente, ha più senso politico di molti politici e, a modo suo, ha una visione. Questo disegno, però, si potrebbe sviluppare solo a condizione di mettere in opera politiche virtuose, efficaci ed eloquenti che parlino finalmente a quanti stanno fuori dal sistema degli interessi consolidati e riescano a distoglierli dalle seduzioni della destra leghista. Ché altrimenti si aprirebbero le porte della litigiosità tra gli alleati, del disincanto sociale, del degrado della nuova alleanza a sterile accordo di potere ed al suo radicale fallimento.

A neutralizzare dalle fondamenta una tale progressiva eventualità giova, in modo impareggiabile, la scissione operata da Renzi, che di questa partita rappresenta solo il secondo tempo. Essa gli conferisce un potere di interdizione che blocca sul nascere ogni velleità riformista ed avvia l’alleanza giallo-rossa ad una fine che così sembra annunciata. Certo, non si può escludere che alla scissione si accompagnino, prima o dopo, richieste irrifiutabili di posti di governo. Ma il suo reale obbiettivo non è questo. Come non lo è l’affossamento del governo (neanche subito dopo l’elezione del Presidente della Repubblica). Il governo deve durare perché proprio il governare senza fare è il modo nel quale innanzitutto il M5s si consuma. Ed il bello è che questa sua condizione non ha alternative: con la Lega è difficile che possa tornare e le elezioni anticipate ne sancirebbero una ancor più cruenta sconfitta.

Tutto questo non può essere il risultato estemporaneo di mosse guidate solo dal tornaconto personale. Risponde, piuttosto, ad un preciso e complesso disegno. A Renzi si può ceto accreditare astuzia, spregiudicatezza, acume politico e capacità di manovra. Ma questo disegno è troppo sofisticato, intelligente e tempestivo per essere solo farina del suo sacco.

Ha, dunque, capito poco chi vede in quel che è successo una manovra di palazzo o il mefistofelico traccheggio di una immarcescibile politica. È, piuttosto, una strategia che ha padri potenti, nel paese e fuori, e che persegue – e va detto – con prospettive di successo l’annichilimento del cosiddetto populismo o – dicendolo in modo forse più pertinente – qualsiasi tentativo di scantonare dai binari degli interessi consolidati e del vasto mondo che ruota attorno ad essi.

Ma anche questa strategia ha un limite, un limite che chi l’ha pensata mostra da tempo. Essa trascura che il cosiddetto populismo e la protesta alla quale, anche malamente, esso dà voce nascono da un malessere profondo della società. Un malessere che, purtroppo, appare destinato a crescere per effetto della “rivoluzione informatica” e della questione ecologica. Sicché, quando le forme in cui si è venuto esprimendo saranno zittite (com’è nel proposito di questa strategia), troverà un altro modo di manifestarsi. E nulla garantisce che sarà migliore.

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